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Federalismo e democrazia

di Thomas Jefferson
La Biblioteca di Libero, 158 pp, € 5,00
a cura di Luigi Marco Bassani

Il presente volume raccoglie una breve ma assai significativa antologia di scritti filosofico-politici a firma del celeberrimo “uomo di Monticello”. Il libricino è stato l’apripista della collana di classici del pensiero liberale pubblicati a cadenza settimanale tra l’Ottobre e il Novembre scorsi in allegato al quotidiano Libero, nell’ambito di una felice intuizione editoriale del direttore Vittorio Feltri. Francofilo nel profilo diplomatico e fisiocratico per la formazione culturale profondamente “virginiana”, Thomas Jefferson non fu solo il deus ex machina dell’Indipendenza americana e l’artefice originario di assetti istituzionali tutt’ora in vigore negli USA. Egli fu anche e soprattutto il più eminente continuatore della tradizione liberale e giusnaturalista durante gli anni bui della palingenesi statalista e – anzi: proprio perché – rivoluzionaria in terra di Francia. La ricerca dei principi giuridici inscritti nel raggio d’influenza della ragione umana e svincolati da ogni barriera spazio-temporale, entro il perimetro di un’avventura intellettuale iniziata da Antigone sotto le mura di Tebe e proseguita poi con Sant’Agostino, con la Scolastica e con John Locke, presuppone l’esistenza di capisaldi normativi che anticipano qualunque “contratto sociale”. Essi, secondo una linea gnoseologica che non a caso qualifica la moderna metodologia scientifica, sono avvicinabili per aggiustamenti progressivi, ma mai afferrati una volta per tutte da alcuna costruzione convenzionale, se non nei loro tratti essenziali. È lo stesso itinerario conoscitivo che caratterizza le grandi innovazioni scientifiche, le quali non inventano alcunché, bensì scoprono ciò che già esiste: così, se il Sole avvampa di reazioni termonucleari sin dagli albori dell’universo, l’uomo si incarica di “svelare” l’essenza di tali fenomeni naturali e di traslarla in un canone di continua e sempre migliore comprensione.
Gli stati e i parlamenti, nella visione jeffersoniana, non sono i buttafuori di una sorta di officina del diritto positivo, ma i garanti di un carattere formale proprio di ogni singolo individuo. Prima che i rapporti con la madrepatria inglese precipitassero definitivamente, Thomas Jefferson si incaricò di redigere una petizione riparatrice, pacatamente supplice nei toni ma intransigente nei contenuti, indirizzata al legittimo sovrano delle Tredici Colonie. Il documento – noto come Esposizione sommaria dei diritti dell’America Britannica – precorre con straordinaria lungimiranza i lineamenti fondamentali di quello che, oltre un secolo e mezzo dopo, sarebbe divenuto il Commonwealth britannico. Il Re d’Inghilterra, stando alla lettera dell’Esposizione, beneficia non già dello statuto di monarca assoluto, ma di supremo magistrato – anch’egli sottoposto alla Legge – di un “impero federale” sovranazionale formato da comunità politiche paritetiche. Esattamente come i colonizzatori angli, sassoni e danesi, circa mille anni prima che i loro discendenti varcassero l’oceano Atlantico, avevano preso possesso della sterminata isola inglese senza che i rispettivi sovrani avanzassero ingerenze di sorta, così doveva risolversi il contenzioso allora in atto tra la Corona britannica e le sue varie emanazioni coloniali. Sua Maestà Britannica, alla luce di simili enunciazioni di principio, non si arroga affatto la prerogativa di demandare beni fondiari in concessione a chicchessia, ma deve accettare la natura allodiale – cioè integralmente attribuita a chi per primo pronunci le fatidiche parole “questo è mio” – delle proprietà reclamate dai suoi sudditi d’oltremare. Nel maledire l’invasione normanna guidata da Guglielmo il Conquistatore, evento a suo dire colpevole di aver in parte spezzato l’idillio libertario anglosassone, Jefferson riprende un motivo di rimpianto molto caro anche ad altri illustri esponenti del suo stesso ceppo culturale, tra i quali ad esempio J. R. R. Tolkien. Ma quella del grande Professore di Oxford è un’altra storia.
È arcinoto quale sentiero abbia scelto la Storia per dirimere le vertenze tra Inghilterra e Stati Americani. Nella Dichiarazione d’Indipendenza (1776), laddove si legge che “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali e che il loro Creatore ha concesso loro alcuni diritti inalienabili, fra i quali vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”, è condensato il coronamento teorico di un sistema di pensiero globale – il liberalismo – che apre fratture anche molto profonde sulle modalità di codifica dei “diritti inalienabili” di cui sopra, ma che per nessuna ragione ammette manomissioni dell’ideale “bussola politica” che essi rappresentano.
