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Per il bene dell'Italia - Osservazioni conclusive

Il mio dilettantesco processo alle intenzioni politiche dell’Unione prodiana, celebrato nel corso degli ultimi trenta giorni o giù di lì, non nutre assolutamente la pretesa di fornire un esaustivo contraltare all’incessante lavorio condotto da chi di dovere nei più accreditati pensatoi sinistrorsi – come la Fabbrica del Programma – o dai pulpiti comiziali della campagna elettorale, televisiva o stradaiola che sia. Nulla come la viva voce dei politici, malgrado la sempre più dilagante sfiducia verso la reale importanza del loro mestiere nell’era di internet e dei grandi potentati economico-finanziari, può infatti trascinare la coscienza critica dell’elettorato in una “direzione di priorità” piuttosto che in un’altra. Io potrò anche essere liberista, antiproibizionista e più pro life che pro choice, ma starà al politico onesto (cioè al politico capace) sapersi sintonizzare sui miei ricettori, capitalizzando i punti di incontro e contemporaneamente minimizzando le ragioni di dissenso. Dosare il richiamo di fidelizzazione lanciato ad “aventi diritto” eterogenei, frantumando un ampio progetto di governo in piccoli semi altrettanto disuguali da somministrare con cura ai destinatari giusti – infine tirare le fila del consenso così formatosi: questa è l’arte dello statista.
Si tratta dunque di saper giocare un ruolo determinante nel calcolo di quella “media ponderata” tra issues che ogni elettore esegue alla vigilia di una chiamata alle urne. È il friccicore del condottiero carismatico (catodico, ma non solo), ma anche la principale dote dell’opinion maker di razza. Lungi da me la pretesa di poter anche solo ambire ad appartenere ad una qualsiasi delle due categorie di cui sopra, in margine all’impegno tra il polemico e il superfluo che ultimamente mi ha così appassionato mi sovvengono tuttavia un paio di interrogativi.
Primo: di quanto si sarebbe moltiplicata o addirittura elevata all’ennesima potenza, l’efficacia della mia iniziativa, se affiancata da analoghe controanalisi di altri aspiranti “esegeti” disposti ad accollarsi l’onere di fare le pulci ad uno-due capitoli del Programmone a testa? Organizzare con perizia e autoironia un faldone di controdeduzioni anti-unioniste, forse, avrebbe significato poter davvero schierare sul campo un’artiglieria pesante in grado di “colpire” l’opinione pubblica telematica ben oltre le possibilità strategiche di schermaglie estemporanee come le mie che, nel fuoco della battaglia preelettorale, forniscono solo fanteria “tattica”.
Secondo: non sarà proprio la mancanza di coordinamento pubblicistico spontaneo, a determinare il divario tra la nostrana blogosfera liberalconservatrice e la sua controparte statunitense, protagonista appena due anni fa della blog revolution che ha smascherato le bugie dei notiziari di sinistra spuntandone le soverchianti armi mediatiche?
Certo, ci vuole poco ad intuire che più o meno il 70% dei tocque-villers il 9 e 10 aprile voterà a destra; e che nessuno di loro (di noi) può essersi emozionato granché di fronte ad un programma “per il bene dell’Italia” dimentico delle grandi parole (PACS, TAV, cuneo fiscale) a tutto vantaggio di un irritante vaniloquio privo di riscontri numerici oggettivi, interrotto solo episodicamente da esili brandelli di liberalismo giavazzista (mi riferisco alla riforma degli ordini professionali, laddove è risaputo che colpire il blocco sociale “nemico” non richiede mai grande coraggio politico).
Da principiante alle prime armi, posso solo auspicare che al dibattito interno sugli estremi ideologici del liberalismo – interessantissimo, ma senza dubbio autoreferenziale – l’aggregatore possa al più presto abbinare il ruolo di evangelizzatore di “infedeli”.

 

(10.Fine)

Pubblicato il 25/3/2006 alle 14.52 nella rubrica Diario.

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