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Per il bene dell'Italia/6

È a partire dal paragrafo vergato tra le pagine 127, 128 e 129, sia pure con qualche eccesso d’indulgenza per i cadeau da pagare ai Verdi (“la conservazione e produzione di energia pulita, la sanità e la protezione ambientale”, maliziosamente insinuate tra “aree d’avanguardia” come “l’applicazione dell’ICT ai servizi sociali, il programma satellitare Galileo, [...] i settori europei aerospaziale, navale e delle comunicazioni”, c’entrano come i cavoli a merenda), che il programma dell’Unione conosce alcune delle sue proposte più felici.
Tra le ragioni delle sempre più scarse performance dell’export vi è senz’altro l’abbassamento “della produttività italiana [con un] costo del lavoro per unità di prodotto [che] negli anni 2000 è cresciuto dell’1% in Germania, del 10% in Francia [e] del 20% in Italia” (pag. 127); ma va pur sempre ricordato che i tedeschi, per mantenere intatto quel tendenziale, non hanno esitato a sussidiare cinque milioni di cittadini disoccupati, scorporando quindi le loro (mancate) prestazioni lavorative dal costo unitario dei manufatti. Rimane un mistero, poi, il correttivo tributario da adottare per sanare le criticità di tale quadro: detassare sul lato dell’offerta di lavoro (agendo sul noto “cuneo fiscale”) o della domanda (diminuendo le imposte sul reddito)? Illuminante, in ogni caso, risulta lo sviluppo successivo dell’analisi, specie quando individua la necessità di “puntare sull’attrazione degli investimenti diretti esteri in Italia” e afferma che le “politiche per l’accoglimento di imprese estere devono riguardare la rimozione delle difficoltà sia di entrata sia di uscita” (pag. 128), con un occhio di riguardo per l’agevolazione dello start up imprenditoriale. Solo favorendo l’ingresso di nuove aziende – straniere o meno non ha importanza, laddove sappiano reggere e stimolare la concorrenza – sui nostri mercati si possono “obbligare” i soggetti già presenti a migliorare sul piano della produttività e su quello della convenienza.
Queste linee guida specifiche devono però concretizzarsi in margine ad un piano di riforme economiche coerentemente improntato alla liberalizzazione dei mercati: contendibilità delle imprese, flessibilità lavorativa, detassazione e privatizzazioni innanzitutto. Invece spiace dover osservare che spesso lo spargimento di sentenze propagandistiche (“l’esperienza passata ha privilegiato l’aspetto della privatizzazione su quello della de-monopolizzazione”, pag. 129) tende a precludere lo sviluppo di riflessioni dettagliate o, in alternativa, il beneficio di un’onorevole ammissione di colpa. Furono i governi dell’Ulivo, infatti, ad attuare le privatizzazioni senza prima liberalizzare i mercati, traghettando così la grande industria da un monopolio statale ad uno privato. Alla collocazione azionaria di pacchetti troppo ingenti corrispose l’eccessiva selezione dei compratori, che si ridussero così alla cerchia delle solite grandi famiglie. Lasciando per il momento da parte ogni velleità polemica, devo riconoscere che il prosieguo della disamina relativa alle politiche per la concorrenza (pp. 130, 131 e 132) incontra decisamente i miei personali orientamenti in materia. Lo stringato documento programmatico presentato dalla CdL non riesce nemmeno a sfiorare certe vette di (ipotetico) liberismo: “Liberalizzare ha senso se significa contrastare la rendita e aumentare l’efficienza del sistema economico”; “Politiche di liberalizzazione e trasparenza crediamo vadano attuate [...] nei settori della distribuzione dei farmaci e dei taxi”; un “settore che necessita di specifiche politiche di liberalizzazione e tutela degli [...] interessi dei cittadini, è il settore dei servizi professionali”; “nei paesi più liberali [...] la maggior libertà nelle professioni consente maggior ricchezza complessiva”, e così via. Non nascondo di riporre una certa masochistica aspettativa nello slancio riformatore della sinistra in materia di ordini professionali. Masochistica per due motivi: primo perché il sottoscritto, salvo improbabili rivoluzionamenti esistenziali dell’ultima ora, con ogni probabilità è destinato ad approdare al mondo della libera professione (e avrebbe quindi tutto l’interesse a mantenerne lo status quo); secondo perché solo il centrosinistra può lanciare una sfida credibile al corporativismo professionale, in quanto il centrodestra trema alla sola idea di alienarsi il consenso di quello che è da sempre un suo affezionato bacino elettorale (tocca quindi augurarsi che vinca Prodi, limitatamente a questa issue).
