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Hanno già ricominciato a farci "ridere"

Abbandonare il piccolo angolo edenico incastonato tra le plaghe maleodoranti del peggior quartiere di Torino, da qualche tempo agognata mèta delle mie parentesi festive in bilico tra il teismo e l’agnosticismo, diventa ogni volta più penoso. Il mondo “esterno” – cioè il saeculum propriamente detto – si dibatte in convulsioni politicate sul filo delle frazioni di millesimo percentuale, mentre basterebbe saper captare solamente un piccolo disturbo nel segnale modulato sulle maggiori frequenze terra-terra, una lieve distonia nel fascio di effimere suggestioni che alienano l’intelletto dall’adeguamento alla fattualità, per riverberare tutt’intorno un sia pur fioco rumore di fondo della Grazia primordiale – che poi quest’ultima sia sovrastrutturale o realmente capostipite dell’Essere poco importa, a giudicare dai risultati che l’inverarla produce automaticamente. Che comodità sarebbe, mettersi in un cantuccio monastico, proteggere se stessi dal frastuono e dalla vanità e godersi lo splendido isolamento in un’oasi “laicamente chierica”, nella quale la comunione con lo Spirito cementa tra loro tanti mattoni un tempo sperduti, fatti di carne e sangue, di ricerca terrena e di Verità ultraterrena...
Hai voglia a dirti pentecostale: il ruggito del topo elettorale è ancora nell’aria e mal sopporta l’insidia del salto di qualità “olistico” previa evangelizzazione passiva per bocca del primo attendista devoto di passaggio.

A mente appena più fredda di quanto non fosse giusto una settimana fa, il quadro politico assume contorni sempre più definiti sul versante del piccolo cabotaggio e sempre più sfumati su quello della visione d’insieme e della strategia di ampio respiro. Cul di gallina Follini si appresta alla fronda di riposizionamento più scontata del secolo sotto il profilo meramente tattico, ma con ripercussioni potenzialmente inaudite sul “baricentro di massa” ideologico dell’Unione prodiana: una manciata di voti democristiani in più al Senato (due? Tre? Quattro?) potrebbe acquisire un peso specifico pari a quello di venti scranni rifondaroli. Diminuendo ulteriormente il già esiguo spazio di manovra percorribile dal Professore col suo brevettato (e poi naufragato) schema di triangolazione con Margherita e Rifondazione a circonvallare i Ds. Come già nel ’98, potrebbe essere l’apporto trasformistico di qualche democristiano cidiellino borderline a offrire una sponda a D’Alema e ai suoi boys, altrimenti paralizzati.
Nel frattempo è maretta sull’attribuzione delle tre più alte cariche dello stato: se la presidenza del Senato sembra essere stata blindata dai Dl in favore del “donatcattinniano” Franco Marini, a Montecitorio il ballottaggio tra lo skipper di Gallipoli e Fausto Bertinotti divide la sinistra ancor prima dell’adunata parlamentare, prevista tra una settimana esatta. La linea di frattura minaccia di aprirsi in modo tanto preoccupante che Piero Fassino, in un impeto di fede teologale, ha ritenuto di dover rivolgere una prece direttamente al miracolato capoufficio. Scrive il segretario dei Democratici di Sinistra: “A questo punto sta a Te, in quanto Leader della coalizione, assumere una iniziativa che consenta alla nostra alleanza di ritrovare quella coesione e quella solidarietà indispensabili per approdare alle soluzioni politiche e istituzionali auspicate”. Il ‘Te’ maiuscolo odora di sacrestia, la particella ‘ri’ aggiunta al predicato ‘trovare’ implica lo smarrimento più o meno temporaneo dell’oggetto (la “coesione”), l’ossessiva reiterazione della credibilità di un’investitura sostanziale a “Leader della coalizione” e del margine decisionale del Gran Capo – anche da parte del diretto interessato – tradiscono un tasso di coda di paglia attestato ben oltre il livello di guardia. Un equilibrio politico tanto labile preclude ogni via di riforma strutturale condivisa. Ecco perché il governo Prodi durerà anni, ed è inutile illudersi circa una sua dipartita prematura: chiusa ogni opportunità di elaborazione progettuale a tutto campo per manifesta disomogeneità, rimarrà solo il quotidiano soprammercato lungo i corridoi di quel cronicario per lobbysti occulti che è l’Unione. Mano libera per rinsaldare l’asse privilegiato enti locali-LegaCoop a voi di sinistra, egemonia sui mercati bancari tramite il sostegno accordato al Bazoli di turno per noi cattolici adulti: è un bigino dossettista al netto dello spessore umano ed intellettuale di cui i vecchi “cavalli di razza” democristiani pure disponevano in (modica) quantità.
All’appello mancano ancora le indicazioni di copertura per il progressivo abbattimento del cuneo fiscale – confusamente promesso da Prodi in campagna elettorale –, ma in compenso la parziale revisione delle voci imponibili relative all’Ici, da boiata demagogica che era quando si azzardava a proporla Berlusconi in puro stile Aiazzone (“Sì, avete capito bene”), sembra essersi rigenerata a grande intuizione democratica. Pare infatti che il Professore abbia preso accordi con i sindaci di Roma, Napoli e Torino – tutti e tre proiettati verso una trionfale rielezione – nel senso di uno sgravio dell’imposta sulla prima casa. Il TG3 ne rende conto con toni entusiastici, tanto più che il declino economico è sparito assieme a tutti i suoi epifenomeni fantasy (i bambini assetati di latte, gli impiegati col doppiopetto rattoppato): gli ordinativi all’industria si sono impennati di oltre il 14% su base annua, i ponti di Pasqua e del 25 Aprile segnano il tutto esaurito nelle località turistiche, le nuvole plumbee che pesavano sui destini del Belpaese stanno lasciando il posto ad un sole radioso, Provenzano non ha nemmeno fatto in tempo a votare per Cuffaro.
Ahimè, come vorrei infilarmi nella dorata stanzetta che mi ha accolto durante il triduo pasquale e scordarmi del tuffo nella Prima repubblica che, di nuovo, ci tocca per un pugno di Calderoli, Tremaglia, Panto e Musumeci.

Pubblicato il 21/4/2006 alle 18.53 nella rubrica Diario.

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