La vittoria sulla tirannide colonialista non significò, per Jefferson, la scomparsa dalla vita pubblica della neonata confederazione americana. Anzi, chiuse le ostilità col nemico “esterno”, altre se ne aprirono con un avversario più insidioso perché “interno”: il centralismo, incarnato dalla figura di un insigne fautore del superstato alla francese come Alexander Hamilton. Secondo il fondatore del partito paradossalmente – col senno di poi – denominato “Federalista”, infatti, il singolo stato federato costituiva un imperium in imperio antagonista del governo federale, e pertanto andava debellato. Blindato il nocciolo duro della Costituzione, rigidamente federalista, tramite i primi dieci emendamenti contenuti nel Bill of Rights, Jefferson poté opporsi all’interventismo mercantilista propugnato dal rivale con le spalle ben coperte. Nelle Risoluzioni del Kentucky (1798) prende ulteriore corpo un’architettura istituzionale secondo la quale “i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, né da essa esplicitamente negati ai singoli Stati, sono riservati rispettivamente agli Stati stessi o al popolo”. Il potere, dunque, si distribuisce in quantità decrescenti verso l’alto e, salvo diversa specificazione, viene conferito al più basso livello di governo possibile. Profondamente rammaricato della scelta di mettere per iscritto una costituzione materiale, in una lettera a Samuel Kercheval Jefferson denuncia il fissismo di quanti “guardano alle costituzioni con sacra reverenza e le considerano come l’Arca dell’alleanza, troppo sacra per essere toccata. Attribuiscono agli uomini delle epoche passate una saggezza più che umana e ritengono che ciò che essi fecero non possa essere migliorato”. Le leve del buongoverno, al contrario, possono e devono essere affidate allo slancio modernizzatore garantito dal normale ricambio generazionale e dai “progressi compiuti dalla mente umana”. Più che sulla sacralità dei pezzi di carta, il governo della vita associata verte sulla scelta “tra parsimonia e libertà da una parte e sperpero e servitù dall’altra. Se ci indebiteremo al punto di dover tassare il cibo e le bevande, i beni di prima necessità e le comodità, il lavoro e i divertimenti, le nostre vocazioni e la nostra fede, finiremo come il popolo inglese: la nostra gente, come la loro, dovrà lavorare sedici ore su ventiquattro e cedere al governo i guadagni di quindici di esse, per finanziare i debiti e le spese correnti”. Due secoli dopo, Friedrich Von Hayek avrebbe parlato della Via verso la servitù, servendosi più o meno dello stesso impianto argomentativo.
Ma se non dovessero bastare questi rapidi stralci, a dimostrare che i vasti territori di riflessione conquistati con il decisivo apporto di Jefferson riguardano l’ermeneutica di problematiche inerenti al “sempre” della civile coabitazione tra individui, forse potrà sembrare stupefacente e risolutivo ricordare che, tra i suoi bersagli polemici, il virginiano seppe annoverare anche i teocon. Possibile? Parrebbe di sì: “i tentativi di illuminarli circa il destino che li attende se continueranno con il loro attuale modo di vita, di indurli ad usare la ragione e seguirne i dettami, adeguando le loro condizioni alle mutate circostanze, devono superare grandi ostacoli. Essi vanno contro le loro abitudini, i loro pregiudizi, l’ignoranza, l’orgoglio e l’influenza di individui interessati e astuti [...]. Costoro inculcano una sacra riverenza per i costumi degli avi; dicono che tutto quanto è stato fatto nel passato deve essere conservato e insegnano che la ragione è una falsa guida. Migliorare, sotto il suo consiglio, la propria condizione fisica, morale o politica è considerato una pericolosa innovazione”. Chi saranno questi fantomatici mancati fruitori della ragione illuminata, vittime inconsapevoli di cinici oscurantisti che li condannano alla povertà e alla superstizione? I cattolici asserviti al Papa? I credenti in senso lato, obnubilati dalla fede nel soprannaturale?
No, qui Jefferson si riferisce ai nativi americani – i cosiddetti “indiani” – e ai loro guardinghi sciamani e capitribù. I moduli-base concettuali coinvolti nella contesa politica – e, per estensione, nella natura umana – rimangono gli stessi ma, mutatis mutandis, trovano nuove e avvincenti applicabilità alla sostanza di contesti specifici in continua evoluzione. Conclusioni che rinviano ad una matrice culturale inequivocabile, sorgente di ogni prospettiva anti-ideologica e protesa alla conciliazione del libero arbitrio con una Grazia creatrice benevola, madre e padre di ogni principio che non vari con lo scorrere del tempo. Quale sia tale “matrice”, ditelo voi.

Pubblicato il 6/5/2006 alle 10.6 nella rubrica Libri.

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