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Per il bene dell'Italia/9

Dire che gli “obiettivi strategici delle nostre politiche contro il rischio di dissesto idrogeologico sono una corretta politica ordinaria della gestione del territorio, l’affermazione di una tutela integrata ed il rafforzamento della sua manutenzione” (pag. 150), al di là dei pleonasmi concettuali insiti in sfuggenti espressioni quali “tutela integrata”, significa aver ben presente una delle calamità naturali di maggior incidenza statistica nel nostro Paese. L’Italia è la prima nazione d’Europa per decessi legati ad eventi franosi, anche a causa di una conformazione altimetrica a forte prevalenza montuosa. A questo punto, chiunque abbia felicemente concluso la quinta elementare intuisce che non è possibile salvaguardare la stabilità dei pendii mentre, nel contempo, si privilegia l’energia idroelettrica estensiva “di piccola taglia” (pag. 143) tra le molte fonti di approvvigionamento a disposizione. La creazione di un bacino artificiale – necessario ad immagazzinare le cadenti idrauliche che, una volta liberate, scorrono attraverso apposite giranti palettate – sconvolge irreversibilmente i delicati equilibri idrogeologici in cui l’energia si nasconde sotto forma di “potenziale”. Le tragedie dovute ad una sbrigativa valutazione dell’impatto ambientale di opere come le dighe, spesso rimaste sulla coscienza di quanti avevano cavalcato l’onda dell’entusiasmo “verde” fino ad un attimo prima, stanno a testimoniare la mancanza di facili panacee energetiche e il dubbio saldo costi-benefici talora offerto dalle soluzioni considerate più allettanti perché “pulite”.
Bypassiamo le odi all’acqua e al mare di pagg. 151-152, che spostano per qualche riga il campo significante del Programmone dalla politica alla poesia d’amorosi sensi, per accorgerci che a pag. 153, dopo aver perorato la progressiva abolizione della “ricerca e [della] sperimentazione che [...] facciano uso [...] di animali”, il testo si ripete identico a se stesso a fondo pagina (“occorre promuovere e favorire la ricerca effettuata con metodi alternativi all’utilizzo di animali e progressivamente abolire la ricerca e la sperimentazione che ne facciano ancora uso”). Abbiamo capito, non c’era bisogno di reiterare l’antifona: speriamo bene.
Il penultimo paragrafo del primo dei due sottocapitoli economici è riservato al comparto agroalimentare. Guidato con piglio littorio dal ministro Alemanno, il dicastero dell’Agricoltura ha mostrato alla base moderata il volto della peggior “destra” possibile. Protezionista, clientelare (il rinnovo contrattuale ai forestali calabresi), retrograda (lo sdegnoso pregiudizio anti-OGM) e, in fin dei conti, separata dalla sinistra solo da un esile diaframma ideologico, conciato con le pelli dello stesso vitello d’oro statalista. La sinistra sostiene di voler ingaggiare una serrata “lotta ad un protezionismo egoistico” ma, attenti bene, sempre con un occhio di riguardo “all’affermazione di politiche che garantiscano la sostenibilità” (pag. 154). La tecnica del contrappunto cerchiobottista, immancabilmente impiegata ogniqualvolta il programma rischia di prendere posizioni troppo definite (e dunque per forza di cose sgradite almeno a qualche cespuglio unionista), torna a sedare i bollenti spiriti del lettore col suo sieroso placebo doroteo. Così, ormai sonnecchiante, la palpebra quasi cala proprio laddove si stabilisce che “è necessario confermare l’importanza della Politica Agricola Comunitaria”, cioè mantenere lo status quo senza sbandamenti riformatori, altro che lotta al protezionismo. Sotto il nome di politica agricola comunitaria (PAC) va un sistema di sovvenzionamento dei mercati agricoli europei che, in pratica, pre-paga sostanziose quote dei prodotti del settore con denaro pubblico proveniente dalle tasche di tutti i contribuenti di Eurolandia – a prescindere dal loro reale interessamento nei riguardi di quei generi di consumo – e dai dazi doganali riscossi alle agricolture extracomunitarie che intendono varcarne i confini. Con esiti devastanti sulle economie in via di sviluppo, teoricamente imbattibili nel primario grazie agli immensi spazi di coltura a loro disposizione, ma escluse dalla regolare competizione per mezzo del combinato disposto dazi/sovvenzioni adottato dalla Comunità Europea e – sia pur con minore intensità – dagli USA.
Poi c’è da “custodire i valori della biodiversità e privilegiare la naturalità dei processi incentivando [...] l’agricoltura biologica” (pag. 155), magari tirando a campare su pregiudizi di cartapesta, muniti della loro brava testa di turco. Sì, la litania “bio” va a parare proprio dove state pensando: “verso gli Organismi geneticamente modificati [adotteremo] il principio di massima precauzione”. Un orientamento apparentemente equanime, da parte degli appaltatori verdi di questo segmento di programma, ma che non cessa di rivelare la loro profonda ignoranza in materia di botanica e una sesquipedale ipocrisia a proposito di “prudenzialità”.
