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Il Caimano

Bruno Bonomo è un produttore cinematografico ancora sugli scudi grazie ad immaginari B-movies (“Stivaloni porcelloni”, “Violenza a Cosenza”, “Mocassini assassini”, “Maciste contro Freud”) il più recente dei quali, nella finzione scenica, è vecchio di dieci anni. Il cineclub del sodale Tatti Sanguineti gli dedica una retrospettiva – in “Cataratte”, vediamo una tarantinata sposa marxista-leninista infilzare il suo malcapitato promesso con una bandiera rossa – e la RAI sembra pronta a finanziargli il grande rientro con “Il ritorno di Colombo”. Eppure gli effetti speciali approntati per il nuovo film si riducono ad una caravella mignon, costruita dal nipotino del regista di fiducia. La vita entra gratuitamente in pressing sul protagonista (Silvio Orlando) anche sotto altri aspetti: la moglie Paola (Margherita Buy) lo vuole lasciare, il figlio maggiore ha smarrito il mattoncino Lego da dodici e, come se non bastasse, una sconosciuta regista ambiziosa e sinistroide (Jasmine Trinca) gli sottopone la sceneggiatura di un film alternativo al progetto Colombo. “Il Caimano”, si intitola. Lo sprovveduto la prende per una pellicola d’azione, ma presto ne scopre le odiatissime stigmate: è proprio “uno di quei film politici di sinistra”, supremo insulto per un executive alla vaccinara come lui, da sempre impegnato ad opporre una strenua “resistenza ai film d’autore”.
Il narcisismo intimista e lunare di Nanni Moretti lancia una sfida a orologeria al narcisismo solare e mattacchione di Silvio Berlusconi, tramite il ricorso ad una formula espressiva ampiamente collaudata (e decotta). Essa consiste nell’annettere al “mondo diegetico” l’aura significante – altrove recepita e meditata dall’immaginario collettivo – in precedenza sviluppata da documenti filmati di repertorio (con il Cav. interprete di se stesso), dalla mimesi di canoni stilistici ben precisi (il cinema trucido alla Lucio Fulci) o, ancora, dalla pubblicistica antiberlusconiana più accreditata (farina del triplice sacco Gomez-Travaglio-Barbacetto). Peccato non bastino un paio di intemerate del premier in sedi ufficiali, per di più totalmente avulse dal loro contesto originario, a delineare la rabbiosa cupezza che si pretende di attribuire al reuccio di Arcore. Così come non è sufficiente zoomare “a velocità supersonica” per ricalcare a dovere i linguaggi del cinema splatter o, di nuovo, non basta far piovere valigie dal soffitto o mostrare spalloni alla guida di auto – manco a dirlo – lussuose per ottenere una convincente descrizione visuale di un quadro processuale ritenuto precario.
Su una tenzone mediologica e psicologica dalle valenze simboliche così spiccate, oltre che dalla gestazione – quinquennale – tanto prolungata, lo sfidante sembra per giunta alzare bandiera bianca sia sul piano della struttura filmica che su quello della chiave di lettura. I due tronconi in cui il film è suddiviso, il dramma coniugale e la denuncia politica retroproiettata all’esterno con l’espediente del “film nel film”, non manifestano alcuna aderenza narrativa. Il privato, a dispetto delle convinzioni morettiane, non è politico e viceversa. Anzi, a ben vedere la vicenda umana del trasher Bonomo riproduce in variante fallimentare proprio la missione compiuta da Barlusconi, unico vero artefice della “rivoluzione cafona” su scala nazionale in corso da trent’anni a questa parte. La “denuncia” posta in essere da Moretti e dalla cerchia di registi ideologicamente affini cooptata alla bisogna (oltre a lui ci sono Paolo Virzì, Michele Placido e molti altri), in quest’ottica, si morde paradossalmente la coda riassumendo in sé tutte le contumelie che la sinistra – oramai nominalmente consegnatasi anima e corpo al radicalismo libertino un po’ ovunque – riversa contro il faccendiere brianzolo, a suo dire colpevole della TV tette-e-culi, del pensiero debole consumista, delle barzellette in bandana, in una parola del tramonto di quel bel mondo antico in cui la televisione proibiva termini come “cazzotto” (per la radice) e “magnifica” (per la desinenza). Il tutto coronato da una malcelata predilezione per le famiglie naturali felici e contente, impermeabili a qualsivoglia succedaneo tecnoscientifico.
Gli unici passaggi che godono di un forte impatto comunicativo, per colmo di sventura, sono quello in cui il Cav., impagabile, gesticola in tribunale un prontuario di bon ton in materia di gioielleria natalizia e quello finale, debolmente visionario ma intellettualmente onesto nel sancire il vincitore della disfida.
Moretti maneggia con sapiente efficacia gli elementi materici (un tappeto di Lego, il trasporto eccezionale di una caravella nel centro di Roma), ma confeziona un film appesantito da lungaggini inutili, sequenze cieche, superfetazioni musical-coreografiche, ritmi soporiferi e, soprattutto, da un montaggio giuntato a singhiozzo e pavidamente avaro di tagli. In compenso si segnala un grande dispendio di amenità autoriali: l’odio viscerale per i critici, la cantatina in macchina, il maglione smandrappato per gelosia.
La sonnolenza generale dell’insieme riesce solo a sottolineare i jokes e le mattane con cui il Cav. – indiscusso trionfatore sul “bel cinema di riflessione” con cui si era preteso di controbilanciarne gli stilemi caratteristici – irrompe sulla scena a spezzare la monotonia. Comunque vada, “ha già vinto” Lui. Anche se solo di vittoria al botteghino dovesse trattarsi.

Pubblicato il 27/3/2006 alle 14.32 nella rubrica Film e DVD.

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