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La riserva è scesa in campo

Ancorché eletto con i voti della sola maggioranza unionista (540, voto più, voto meno), a Giorgio Napolitano non manca nessuno dei requisiti biografici necessari per riempire, una dopo l’altra, tutte le caselle contenute nell’ipotetico modulo per “riserve della Repubblica” da esibirsi al cospetto dei mille grandi elettori del capo dello stato. I tratti salienti suddetti informano un rito istituzionale fatto di formalismo e di coazione a ripetere, adatto a rivestire di un carisma quasi petrino figure altrimenti condannate al paludato grigiore delle segreterie e dei comunicati stampa ufficiali. Il neopresidente non fa eccezione alla regola: anche lui è “uomo delle istituzioni” dotato di “notevole levatura morale” e forte di una “vita dedicata alla politica come servizio alla collettività”. Tradotto, significa che l’ex presidente della Camera è politicamente innocuo – in linea con i dettami del corporativismo collusivo all’italiana, che demanda alle alte sfere (i mandatari) solo il “disbrigo degli affari correnti”, mentre i veri capibastone (i mandanti) fanno il comodo loro al riparo da sguardi indiscreti. Prova ne sia una carriera – quella di Napolitano – interamente trascorsa nell’inanità di un costante esercizio di ricucitura contrita, di ossequioso aggiustamento tra i rivoli correntizi del vecchio PCI (dopo Berlinguer, sempre sul punto di esondare), anche a costo di censurare intuizioni personali in grande anticipo sui tempi. Il migliorismo privé, cioè la timida professione di appartenenza allo strato comunista più incline al rinnovamento socialdemocratico, gli merita a buon diritto lo stemma del coniglio bianco su campo bianco affibbiatogli dal Foglio. Per non parlare poi di come l’ex senatore a vita, di fronte all’offensiva giudiziaria lanciata contro il tramortito corpo parlamentare in carica tra il 1992 e il 1994, offrì pavidamente il collo alla ghigliottina giustizialista, anziché difendere l’imprescindibile valore dell’immunità per i rappresentati del popolo. Mentre due “avanti causa” (l’altro, ovviamente, è Prodi) si avviano a gestire l’ordinaria amministrazione della quotidianità politica, gli emissari dei potentati che ne hanno curato la nomina continueranno sì a prendere le uniche decisioni politicamente di rilievo, ma senza assumersene mai la responsabilità di fronte al loro elettorato e al paese tutto. E – quel che è peggio, molto peggio – mascherando tale prassi da assemblearismo illuminato, faticosamente calibrato per distinguere la forza calma e democratica della sinistra di governo dai soprusi del decisionismo berlusconiano. Semplificando molto, questo paradigma riassume spietatamente la cifra politica del prodismo e, per sineddoche, della sua Unione. Una cifra che, con oggi, trae nuova linfa dai suoi gruppi parlamentari di riferimento. Dovendosi nominare un diessino, meglio sarebbe stato restituire l’istituzione presidenziale alla variante “alta” con cui era stata concepita in origine e incaricare un politico vero, autorevole, di spezzare il giogo del gerontocratico cerimoniale quirinalizio. Non lo nascondo, avrei preferito veder salire al Colle una serpe velenosa – ma dotata del bernoccolo per il comando – come Massimo D’Alema, piuttosto che assistere ancora una volta all’ipocrita infingimento per cui gli aspetti nevralgici di un determinato ruolo politico - naturaliter preceduto da un nugolo di trattative sottobanco – vengono surrettiziamente bypassati tramite l’investitura di “riserve della Repubblica” asettiche e imbalsamate.
Berlusconi, frattanto, si può vantare di aver difeso la sua verginità di oppositore di fronte al popolo polista. Ma il confine tra l’intransigenza e l’irrilevanza corre su un filo sottile e tagliente, sul quale solo i funamboli più virtuosi sanno camminare a piacimento: fallito, come probabile, il referendum costituzionale di fine Giugno e, di conseguenza, perso l’appoggio leghista, su quali basi potrà ricostruirsi la “forza contrattuale” dello schieramento di centrodestra? Un D’Alema debitore di larghe convergenze, in questo senso, avrebbe rappresentato una garanzia. Ora che Baffino si prepara a tenere sotto schiaffo la premiership di Romano Prodi (il quale, mandatario di professione sin dai tempi dell’IRI, vive la supplenza permanente come una gratifica al merito), invece, per la CdL si aprono scenari di paralisi centrifuga. In politica, l’eccessiva cautela di un Napolitano e l’eccessivo coraggio di un Berlusconi talvolta si incontrano nel comune recinto dell’impotenza.

Pubblicato il 10/5/2006 alle 15.57 nella rubrica Diario.

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