Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Per il bene dell'Italia/5

Come accennavo di sfuggita l’ultima volta, il fiume carsico delle proposte economiche unioniste alterna vere e proprie perle di saggezza a onirici residuati dirigisti della peggior specie. Così, se auspicare “una politica del lavoro che coniughi flessibilità e stabilità, superando quindi la precarietà” (pag. 120), similmente all’idea di un sistema elettorale che contemperi “rappresentanza e governabilità”, evoca l’immagine dell’ingenuo marito che spera di ubriacare la moglie senza rimetterci una goccia di vino, garantire invece “l’efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile” (ivi) frutterebbe senz’altro la più vasta approvazione possibile. Già, ma come? Forse con “la creazione di economie esterne, soprattutto attraverso l’investimento sul capitale umano” (ivi)? E cosa vorrebbe dire, in pratica? Tanto più che la “flessibilità stabilizzata” cui viene fatto riferimento nel programma esiste già grazie alla legge Biagi, e costituisce forse l’unico autentico fiore all’occhiello del governo Berlusconi.
Ancora a pag. 120 compare un pastiche di suggestioni politico-industriali assortite: “[...] dovremo attuare [...] un sistema di incentivi mirato [...] al rafforzamento patrimoniale e dimensionale di impresa [...] e all’innovazione di prodotto nei settori individuati come strategici, con particolare riferimento al settore manufatturiero (sic!). Accanirsi sul manifatturiero in quanto tale, a dire la verità, potrebbe rivelarsi un atteggiamento retrogrado e inutilmente conservatore. Date le premesse, si farebbe meglio a parlare esplicitamente di produzioni ad alto valore tecnologico aggiunto, cioè di beni difficilmente surrogabili a breve termine. Sarebbe esiziale illudersi di preservare la competitività del “sistema Italia” potenziando l’incentivazione di comparti come il tessile o l’arredocasa: le categorie merceologiche facilmente imitabili, infatti, vedranno sempre più affermarsi la supremazia dei paesi emergenti (soprattutto la Cina) e delle loro immense economie di scala. Ma queste sono indicazioni di dominio pubblico, diamole per acquisite e continuiamo a leggere.
Emerge la necessità di “una riqualificazione della domanda pubblica, attraverso [...] la capacità di parlare alle imprese, [...] offrendo le informazioni necessarie perché intraprendano adeguati investimenti: ad esempio, nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) in connessione con una politica di informatizzazione della PA; in pannelli solari, nei motori a metano, nella progettazione dei motori a idrogeno”. Devono essere dei teneroni, gli autori di questo passaggio: hanno provveduto ad allungare un solerte zuccherino agli ambientalisti, annoverando tra gli investimenti per il futuro una burla come il fotovoltaico (fatevi due conti sul rendimento di Watt per metro quadro di pannello solare, poi ne riparliamo), un carburante ad alto rischio come il metano (vi siete mai chiesti come mai i distributori e i serbatoi di gas vengano dislocati lontano dai centri abitati?) e una chimera come l’idrogeno (che è un vettore, non già una fonte d’energia!). Sono poi convinto che fornire uno sbocco sicuro alle tecnologie nazionali, istituendo ope legis una sorta di “aggiotaggio controllato” sui flussi informativi destinati al mercato interno dell’ICT, conduca a tutto fuorché allo stimolo dell’innovazione. Si pensi alle obsolete telescriventi che la Olivetti continuava a produrre mentre la IBM rivoluzionava il settore con l’avvento del personal computer: la sicurezza di poter contare su un fedele committente “istituzionale” (nella fattispecie lo Stato italiano o, peggio, quello sovietico) le consentiva di sedersi sugli allori senza l’assillo dell’aggiornamento continuo.
Bene, invece, “il sostegno ai settori emergenti, [...] anche attraverso interventi di sostegno fiscale all’innovazione e al ‘venture capital’”, dove però eliminerei quell’“anche”: la buona politica “sostiene” le imprese esclusivamente in quei due modi lì. Qualche perplessità suscita poi l’intenzione (pag. 121) di favorire “l’allestimento a livello dei distretti, di Centri di centri di servizi in grado di” esternalizzare gli adempimenti burocratici a carico delle imprese. Ma anziché gonfiare le plaghe del parastato, sarebbe opportuno appaltare alle imprese private più dinamiche la fornitura dei servizi di copertura promozionale e/o amministrativa, avendo cura di rendere disponibili adeguate reti infrastrutturali. Invece capitava giusto l’altro giorno che la veronese Finservice, dopo aver aperto in provincia una nuova sede della sua catena multinazionale specializzata in logistica e comunicazione, lamentasse a mezzo stampa di ritrovarsi sprovvista di una linea ADSL (internet a banda larga, per chi facesse ritorno da Tonga solo ora dopo diversi anni di ferie). Immagino che ogni commento sia superfluo.
