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Per il bene dell'Italia/8

Prosegue il mio immaginifico viaggio tra le profferte energetiche a marchio unionista. Si legge a pag. 142 che “Tra gli obiettivi dell’azione di Governo rientrano l’aumento della concorrenza [e] la riduzione dei divari di prezzo dell’offerta energetica rispetto agli altri paesi europei”, ma va altresì aggiunto che la “diversificazione delle importazioni” si realizza anche differenziando le “provenienze del gas naturale” e le “soluzioni di trasporto”. A premesse largamente condivisibili, se la prolungata frequentazione di questo programma e dei suoi stilemi non mi trae in inganno, corrisponderanno sicuramente ricette sconclusionate e/o incisi sibillini a mo’ di “righe piccole” – compitate per ammansire un coté di firmatari troppo eterogeneo per non essere considerato cedevole sull’unanime adozione dei nodi programmatici più stringenti.
Segue un’infilata di perle propositive tra il serio e il faceto, a conferma della mia sfiducia preconcetta. Sempre a pag. 142 sta scritto che l’Enel deve “cedere all’asta capacità di generazione per eliminare l’eccesso di potere di mercato che tuttora detiene” e che “occorre favorire la generazione distribuita, passando da pochi grandi impianti a numerosi impianti più piccoli ad elevata efficienza, distribuiti sul territorio”. Contemporaneamente, l’Unione ritiene che “le società che gestiscono la rete di trasporto [debbano essere] separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche” e che per tali società rimanga valido l’asserto secondo cui “i vecchi ‘campioni nazionali’ dell’energia abbiano la capacità di crescere come ‘campioni europei’ e di operare anche fuori dai confini nazionali”.
A parte il fatto che, come torno a ripetere, lo scenario misto dirigista-estensivo così prospettato colpisce retroattivamente gli interessi di chi ha acquistato azioni del gruppo Terna all’epoca della loro emissione, la dialettica di mercato testé descritta non convince del tutto. Il gestore di rete, pubblico, secondo quanto proposto dovrebbe costantemente garantire un’offerta di capacità di trasporto superiore alla domanda, per scongiurare il formarsi di monopoli sul lato della generazione. Il tutto mentre i produttori, nanerottoli sotto la frusta perenne – si presume – dell’antitrust, avrebbero a disposizione un ampio ventaglio di possibilità insediative sul territorio. Siamo sicuri?
Il surplus di trasporto implica un’attenzione per l’innovazione e la manutenzione delle reti che la mano pubblica, dati storici alla mano, non ha mai dimostrato di saper coltivare a dovere. Eventuali utili d’impresa nel settore pubblico, da che mondo è mondo, subiscono le pressioni esercitate dal menagement boiardo che, ansioso di foraggiare i suoi mandatari, preme per convertirli in dividendi da pompare nelle casse dello stato. Mai si è visto – in Italia, poi! – un pannello dirigente disposto ad “affamare la bestia” pur di investire in migliorie tecnologiche competitive. Inoltre, se siamo consapevoli di riferirci ad un settore in cui il progresso avanza a ritmi galoppanti, delineiamo appieno i contorni vagamente utopici del primo lato (quello “statalista”) della proposta complessiva. Sul secondo versante, che prefigura un arcipelago di piccoli capitalisti del kilowattora in regime di concorrenza perfetta, pesano analoghe pregiudiziali di ingenuità, dovute però ad un eccesso di ottimismo di segno opposto rispetto al contrappunto dirigista di cui sopra. Senza insistere sull’aperta discrasia ideologica interna ad un documento che, sul terreno della politica industriale, tuona più volte contro il cosiddetto “nanismo” e poi, quando si focalizza su un settore specifico e – quello sì – “dimensionalmente sensibile” come il comparto energetico, predica le virtù del policentrismo sparpagliato, mi limito a segnalare due miei personali dubbi di merito. Primo dubbio: in un Paese nel quale basta ventilare l’ipotesi di una nuova discarica per scatenare oceaniche sommosse popolari, verrebbe davvero accettata così pacificamente una ridistribuzione in senso “estensivo” delle strutture per la trasformazione energetica? Secondo dubbio: tanto zelo nella sorveglianza sulla concorrenza interna al nostro mercato nazionale non espone l’Italia all’impotenza nei confronti di partner europei meno “virtuosi” in materia di antitrust? I recenti fattacci franco-spagnoli lascerebbero supporre di sì...
