Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

What is the Matrix?

La nutrita serie di miniconferenze svoltesi nell’ambito della YavinCon 2006 – annuale manifestazione dedicata al mondo del multimedia fantastico/fantascientifico, ottimamente organizzata e autogestita dalla comunità internettara di Yavin4 – ha toccato uno dei suoi momenti più densi e intellettualmente elevati grazie all’intervento dei rappresentanti del sito web whatisthematrix.it. Per quanto possa risultare simpatico, pittoresco e fortemente aggregante anche il lato “ludico” che queste periodiche iniziative assunte dai fandom sparsi per la Rete immancabilmente presentano – mi riferisco in particolare alle sfilate in costume, alle maxi sedute di videogioco o di trivial pursuit a tema, all’esposizione di materiale iconografico “derivato” –, il sottoscritto non può proprio negare di preferire loro le occasioni di approfondimento e di riflessione letterario-cinematografica eventualmente offerte in contemporanea. Gli yaviniani, forti di un’esperienza quasi decennale in materia di raduni tematici, con la convention di quest’anno dimostrano ancora una volta di saper contemperare e soddisfare a tutto campo i gusti e le preferenze del variegato arcipelago di fan abbonati alla quattro giorni di Cesenatico.
Nel quadro di quotidiane manciate di seminari protrattisi per circa un’ora e mezza ciascuno, la disamina tenuta in qualità di “ospiti accreditati” dalla pattuglia di matrixiani di cui sopra ha permesso all’uditorio più smagato di trovare il bandolo dell’impalcatura filosofica e concettuale che sorregge il rapporto tra il genere fantastico e la modernità culturale otto-novecentesca. La formula diegetica ideata dai fratelli Wachowski si risolve appieno solo attraverso l’adeguata ricomposizione dei molti tasselli massmediologici “coordinati” in cui la narrazione complessiva della vicenda trova di volta in volta parziale svolgimento, costituendo quindi un vero e proprio racconto concertato su piattaforma multimediale. La trilogia cinematografica, secondo tale chiave di lettura, si salda pertanto ai suoi spin-off (come la serie Animatrix o i tie-in videoludici) su un piano paritetico – in linea con lo spirito di una saga che vede nella travagliata corsa alle “vie di comunicazione” più disparate un’esemplificazione della lotta per la Conoscenza tra cerchie di eletti sempre più ristrette. Più corposo è il bagaglio culturale dello spettatore, più penetrante sarà di conseguenza la sua capacità di cogliere i numerosi rimandi metacinematografici di cui tutta l’opera è disseminata. Questo pattern stilistico introduce il pubblico in una realtà a intelligibilità progressiva, nella quale rivivono tutte le gradazioni di gnosi in mano ai protagonisti di Matrix, dal vertice della piramide conoscitiva (Neo) fino al suo scalino più basso (il comune e inconsapevole figurante). Non è un caso, allora, che la simbologia occulta che fa capolino in molti fotogrammi del “metafilm” rinvii al deposito iconologico e rituale della società esoterica forse più di ogni altra legata ad una concezione “verticistica” del Sapere: la Massoneria. Si pensi alla figura demiurgica impersonata dall’Architetto, ad esempio, che perfino nel nome e nel ruolo giocato – quello di generatore di un algoritmo informatico ripetuto ad libitum per simulare la realtà di fine XX secolo – ricalca l’idea massonico-deista di un Creator asettico ed eticamente neutro. Oppure, anche alla luce del successo planetario riscosso da un’opera estremamente contigua all’esoterismo “incartato” come Il Codice Da Vinci, il pensiero corre alla figura del Merovingio – enigmatico dispensiere di sofismi in Matrix Reloaded – che, en passant, porta il nome della fantomatica stirpe fondata da Gesù Cristo e Maria Maddalena. Nel suo controverso romanzo, Dan Brown immagina che, allo scopo di proteggere la dinastia semi-divina in questione, le menti più straordinarie della storia umana (nuovamente cenacoli elitari, dunque) si siano riunite per duemila anni sotto le mentite insegne del Priorato di Sion. Ancora, sul blasone del Merovingio campeggia una grossa lettera “M” in bella vista, in totale disaccordo coi dettami dell’araldica, che vietano l’utilizzo dei monogrammi negli stemmi nobiliari. Per quale motivo i concept designer arruolati dai Wachowski saranno mai incappati in una simile svista? La suddetta “M” non denuncerà invece connessioni con elementi extra-narrativi meno scontati di quelli ipotizzabili in un primo momento? Domande retoriche: “M” sta per “Maddalena”, sulla falsariga di un graficismo allusivo a sua volta mimetizzato ne L’Ultima Cena di – guardacaso – Leonardo Da Vinci o rintracciabile anche sulla pianta della misteriosa chiesa francese di Rénnes le Chateaux semplicemente unendo i punti in cui, al suo interno, sorgono delle statue. A tali indicazioni vanno aggiunti il sibillino nome della rivista ufficiale di Matrix“E pluribus Neo”, molto simile al massonico “E pluribus Unum” –, il simbolo che appare a fianco della testata – una piramide sormontata da un occhio, simbolo deista stampigliato anche sulle banconote USA – e alla diffusa temperie “platonica” in cui l’umanità appare immersa nel corso della vicenda, quasi che l’intera saga costituisca una rivisitazione del mito della Caverna. Tutti gli elementi indiziari appena ripercorsi, a mio avviso, concorrono a formare un canone estetico comune alla quasi totalità della produzione a vario titolo “fantastica” divulgatasi da qualche decennio a questa parte. Entro il perimetro di questo filone letterario e cinematografico si collocano quasi ventimila tra film e libri tra cui 2001, Odissea nello spazio di Kubrick, Solaris di Tarkovskij, Guerre Stellari di Lucas (attorno il quale ruota il newsgroup di Yavin4), Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T. di Spielberg, La storia infinita di Pietersen, Excalibur di Barman, Harry Potter di J. K. Rowling e Queste oscure materie di Pullmann. Il paradigma esistenzialista e irreligioso che caratterizza questo immaginario – conforme, per l’appunto, al modello socio-economico propagandato dalla Massoneria – verte sulle vicende che un Fato sovente cinico e baro sottopone a caste di predestinati in preda a lotte intestine. Eletti in grado di trafficare con la struttura della materia in via privilegiata come i maghetti di Harry Potter, oppure di liberarsi dalla gabbia fenomenologica tramite un “accesso agevolato” ai superiori piani dell’Essere come gli eroi made in Wachowski – idealtipi assimilabili alle fasce “colte” dei rispettivi pubblici di riferimento, ammessi previo “test attitudinale implicito” ad un livello di lettura più raffinato dell’ipertesto narrativo (occultamente) somministrato ad ogni shot sospinto. La prospettiva a-teleologica e stoicizzante definita dall’eterno ritorno del sempre uguale a se stesso, in Matrix veicolata dalla frequente ripetizione di certe inquadrature e di precise saturazioni cromatiche – il blu permea il mondo “reale”, il verde l’universo artificiale sintetizzato dalla Matrice e il giallo le visioni elettive di Neo –, completa l’individuazione di un sistema di coordinate estetiche e (di conseguenza) etiche ben precise. Esse, attraverso molteplici soluzioni creative, conducono alla codifica di un’umanità libera dagli obblighi inerenti a qualsivoglia appartenenza “ecclesiale” istituzionalizzata. Ai personaggi baciati dalla superiorità innata, infatti, si aprono due alternative: raccontare balle alla stragrande maggioranza dei “babbani” di turno, inventandosi dei culti religiosi totalmente sovrastrutturati ad una cinica promessa di trascendenza (privilegio del tutto casuale e riservato a pochi fortunati), oppure combattere l’oscurantismo dei propri simili deviati predicando un abbraccio cosmico e spiritualmente soggettivo, offrendo quindi agli inetti un paternalismo “morbido” in luogo di quello riottoso e vendicativo propugnato dai malvagi. Ma si rimane comunque nel solco di un’aristocrazia iniziatica sotto il cui potentato i figuranti – condannati all’immanenza o, negli scenari più ottimistici, alla reincarnazione – agiscono come pedine di un Potere “cieco”, non di una Grazia redentrice.
Com’è lontana la poetica – non per nulla cristiana e cattolica – de Il Signore degli Anelli tolkieniano, la quale vede premiata la comunione di intenti tra persone normali, perfino subalterne, e una Provvidenza benefica che chiede collaborazione a tutti, senza alcuna distinzione di “stigma natale”. L’ostracismo toccato all’opus magnum del Professore oxoniense all’interno degli ambienti universitari togati, in effetti, si può spiegare azzardando l’ipotesi di un tacito boicottaggio al tipo di mitologia che la saga della Terra di Mezzo rappresenta. Fu proprio l’egemonica intellighenzia gnostica anglosassone, incaricata di combattere il risveglio cristiano dell’America profonda a cavallo tra i ’50 e i ’60, a fornire il materiale teorico con cui si è edificata la gran parte del fantastico a noi noto. Logico quindi ritenere che la tiepida accoglienza riservata all’epica cristiana di Tolkien da quadri accademici ideologicamente così compromessi con una visione escatologica di segno opposto, allora come oggi – data l’invariata coloritura intellettuale dei dipartimenti universitari –, non sia affatto legata a motivi “di scarso valore artistico” come suggerito da taluni. La ragione starebbe invece, sempre in base alla mia ricostruzione, nella secolare battaglia tra Massoneria e Chiese cristiane, intravista nei suoi tratti essenziali già da Dostoevskij nella seconda metà dell’Ottocento.

Morale della favola? Sempre quella: mai cucinare minestroni “fieristici” di umori e passioni forse somiglianti a fior di pelle, ma diversissimi nella genesi e nel contenuto. Se folklore generalista ha da essere, che si affianchi al necessario approfondimento. Ma niente confusi ammassi tecnoludici per bambinelli spendaccioni. In una parola? No al Lucca Comics, sì alla YavinCon.

Pubblicato il 28/4/2006 alle 17.47 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web