Ovviamente anche in questa “isola felice”, fortuitamente avvistata navigando per lo sterminato oceano del programma prodiano, non mancano i motivi di perplessità, per lo più dovuti agli accessi di pilatesca ambiguità di cui – come più volte ribadito – è disseminato ogni snodo realmente impegnativo del documento in esame. Un sincero “mercatista” non sentirebbe mai la necessità di sottolineare che una robusta liberalizzazione, nell’ambito dei servizi pubblici locali, “deve significare altresì garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei servizi” (pag. 130). Smantellare gli oligopoli collusivi avvantaggia in primo luogo il consumatore nei confront dei potentati economici, perciò soddisfa egregiamente la sensibilità “di sinistra”: perché dubitarne? Alla stessa pagina, inoltre, si afferma che “nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica”. Posto che una sommaria distinzione della casistica avrebbe giovato all’intelligibilità dell’asserto di cui sopra – che relativamente al trasporto su gomma, in effetti, scadrebbe nell’assurdo –, riesce difficile figurarsene la congruenza con quanto argomentato in materia di concorrenza fino a questo punto. Bisogna probabilmente riferire tale indicazione al mantenimento di quote minime di golden share: altrimenti, in accordo con l’obiettivo deliberato, la cessione ai privati della prima tranche di azioni del gruppo Terna (rete elettrica) andrebbe revocata. Per quanto riguarda il “settore cruciale dell’acqua”, poi, “la distinzione fra rete e servizio è più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. Stante, voglio sperare, almeno la conferma del vigente regime concessorio!
Passando alle misure da adottare al fine di intervenire sulle rigidezze della grande distribuzione commerciale (pp. 132-133), ci si torna ad addentrare in fitte cortine di nebbia politichese. Va benissimo “promuovere la spinta concorrenziale nel settore [...], favorendo [...] il contenimento dei prezzi finali al consumo”, ma come si può conciliare l’accrescimento della “dimensione delle catene distributive nazionali, per far fronte [ai] grandi gruppi stranieri” con la tutela della “permanenza nei centri urbani delle piccole attività commerciali”? In un’ottica di contenimento dei prezzi, aumentare le dimensioni dei grandi distributori complica molto la vita, perché, moltiplicando per forza di cose gli intermediari di filiera, non può che rivelarsi svantaggioso per il fruitore terminale di un bene o di un servizio. Cosa significa peritarsi di “garantire un equilibrio tra esigenze competitive ed esigenze sociali e produttive, attraverso la selettività degli interventi in un quadro di programmazione territoriale”? Sembrano i vaniloqui sconclusionati di uno studente ansioso di buttar giù alla meno peggio le ultime righe di tesina prima di uscire in tutta fretta con gli amici...
Capitolo “mercati finanziari” (pp. 133-134). Il quadro delineato fornisce una corretta sintesi dell’attuale centro nevralgico di tutti i problemi del settore. In sintesi, negli ultimi anni un rapidissimo processo di aggregazione degli istituti di credito ha portato alla formazione di spiacevoli intrecci tra imprese finanziate e partecipazioni proprietarie, con conseguente proliferazione dei conflitti di interesse. Di tutto quello che viene detto circa la possibile normalizzazione dello scenario, l’unica verità è che in Italia manca del tutto l’azionariato diffuso sul modello della public company, per ottenere il quale bisognerebbe riformare le Fondazioni bancarie. Prodi, mandatario dei maggiori tycoon del credito italiano, oserebbe tanto? Mah...
Meglio lasciar perdere ogni lungaggine sul ricorso alle class actions come strumento di tutela dei risparmiatori truffati: basterebbe ammodernare le procedure di costituzione in parte civile, io credo, per giungere agli stessi risultati auspicati nel testo programmatico (azione collettiva, suddivisione delle spese processuali).
Infine, viene espresso un indirizzo decisamente “perdonista” a proposito di diritto fallimentare, che stride apertamente con l’inflessibilità manifestata dalla sinistra in merito al diritto societario. In soldoni, si vuole rivalutare il ruolo del giudice rispetto a quello del curatore fallimentare, di modo da contemperare le istanze dei creditori maggiori (le banche), attualmente molto privilegiati, con quelle dei piccoli e medi. Le residue potenzialità produttive dell’impresa verrebbero così sacrificate alle esigenze di chi ha tutto l’interesse a riscuotere la liquidazione. Lo scoraggiamento di una ripartenza produttiva su scala la più ampia possibile appare evidente, così come la contraddizione con la lotta al “nanismo” delle imprese, più volte enfaticamente proclamata.

 

(6.Continua)

Pubblicato il 11/3/2006 alle 14.29 nella rubrica Diario.

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