Eccoci quindi al modello di governance della politica per la crescita e competitività”, esposto a pag. 122 e strutturato secondo tre direttrici. La prima prevede a sua volta due linee d’azione: una, definita “orizzontale” nel testo, da attuarsi mediante un “comitato interministeriale presieduto dal Presidente – che appunto quello fa: presiede – del Consiglio con il compito di individuare e monitorare i progetti strategici. Il comitato [manterrebbe] anche competenze [...] in capo al Ministero del Tesoro”. Solo che il Ministero del Tesoro, con la riforma Bassanini, è stato accorpato all’Economia, no? Ma, visto che si parla di partecipazioni statali, conterà essenzialmente lo spirito della proposta, improntata ad un dirigismo vecchia maniera anche nella sua sottoparte “verticale”. La quale ambirebbe ad agire “attraverso una sorta di ‘cabina di regia’ Stato-Regioni e Stato-enti locali in materie relative alla competitività e alle politiche industriali nel rispetto [...] della sussidiarietà verticale”. Di quest’ultimo principio, casomai, bisognava parlare diffusamente nel capitolo dedicato al federalismo. Il termine “sussidiarietà”, infatti, trova concreta applicazione limitatamente ad una ben precisa ripartizione della reversibilità assistenziale tra livelli di governo e cittadinanza, che vede intervenire ciascun anello della catena di finanziamento pubblico solo per integrare le risorse erogate da quello immediatamente sottostante. Nel quadro di una revisione dei poteri decisionali in materia di politica industriale – per di più orientata all’accentramento da un lato e alla presumibile sovrapposizione con la ristrutturazione in senso federale dello stato dall’altro –, quindi, il riferimento c’entra davvero poco.
La seconda direttrice è una riformulazione della concertazione in variante “mista” (pubblico più privato) e concentrata sui progetti industriali di rilievo. Lo strumento del cofinanziamento, però, ammesso e non concesso che si sia rivelato efficace “in ambito comunitario”, dovrebbe potersi rapportare al portafoglio risorse di istituzioni ben definite. Per il momento, invece, conosciamo solo il ruolo che, in tutto questo vago scenario, giocherebbe eventualmente un Ministero che nemmeno esiste più (quello del Tesoro). Forse ci corre in aiuto la terza direttrice, la quale intende riequilibrare le “competenze all’interno del governo, attraverso la creazione di un Ministero che sia un forte centro di competenze sui temi dell’economia reale”. Ma non esiste già il Ministero delle Attività Produttive, creato in conformità con la Bassanini appositamente per soddisfare le stesse esigenze di coordinamento unitario sopra enunciate? Qui Cencelli ci cova. Però al nuovo Ministero spetterebbero “tutte le leve di sostegno alla competitività del sistema produttivo: sostegno alle imprese, politiche per l’internazionalizzazione, politiche per la ricerca e l’innovazione, [...] coesione territoriale e sviluppo locale, politica della concorrenza”. Dunque un centro decisionale forte. Tuttavia “tale ministero dovrebbe esercitare unicamente una funzione di guida e di indirizzo, senza appropriarsi di funzioni di gestione proprie di altre istituzioni”. Dunque un istituto a carattere meramente consultivo. Insomma, la confusione sotto il cielo è grande. Ogni colpo al cerchio ne precede uno alla botte e viceversa. Forse un analista professionale saprebbe trovare meglio del sottoscritto il motivo di tanta vaghezza, magari parlerebbe di “equilibrio” se simpatizzante” o di “funambolismo” se antipatizzante. Ma di sicuro non potrebbe esimersi dal criticare duramente tanta inconcludenza in margine ad un testo che, in fin dei conti, avrebbe tutto l’interesse a risultare netto e comprensibile a chiunque (è pur sempre un programma elettorale, diamine!).
A pag. 123 tornano a far capolino il “nanismo” e il “familismo”, visti come cause principali del malessere del nostro tessuto produttivo nazionale. Cause trattate come capri espiatori, come scusanti per ogni inefficienza sin qui manifestatasi a dispetto della sicumera di chi – da cinquant’anni a questa parte – si riempie la bocca con la retorica della “politica industriale coordinata”. Tanto per tirare in ballo le sconcezze legislative proliferate in cinque anni di Berlusconia, si arriva ad incolpare del “nanismo” una riforma del diritto societario che risale al 2002, con lo “scalino” per la quotazione troppo alto che fissa. Ridotto quello, par di capire, risolto il problema dimensionale. Ah, e senza dimenticare il forcing “sulle forme di ‘chiusura proprietaria’ come gruppi piramidali, accordi e patti di sindacato” (pag. 124). Mentre Paolo Mieli salta sulla sedia e Stefano Ricucci se la ride di gusto, sorgono un paio di dubbi: erano poi così gigantesche le proporzioni medie dell’industria italiana, prima di quello schifo di legge sul falso in bilancio? Il vero ostacolo all’ampliamento aziendale non sarà invece un tasso di sindacalizzazione tra i più alti del mondo? Tutta questa attenzione al dato dimensionale delle imprese somiglia più ad un riflesso del collateralismo alle organizzazioni sindacali, golose di aggregazioni confacenti al modello renano, che non il frutto di un reale disegno di riassetto complessivo del sistema produttivo. Perché non ricominciamo dall’obbligo, per i sindacati, di sottoporre all’esplicito consenso dei propri iscritti l’uso delle trattenute in busta paga per il finanziamento di qualsivoglia attività politica? Senza un’azione decisa contro le cupole sindacali e la contrattazione nazionale, rimangono in mano solo pannicelli caldi (il Cav ne sa qualcosa).
Molto buona la parte riservata alle ricette per ricerca e innovazione (pp. 125-126). Benché io sia ideologicamente contrario al finanziamento ex ante di programmi adottati in regime di privativa, in quanto lo stato (il pubblico) dovrebbe sovvenzionare direttamente solo la ricerca universitaria (sede pubblica), trovo molto appropriato il riconoscimento alle imprese di agevolazioni fiscali per spese legate a R&S, all’assunzione di personale qualificato, a commesse esterne (incarichi di ricerca affidati a strutture pubbliche da privati). Il tutto, naturalmente, vincolato al rispetto di requisiti qualitativi costantemente verificabili.
Ma non è l’unica buona notizia...

 

(5.Continua)

Pubblicato il 3/3/2006 alle 21.27 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web