Ignoranza, perché tutti i prodotti ortofrutticoli che mangiamo sono il risultato, bene che vada, di qualche secolo di modifiche genetiche ottenute con la tecnica dell’innesto: non tutti ne sono al corrente, ma i primi pomodori giunti dalle Americhe erano tossici. I nostri sughi e ragù, in realtà, sono legati con un ortaggio che deriva da ripetute intersezioni geniche con specie vegetali atossiche (soprattutto pesche). I procedimenti all’avanguardia consentono semplicemente di arrivare ai medesimi risultati in minor tempo e con un maggior livello di precisione nell’eliminazione delle sostanze nocive eventualmente presenti in frutta e verdura. La salute si difende togliendo gli agenti cancerogeni da polenta e basilico, oppure arroccandosi nella difesa di improbabili categorie dello spirito come la “biodiversità”?
Di nient’altro che di ipocrisia si può parlare, poi, considerando l’impalcatura ideologica di un sistema di pensiero che trova normalissimo consentire un far west di protocolli medici occisivi sugli embrioni umani, opponendo per contro il più secco rifiuto ai ritrovati delle biotecnologie agricole. Si facciano pure a pezzi gli embrioni, insomma, ma guai a chi tocca la foca monaca e/o i semi di soia.
Sempre della serie “indirizzi programmatici verosimilmente inconciliabili”, arrivano le direttrici di massima per quanto attiene al posizionamento del primario italiano nella dialettica tra istanze comunitarie ed esigenze nazionali. Non si espone solo l’assicurazione che “pur in un contesto comunitario si rende sempre più necessaria una forte politica agricola nazionale” (pp. 155-156), ma anche un pilatesco controcanto, per giunta a distanza ridottissima: “no ad una rinazionalizzazione della politica agricola comunitaria” (pag. 155). Le decisioni, ancora una volta, sembrano appese al filo della vaghezza identitaria ulivista.
C’è posto anche per la promessa di un “nuovo protagonismo delle donne in agricoltura” (pag. 156); peccato che il rapporto tra l’impegno femminile e maschile nei campi – e parlo per esperienza diretta – sia grossomodo di 5:1 da sempre. Per verificarlo, basta farsi un giretto in risaia o tra i “trimi” di un campo di tabacco in periodo di raccolta.
Molto originale, infine, appare l’idea di istituire “un’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Alimentare” (pag. 157) che, prodiga di maiuscole come si preannuncia, senz’altro saprebbe agevolmente risolvere le inefficienze dell’apparato statale... ingrossandone i ranghi. Se ti si buca una ruota, perché sostituirla? Basta agganciarne una sana di fianco alla vecchia: questa è la filosofia di chi confida nel potere salvifico delle authorities.
In definitiva, se statalismo ottuso deve essere, meglio tenersi la fisiocrazia alle vongole di Alemanno, col tanto di vantaggio che deriva dal dissenso tra alleati.
Prima di affrancarmi dal ruolo di censore fai da te del programmone, rimane da perlustrare il paragrafo dedicato al turismo. Torna utile a tal fine uno di quei begli elenchi di ideone scandite dai trattini a capo riga. Sta tutto a pagina 157: “aumentare la qualità dei prodotti” – prodotti? E io che pensavo che il turismo offrisse accoglienza, comfort, svago e roba simile; “diminuire i differenziali di prezzo con i nostri concorrenti”, cioè far loro concorrenza nell’unico modo conosciuto; “rendere più agevole il raggiungimento delle destinazioni turistiche”, ossia puntare molto su nuove infrastrutture stradali, recisamente avversate in altri passi del programma; “contrastare il lavoro nero ed irregolare nel settore turistico”, per esempio estendendo l’applicabilità della Legge Biagi, abbassando le tasse e diminuendo il peso degli adempimenti burocratici?
Potrebbe funzionare molto bene la “riduzione del differenziale IVA tra le imprese turistiche italiane e quelle dei competitori europei” (pag. 158), ma tenendo ben presente che questo genere di provvedimenti incontra serie difficoltà di circoscrizione, poiché i segmenti di indotto esclusi dai benefici fiscali in predicato hanno sempre gioco a protestarsi discriminati. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la capacità di modulare gli sgravi tra le parti sociali coinvolte nel progetto. Dulcis in fundo, arriva l’uovo di Colombo, la trovata semplice ma geniale per risollevare le sorti del turismo italico: “È [...] necessari[a] [...] la creazione di un Dipartimento [...] del turismo”. Scorrere le paginate di suggerimenti prodiani “per il bene dell’Italia” e scoprirvi – ma tu guarda! – l’intento di allargare la mangiatoia del parastato, nella fattispecie sovrapponendo le competenze di nuove autorità “indipendenti” agli incarichi dei centri direzionali preesistenti, è stata per me una sensazionale epifania di intelletto politico, un distillato di sapiente elaborazione programmatica. Mi ha lasciato di stucco, chi se lo sarebbe mai aspettato.

 

(9.Continua)

Pubblicato il 24/3/2006 alle 18.52 nella rubrica Diario.

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