A pagina 143 campeggia un severo monito modernizzatore: “puntiamo alla costruzione di nuovi gasdotti e terminali di rigassificazione del gas naturale liquefatto (GNL)”. Anche in questo caso, lo slancio propositivo enunciato sfonda un cancello aperto più a destra che a sinistra, stanti le ubbie cavalcate dagli ambientalisti – se del caso spalleggiati da una variopinta fauna di comici e comizianti, sempre disposti ad improvvisarsi tribuni del malcontento popolare – e dagli enti locali allorché ci si azzarda ad ipotizzare la costruzione di un terminale, di un termovalorizzatore, di una piccola turbina a gas, e così via. Più avanti si lancia l’idea di una  rivitalizzazione della Autorità garante per il gas e l’energia elettrica, in accordo con l’unico asse portante coerentemente sviluppato nel programma prodiano: authority, authority, authority. Poi arriva l’angolo della fantascienza pura : “Quanto alle ‘nuove fonti rinnovabili’ (eolico, biomasse, fotovoltaico, solare a concentrazione, solare termico, idroelettrico di piccola taglia, geotermia), vogliamo nell’arco della legislatura siano almeno raddoppiate, in modo da giungere nel 2011 al 25% di produzione elettrica da rinnovabili”. Un consiglio col sorriso sulle labbra: puntate sull’ “idroelettrico di piccola taglia”, qualunque cosa significhi la locuzione, perché le altre fonti hanno già raggiunto il loro capolinea strutturale. E non infierisco oltre.
Parliamo di fonti davvero proiettate verso il futuro, parliamo di nucleare. L’impegno unionista è orientato a produrre “azioni di messa in sicurezza del combustibile e delle scorie esistenti in Italia” e “partecipazion[i] in sede internazionale alla ricerca sul nucleare pulito di nuova generazione”. Nel primo caso censurando implicitamente la condotta tenuta dalla sinistra (e dalla peggior destra) in occasione dell’arcinota vertenza di Scanzano Jonico; nel secondo rinunciando a giocare un ruolo davvero di rilievo nello sviluppo della tecnologia che, piaccia o meno, un giorno sostituirà i combustibili fossili. Ma, da parte della pubblicistica di sinistra, è già molto poter incontrare una aperta ammissione dell’esistenza di un nucleare qualificabile come “pulito”. Accontentiamoci.
Saltando senza rimpianti il logorroico preambolo al paragrafo riguardante “La nuova alleanza con la natura: ambiente e territorio per lo sviluppo” (pagg. 144-145-146), che già dal titolo promette abbondanti dosi di retorica ecologista e – di conseguenza – sottilmente neopagana, giungo direttamente a pagina 147. Dove il governo Berlusconi riceve una dura critica per non aver varato “un’organica riforma della legge n. 97 del 1994” sulle comunità montane, “malgrado [ve ne] fossero le condizioni”. Indipendentemente dall’effettivo contenuto di quel testo normativo, viene da domandarsi come mai l’accusa di inconcludenza debba ricadere solamente sui responsabili dell’ultima legislatura, visto che la sinistra avrebbe avuto a disposizione il quinquennio di governo che le toccò in sorte nel ’96, per adempiere agli aggiustamenti del caso. Se era tanto importante rimettere mano alla disciplina delle comunità montane, perché non l’hanno fatto loro? Argomenti che ricordano da vicino quelli, tipicamente forzisti, utilizzati per difendere l’esecutivo e la sua maggioranza dall’accusa di non aver seriamente legiferato sul conflitto di interessi.
A pag. 149 fa capolino un problema che può sembrare secondario sola a chi non abbia dimestichezza con il processo edilizio: “Nonostante la diffusione di attività di recupero e riciclaggio la pratica dell’abbandono degli inerti da demolizione è ancora diffusa”, con ripercussioni anche inaspettatamente gravose sul tasso di inquinamento delle aree contermini. La soluzione al problema è stata in parte ottenuta in Spagna, dove i materiali edilizi di risulta vengono ammassati ai bordi dei cantieri e messi a disposizione di chiunque voglia rifornirsi di laterizi, tondini d’acciaio, guaine isolanti e componentistica varia. Sembra una sciocchezza, ma questa forma di “riciclaggio no profit” consente di smaltire rifiuti scarsamente degradabili con costi di transazione pressoché nulli.
In definitiva, come orientamento di massima in materia di salvaguardia ambientale, emerge una ennesima variazione a tema della sfiducia “sinistrese” per il regime di privativa in genere, veicolata per mezzo di una stanca riproposizione della pianificazione territoriale come unico strumento di tutela paesaggistica delle aree di pregio. Invece è solo tramite un ripensamento dei diritti di proprietà privata che la protezione dell’ambiente può conoscere una stagione di rinascita: un pascolo pubblico finisce devastato dall’incuria (non è di nessuno), mentre un pascolo privato viene sfruttato in modo sostenibile (appartiene ad un padrone che ha tutto l’interesse a preservarne l’integrità).

 

(8.Continua)

Pubblicato il 21/3/2006 alle 16.29 nella rubrica Diario.

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