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EutanaJimìa

Le controversie in materia di bioetica, che in futuro influenzeranno la formazione del consenso politico ben oltre la somma algebrica di voci “classiche” come economia, ordine pubblico, esteri o difesa, vanno affrontate tenendo ben presente che l’avanzamento della sensibilità collettiva, su questi temi, può non procedere affatto “in linea retta” come ai progressisti piace pensare, però galoppa su una curva evolutiva unidirezionale. Come ha scritto Filippo Facci al Foglio di sabato scorso, “forse ci ritroveremo tutti quanti a cena, una sera, e ci chiederemo ancora una volta se le questioni bioetiche non siano in realtà che dei meri disaccordi sulle scadenze, se l’unica variabile che ci separa da un certo futuro non sia che il presto o il tardi, se questo futuro non sia ineluttabile e se non saranno ovunque, presto o tardi, i pacs, i matrimoni omosessuali, le adozioni da parte di chicchessia, il progetto genetico dei figli come ordinare gli optional di un’automobile, e ogni religione secolarizzata, ammaestrata”. Sappiano dunque i “conservativi” come il sottoscritto che la loro prudenza, il loro mordere il freno alla continua ricerca di soluzioni etico-giuridiche in grado di favorire la reversibilità, sono solo di temporaneo intralcio alle sorti già scritte nel genoma della modernità, come una mano tesa verso l’arrancante rincorsa della morale mentre l’altra tiene la tecnoscienza afferrata per la collottola.
Il fronte caldo, in questi giorni, è situato sulla “linea Groningen”, dal nome del documento-guida recepito dai protocolli di eutanasia infantile attualmente in fase di sperimentazione nei Paesi Bassi. Vi è quindi da rimproverare la prima di una lunga serie di imprecisioni al sempre ficcante JimMomo: le dibattute procedure di eutanasia pediatrica non appartengono affatto ad una legge di cui gli olandesi si sarebbero “democraticamente dotati”, come sostenuto in un post di qualche giorno fa. Esse costituiranno la base empirica per l’approvazione definitiva di un testo di legge vero e proprio che, per quanto scontatissima, ancora non ha avuto luogo ufficialmente. Ma da dove nascono le polemiche?
Pietra dello scandalo è stata la dichiarazione rilasciata una quindicina di giorni fa dal ministro Giovanardi, con cui l’esponente udiccino rivolgeva al disciplinare olandese sull’eutanasia precoce l’epiteto di nazista. Apriti cielo. Il dogma politically correct che impone il divieto di paragonare l’Olocausto (epifenomeno del nazismo) a qualunque altra calamità storica – atteggiamento peraltro paradossalmente all’origine del grossolano comparativismo che induce taluni a chiamare “lager” i CPT o la prigione di Guantanamo, caro Jim – detta le controargomentazioni dei commentatori favorevoli alle procedure olandesi.
E poi, anche volendo difendere l’ammissibilità del confronto, i punti di distinzione non mancherebbero – dicono gli interlocutori disponibili all’analisi comparata dei due contesti, olandese oggi e tedesco ieri. Una prima sostanziale differenza col nazismo, scrive JimMomo, è che nella Germania hitleriana si terminavano “vite umane anche per imperfezioni minori e se appartenenti a razze ritenute inferiori, nella convinzione che ciò potesse migliorare la razza ariana. Per eseguire i loro scopi i nazisti mentivano ai genitori, promettendo cure miracolose, quando non li obbligavano. Il programma, questa è la seconda sostanziale differenza, era imposto dallo Stato”. Ma è falso: come ricorda Wesley J. Smith in un articolo pubblicato da Weekly Standard e ripreso dal Foglio di mercoledì, “è importante notare che durante gli anni in cui l’eutanasia è stata applicata in Germania, come parte del programma di governo ufficialmente approvato o per altre vie, il governo non obbligava i dottori a uccidere”. E ancora, riprendendo stavolta il pezzo che Carlo Cardia, sempre sul Foglio, ha dedicato all’argomento appena ieri, “forse non tutti sanno che il programma dell’eutanasia del nazismo non derivò da una legge. Hitler non se la sentiva di emanare e pubblicare una legge che tutti avrebbero letto, in Germania e nel mondo”. Va sottolineato che, secondo le teorie naziste, la correlazione tra le coordinate medico-biologiche indispensabili al rilievo di un quadro clinico esauriente rinvia ad un asettico collante utilitaristico, per lo più proveniente dall’eugenetica teorizzata – e praticata – in ambienti liberali angloamericani (Francis Galton, inventore della disciplina, era appunto inglese). Il nazismo si peritò di stabilire improbabili – e indimostrabili – nessi causali tra il ceppo razziale di appartenenza, lo scarso livello “sanitario” in senso lato, dunque la congenita inefficienza ai fini di un eventuale contributo alle grandi sfide collettive cui la Germania nazista si pretendeva chiamata. Alla luce di queste rapide considerazioni, al nazismo si può a buon diritto contestare il feroce pervertimento del concetto di predestinazione, tipicamente protestante e nordeuropeo, senza nulla concedere alla mistificazione che ne vorrebbe gabellare per “inspiegabile” la palingenesi.
