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Duello TV: vince Prodi

Il match televisivo tra i due sfidanti che si contendono il piano nobile di Palazzo Chigi (forte di uno share del 52,13%, pari a sedici milioni di spettatori), dopo le travagliate negoziazioni intrattenute dai rispettivi staff nei giorni scorsi, ieri sera ha avuto infine luogo e il bilancio del giorno dopo attesta una vittoria ai punti di Romano Prodi. Lo svolgimento del dibattito, scandito da una tempistica prefissata per domande, risposte e controrisposte, ha premiato la cura certosina con cui il Professore bolognese ne ha fatto calibrare il regolamento. Una regia a canali separati ha completato l’opera, impedendo i “controscena” (smorfie di disappunto o gesticolamenti plateali per ridicolizzare i discorsi dell’avversario) e neutralizzando il repertorio di mattane al quale il Cav. usa attingere per vivacizzare i suoi argomenti. Ingabbiato in minutaggi stringenti e in minicomizi ragionieristici, il Presidente del Consiglio ha rivelato un profondo disagio: la penna costantemente a scribacchiare aste e cerchietti, gli occhi bassi, i rari sguardi in camera fuori bersaglio, la retorica inchiodata alle geremiadi sui “capovolgimenti della realtà” da parte dell’interlocutore. Il tutto contestuale ad un “gradiente tattico” che vedeva Berlusconi partire decisamente avvantaggiato, dopo una prima rotazione di domande a lui favorevole. Bene gli ha detto finché il discorso ha mantenuto una piega fiscale-tributaria, con Prodi a bofonchiare qualche distinguo tra rendite e depositi bancari, ma la fortunata flessione dei temi economici sull’unico sottogruppo (le tasse) che il Cav. può impugnare dalla parte del manico non è stata capitalizzata a dovere. Lo stesso dicasi con i calci di rigore fischiati in zona TAV e concertazione, che ad esempio un Fini (ancora impegnato a digerire i poveri resti di Franceschini e Rutelli, sbranati in un sol boccone dalla La Rosa e da Mentana rispettivamente) avrebbe messo in rete senza difficoltà. Bisognava costringere il leader (?) dell’Unione sulla difensiva, bisognava costringerlo a riconoscere che i manifestanti della Val di Susa appartengono ad un serbatoio elettorale organico all’ala più oltranzista della sua coalizione, bisognava rinfacciargli che sposare le tesi di Confindustria e della CGIL contemporaneamente non significa aprire al dialogo sociale, ma solo mancare di visione politica e della tanto decantata “serietà al governo”. L’unica trovata davvero intelligente – e potenzialmente devastante per la fragilissima piattaforma programmatica dell’Unione – il Cav. l’ha sfoderata quando ha sottolineato l’invereconda proliferazione del parastato messa a verbale all’interno dell’oceanico “contratto con gli italiani” prodiano. Oltre quaranta tra authorities e nuovi dipartimenti speciali si profilano all’orizzonte, pronti ad ingrossare le file della burocrazia pletorica e del clientelismo più bieco: le idee della sinistra per il futuro si riducono a questo. Ma allora, volendo puntare con convinzione su un grimaldello dialettico così efficace, il Berlusca avrebbe dovuto prepararsi a far gravitare attorno ad esso tutta una serie di filippiche studiate alla bisogna. Eppure, quantunque l’avversario gli si sia presentato inerme in più occasioni, il leader della Cdl ha esitato ad assestargli il colpo di grazia.
Così il “diesel” Prodi ha potuto prendere il sopravvento, approfittando dell’infortunio particolarmente doloroso (e facilmente individuabile) toccato al Presidente del Consiglio allorché la discussione si è soffermata sulle politiche femminili. Nessuno lo dice, ma sarà il voto delle donne a decidere le sorti di questa tornata elettorale. Chi si sarebbe mai aspettato di sentire una tale supercazzola di stereotipi familistici sulla bocca del Cav. – le donne, secondo lui, rinuncerebbero all’impegno in politica perché già connotate come “spose” e “madri” a prescindere – proprio in una fase tanto delicate per la formazione del consenso presso un elettorato fluido come quello femminile? Al Professore non sembrava vero di poter nobilitare così a buon mercato un’anticaglia progressista come le “quote rosa” (che ricordano molto da vicino i prontuari venatori pubblicati con l’arrivo della stagione di caccia). Meglio sarebbe stato ripiegare sull’ampliamento della libertà di scelta delle donne – di sposarsi presto, di far figli presto, di non abortire se riluttanti – piuttosto che indulgere a luoghi comuni da provincia agricola anni ’50. Da questo inciampo in avanti, la testa della gara è rimasta saldamente in mano a Prodi – fino al capolavoro dello scambio di ruoli nel finale, col Professore a conquistare lo stesso “gradiente tattico” che fino a non più di un’ora prima arrideva al Cavaliere. Novello Napoleone ad Austerlitz, Prodi agguanta la retorica della felicità al “grande comunicatore”, costretto in un angolo a ruminare amaro sui comunisti accentratori e sull’uva del confronto TV che, con regole tanto severe, poteva rivelarsi solo acerba. Compito di Berlusconi doveva essere quello di strappare consensi al suo – ormai probabile – successore, in un quadro preelettorale che, a ventiquattro giorni dal voto, lo vede in svantaggio di cinque punti percentuali contro una coalizione che ricomprende tutti gli eredi del compromesso storico, nessuno escluso. Missione fallita: non s’è mossa una foglia. La Beresina del fronte moderato si avvicina.

Pubblicato il 15/3/2006 alle 13.49 nella rubrica Diario.

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