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Caro Senatore

Al direttore – Confesso di aver letto, anch’io “non senza vergogna”, la lettera di Alberto Mingardi (il Foglio di martedì): ancor più perché è un amico e un liberale. Pazienza per l’assolutismo che lo induce all’errore logico di porre il suo dilemma – se il cordoglio generalizzato per il povero Tommi, che lo irrita (sic), sia dovuto o all’impotenza della vittima o all’uso di mezzi teatrali (sic) per ucciderlo – a valle di un’assunzione aprioristica, che aborto e omicidio siano la stessa cosa. Ignorando la radicale distinzione che ne fanno, da un lato, le molteplici e differenti opinioni in merito che attraversano la dottrina della chiesa nei secoli e, dall’altro, il codice prima della depenalizzazione. Pazienza per non voler considerare quanto i filosofi hanno discettato sulla differenza tra vita in potenza e in atto. Ma non ho pazienza se penso alle donne, migliaia e migliaia, italiane e viventi, che sono passate attraverso il trauma dell’aborto, e forse ancora ne portano i segni, e alla ripulsa che provano – e noi con loro – a sentirsi equiparate agli assassini di Tommi. Chi ha il diritto di criminalizzarle? O se penso a quanti domenica non riuscivano a leggere i giornali, tanto le lacrime gli offuscavano gli occhi, e ai bambini delle scuole che hanno provato dolore per Tommi: perché dovrebbero vergognarsi del loro sentimento? E mi ritraggo dal pensare al disumano sovraccarico imposto alla mamma di Tommi privandola persino del proprio individuale dolore, dissolto e disperso nella genericità di un male così diverso dal suo. Io rispetto le opinioni di chi, a differenza di me, ha bisogno della metafisica per fondare la propria etica. Ma esiste un comune senso dell’etica: ignorarlo è ideologismo. Soprattutto, Alberto, un’etica che offenda la carità non può essere etica.
                                                                                
Franco Debenedetti

Caro Senatore, pur confidando nella capacità di Alberto Mingardi di difendersi da sé, ove mai egli ritenesse opportuno rivolgerLe una controreplica, in qualità di “mingardiano” di ferro mi sento investito in prima persona dal portato etico e logico delle Sue riflessioni. E pazienza, se pazienza dev’essere, per la curiosa aporia che La porta a contestare il fondativismo metafisico appellandosi alle discettazioni di coloro i quali – chierici e filosofi – della metafisica imperniata sul bimillenario asse atto-potenza hanno fatto un ambito conoscitivo imprescindibile. Pazienza per l’imprecisa categoria giuridica – la “depenalizzazione” – da Lei applicata ad una fattispecie penale sanata invece tramite il ricorso al dispositivo della legalizzazione – che, sul piano dello spirito normativo, sancisce non già una sospensione “in deroga” del reato di omicidio, bensì la totale liceità di uno dei contesti specifici nel quale, in precedenza, si riteneva che quest’ultimo si configurasse. Pazienza per l’annoso sotterfugio dialettico, affioramento carsico della mentalità liberal, che gioca sulla subordinazione concettuale della “vita umana” (fenomenologia) alla “persona” (diritto positivo). Ma la pazienza ha un limite per tutti e, per quanto mi riguarda, si esaurisce allorché un equivoco indebito – ossia l’implicita criminalizzazione delle donne volontariamente sottopostesi ad aborto clinico – viene assunto a cardine di un’accusa tanto infamante quanto infondata nei confronti miei e di chi la pensa come me. Se vi è un dato indubitabile, nella mischia di valori e controvalori che confliggono sul cedevole terreno dell’etica pubblica, è che proprio le donne “passate attraverso il trauma dell’aborto” costituiscono forse l’unica categoria esentata “d’ufficio” dall’onere della colpevolizzazione in materia di interruzione di gravidanza. Solo loro, infatti, hanno sperimentato e interiorizzato una consapevolezza di quel “trauma” tale da non richiedere alcun supplemento di penalità. L’accusa di cattiva coscienza, nei termini in cui viene posta anche dal sottoscritto, è rivolta a tutti gli altri, a tutti noi, spettatori ipocritamente partecipi degli artati psicodrammi che (giustamente, beninteso) accompagnano notizie come il prezzolato assassinio di un infante mentre, negli ospedali, creature appena meno cresciute muoiono “a migliaia” nella grigia serialità che l’indifferenza generalizzata demanda quotidianamente al detto “occhio non vede, cuore non duole” declinato in punta di diritto. Anch’io non accetto che il dolore altrui venga appiattito su orizzonti astrattamente “collettivi” o “individuali” a seconda delle convenienze e delle circostanze: è particolare e irripetibile quello della mamma di Tommi come lo è quello di tutte le reduci da ivg, a dispetto della dissolta e generica “dispersione” che Lei sembra attribuire a questa seconda casistica. Consci di quanto detto sin qui, non ci troveremmo forse a maneggiare una legislazione maggiormente “individualista”, valutando caso per caso le coordinate sociali e psicologiche che contribuiscono a determinare ciascun rifiuto della gravidanza, anziché consegnando all’arbitrio di un’indiscriminata legalizzazione la disciplina dell’aborto, peraltro in spregio alla volontà e ai diritti soggettivi di un concepito inchiodato ad una minorità primitiva e punitiva? Non è, il Diritto, lo strumento con cui le civiltà organizzate tentano di emendare le ingiustizie e le disparità intrinseche allo “stato di natura”? Mi creda, Senatore, quando dico che le nostre divergenze derivano non dalla discrasia tra macilente sagome metafisiche da un lato e realistico buon senso dall’altro, ma dall’eterna lotta tra etica deontologica ed etica utilitaristica, entrambe saldamente – ma diversamente – ancorate all’elemento “materico” dell’Essere. E mi permetta di riprendere quanto stamane Le ha risposto Giuliano Ferrara, nel ripeterLe che la carità, in ordine a certe problematiche, è meglio lasciarla dove si trova: nel secchio con un miliardo di aborti. Confrontiamoci piuttosto a partire da quanto unifica i nostri punti di vista, cioè la coabitazione di quell’area semantica che permette a Lei come a me di riconoscere nell’aborto un “trauma” e un “male”. Con stima e rispetto, un saluto.

Pubblicato il 6/4/2006 alle 14.37 nella rubrica Diario.

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