Il protocollo Groningen tripartisce la casistica di applicazione tra infanti “senza possibilità di sopravvivenza”, con una “prognosi infausta e dipendenti da cure intensive” e “infanti con una prognosi disperata”, compresi quelli che “non dipendono da cure mediche intensive, ma per i quali è prevedibile una scarsissima qualità di vita”. Per seicento delle circa mille morti neonatali registrate ogni anno in Olanda, il decesso è dovuto ad un intervento medico. Mille diviso duecentomila (il totale delle nascite annuali olandesi) significa il cinque per mille: siamo quindi attestati sulle “fisiologiche” percentuali di mortalità infantile per un Paese occidentale. Di quelle seicento morti indotte, come chiarisce JimMomo, “in 580 casi [...] si tratta di rifiuto dell'accanimento terapeutico”, mentre “solo in 20 casi sui 600 si è praticata l'eutanasia attiva. Questi neonati non sono dipendenti dalle macchine, ma hanno prognosi altrettanto disperata, sono senza possibilità di miglioramento e vivono sofferenze insopportabili”. Va altresì aggiunto che “in Olanda, a prendere la drammatica decisione dell'eutanasia sono i genitori del neonato, con il parere unanime di tre medici della struttura e uno esterno, e l'avallo del magistrato. Tutto sotto un rigido protocollo”. Tiriamo un sospiro di sollievo: sono queste le vere ragioni – non quelle, invero piuttosto debolucce, indicate in prima battuta da Jim – per ritenere che le pratiche eseguite in Olanda non siano da equiparare tout-court ad ipotetici corrispettivi nazistoidi. In Germania la classe medica, grazie ad una normativa (come ricordato) aleatoria e sottotraccia, era libera di esercitare una sorta di mobbing sulle famiglie dei disabili senza preoccuparsi di rientrare nel territorio della legalità.
Cionondimeno, pur con tutte le differenze del caso, l’impalcatura normativa olandese è stata in parte costruita utilizzando materiale pseudoscientifico di risulta, allarmante lascito dell’eugenetica già pianificata dai liberali (negli USA anni ’20, e oltre), dai nazisti e dai progressisti socialdemocratici (nella Svezia anni ’50-’60). Mi riferisco naturalmente al terzo raggruppamento protocollare, delineato attraverso la definizione di una non-grandezza, peraltro assolutamente incommensurabile per conto terzi, come la “qualità della vita”. In base a quali criteri che non siano altamente “eteronomi” rispetto all’opinione del malato è possibile quantificare la dignità e la qualità della vita? Carlo Giovanardi, per non incappare in infortuni diplomatici e dialettici macroscopici – laddove si deve tener presente che l’attributo “nazista” era riferito ad una singola legge, non ad un popolo intero –, avrebbe dovuto casomai ricorrere ad argomenti più fini, contestando la lontana – ma fattiva – parentela tra le consuetudini naziste e le attuali, è vero.
Ma anche senza voler giudicare troppo severamente i criteri di delimitazione adottati per i primi due gruppi di bambini eventualmente “candidati” all’eutanasia, non si può non riflettere sul vero motivo per cui la tecnologia è arrivata a dotarsi di strumenti all’avanguardia, quali i sofisticati macchinari per lungodegenza che rendono possibile il profilarsi di molti casi eticamente estremi. E cioè che proprio l’ “accanimento terapeutico” è il motore del progresso medico: se l’evoluzione del rapporto medico-paziente avesse trovato sbocco solo nell’arrendevole paradigma stoicizzante secondo cui, per “prendersi cura” del sofferente, conviene più alleviargli inutili pene psicofisiche che allearsi con lui per sconfiggere il male, moriremmo ancora di vaiolo o di difterite. Senza contare che, ad esempio, le terapie contro il cancro puntano a “cronicizzare” un quadro patologico, piuttosto che a sanarlo completamente: stando alla logica “compassionevole” adoperata da taluni, in simili condizioni sarebbe meglio gettare la spugna e lasciarsi morire col beneplacito del medico curante. JimMomo afferma poi che “ il dono della coscienza, dell'etica e della responsabilità appart[iene] all'individuo e non allo stato”. In linea di massima è il punto di vista corretto, ma ricordiamoci sempre che la completa autodeterminazione presuppone la completa autosufficienza. Le circostanze in cui trova compimento l’eutanasia vedono necessariamente la presenza di un soggetto che, impossibilitato a darsi la morte da sé, chiede una sospesiva del “non uccidere” tramite un’istanza soggettiva presentata in sede pubblica. L’esistenza di una legge ad hoc, o di una sperimentazione monitorata come quella olandese, non può che comprimere di fatto la sfera delle libertà individuali: è la pubblica amministrazione ad elaborare i criteri in base ai quali si può chiedere e ottenere la morte pietosa, laddove il vero discrimine è rappresentato da un giudizio sulla qualità della vita operato dalle strutture dello stato, non dalla coscienza individuale. Solo il vuoto normativo, per assurdo, garantirebbe all’autocoscienza di spaziare in totale anomia, ma col cortocircuito di disfarsi proprio della legalità democraticamente codificata. Non aggrappiamoci ad arringhe libertarie ad effetto, quindi, nell’illusione di poter spazzare a buon mercato il campo “etico” dalle ubbie dei conservatori: la disciplina dei temi eticamente sensibili, in democrazia, si contraddistingue per attributi di metodo (la costante perfezionabilità), non di merito (ricette lassiste e/o sbrigative, spesso adamantine solo all’apparenza).
E infine: possibile che ogni frangente ermeneutico del liberalismo interno a Tocqueville debba sempre sfociare in un tripudio di anatemi retorici contrapposti – dove ogni riferimento alla strumentale accusa di involuzionismo è fortemente voluto?

Oltre che nel post già linkato, JimMomo ha ribadito le sue posizioni qui. Sullo stesso argomento hanno scritto Robinik (qui, qui e qui), Harry e Watergate.

Pubblicato il 31/3/2006 alle 15.53 nella rubrica Diario.

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