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Per il bene dell'Italia/4

Quello riservato ai temi economici è il più corposo capitolo del programma unionista, in quanto occupa il quadruplo dello spazio rispetto a tutti gli altri (oltre ottanta pagine contro una media di venti-venticinque). Se tale dato comparativo rispecchiasse la gerarchia di priorità enucleata nel manifesto politico, l’economia assurgerebbe quindi a “piatto forte” non solo della futura agenda di governo, ma più in generale della piattaforma culturale espressa dalla sinistra. Una scelta discutibile – piaccia o non piaccia, col tempo l’andamento dei mercati prescinderà sempre di più dalle misure legislative adottate per tentare di pilotarlo: in futuro i temi dirimenti saranno quelli etici – ma coerente con la tattica di insistere sul terreno politico che più di ogni altro ha rivelato la debolezza del governo che stiamo per salutare.
Con la sua memorabile “discesa in campo” del ‘94, il Cav. prometteva ai moderati una konservative revolution sulle orme della controriforma antistatalista attuata dalla Thatcher nell’Inghilterra anni ‘80. Privatizzazioni, concorrenza e detassazione avrebbero senz’altro liberato la sinistra da ogni residua nostalgia socialdemocratica; nel giro di dieci anni Silvio B. avrebbe incoronato re Massimo D’A., nel frattempo convertitosi al “mercatismo compassionevole” causa forza maggiore; Giuliano Ferrara avrebbe vissuto felice e contento l’avverarsi di tutti i suoi sogni amendoliani.
Sappiamo com’è andata. Il colpo di mano della strana coppia Scalfaro-Bossi ha impedito al centrodestra di governare negli anni ’90 (quando, sia pure in ritardo, certe riforme si sarebbero ancora potute fare), rimandandone la salita al potere al 2001 (quando, numeri alla mano, al Senato avrebbe dovuto vincere la sinistra!). L’asse Fini-Follini ha fatto il resto, senza dimenticare il monetarismo strabico applicato dalla Banca Centrale Europea.
Malgrado quanto ripercorso, non senza sorprendermi l’Unione appronta un piano di politica economica ricco di spunti interessanti. Come vedremo, il vero disagio emerge dal bagno di ambiguità e omissioni al quale essi vengono continuamente sottoposti.

Il titolo rasenta la distopia: Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società. Siamo quasi dalle parti del Brave New World di Aldous Huxley. Timoroso di dover subire un’escursione moraleggiante sul crinale che separa il capitalismo “selvaggio” dalla superiore sensibilità solidale incarnata dal prodismo, noto invece che il capitolo parte con una sinossi dei principali argomenti trattati oltre. La cifra politica sposata dall’Unione appare chiara già da queste prime note, assieme alle paternità “nobili” cui fa riferimento: “Non possiamo permetterci nessuna politica dei due tempi: prima il risanamento e poi gli interventi per lo sviluppo e la redistribuzione del reddito”, si legge a pag. 113. Il legame con l’esperienza di Tony Blair e con i sistemi scandinavi appare più che evidente. Con tutti i suoi limiti, una volta rapportati con freddezza tali modelli al contesto italiano di oggi. L’idea di flettere “a sinistra” l’adesione ad un irreversibile liberismo – traendo cioè dal mercato le risorse per finanziare lo stato sociale – dà per scontata l’esistenza di un ambiente economico idoneo alla sua messa in pratica. Sono condizioni al contorno che solo una lievitazione liberale della forma mentis conservatrice può predisporre, come la storia degli ultimi quarant’anni sta ampiamente a testimoniare. Difficile credere ad una variante ulivista del reaganismo; perfino i radicali, tardivamente consegnatisi anima e corpo al liberismo puro, stanno facendo capire di voler interpretare il loro ruolo nell’Unione come lievito riformatore in chiave progressista (postcritianesimo, diritti civili e anticlericalismo d’antan). L’efficiente assistenzialismo scandinavo, poi, funziona bene solo all’interno di aree nazionali poco popolose e intensivamente urbanizzate.
Poca gente in poche città-stato, insomma. Pensando all’Italia delle “centocittà”, si inarca il proverbiale sopracciglio: è chiaro che un socialismo di tipo danese finirebbe per rendere insostenibili i costi di allocazione delle risorse, transitando queste ultime attraverso le fitte maglie dell’apparato statale e territoriale italiano.
Ancora a pag. 113: “La sfida della concorrenza globale non può essere affrontata con successo sfruttando la riduzione dei costi, in particolare di quelli del lavoro”. Qui mi si arriccia anche l’altra arcata soppraccigliare. Chi ha scritto questo passo avrà certamente voluto sottintendere un solamente tra “successo” e “sfruttando” – anche perché in caso contrario lo sgravio di cinque punti percentuali sul cuneo fiscale, paventato da Prodi nei giorni scorsi, confliggerebbe vistosamente con un indirizzo di principio del genere.
Ma ecco che arrivano gli ospiti più attesi, signore e signori: i luoghi comuni preelettorali. Ci si propone di “[...] sostenere lo sviluppo del mezzogiorno, in particolare sfruttando le grandi potenzialità offerte dal turismo e dalla nuova centralità del Mediterraneo” (pag. 114). Su quanto possa scoprirsi come “nuova” la centralità del Mediterraneo non mi attardo; a proposito invece di locuzioni della serie “valorizzare il patrimonio artistico del sud”, “sostenere lo sviluppo con aiuti concreti” o “signora mia, è un museo a cielo aperto!”, riesco solo a ravvisare il taglio bassoliniano del loro costrutto retorico. Come se l’industria del turismo si pascesse di belle rovine aperte al pubblico pagante, e non facesse invece aggio su moderne infrastrutture funzionali al massimo comfort dei villeggianti. Ma, per accantierare quelle, occorrerebbe amministrare una seria politica degli appalti e del particolareggiamento urbano, col rischio di impensierire latifondisti e ambientalisti del caso (spesso rappresentati dagli stessi soggetti). Meglio allora dipingere uno scenario “petrolifero” della risorsa turistica, che sgorga senza fatica e si munge come un pozzo. Così nessuno si spaventa e i politici liquidano le magnifiche prospettive del turismo con quattro chiacchiere al bancone del bar.
Subito dopo, alla stessa pagina, scorre un prontuario del buon mercatista. Gli istinti animali del mercato trovano però una glossa maliziosa, allorquando si afferma di voler “Combattere le rendite e le protezioni indebite aprendo a una concorrenza regolata che è cosa diversa dal libero mercato”. L’intreccio di folgorazione liberista tardiva e di paternalismo sacrestano, messi a guardia dell’elaborazione politica della sinistra, come si è già avuto modo di accennare generano ambiguità unita ad irritanti somministrazioni di bastone e carota in rapida successione. Non ho nessun diritto di salire pomposamente in cattedra, nemmeno per rinfrescare le confuse idee di chi mastica l’abc del liberalismo da nemmeno un ventennio e stenta a digerirne i termini essenziali. Mi limito quindi ad osservare che la prima e più importante “merce” contesa sul mercato è proprio il diritto, inteso come apparecchiatura di regole calibrata attorno a precise dinamiche contrattuali.
Andiamo avanti. A pag. 115 si segnala l’urgenza di “riequilibrare i conti, dissestati dal governo di centro destra”. Eppure i dati ISTAT dicono che quest’anno l’avanzo primario è aumentato di 20 mld, mentre il fabbisogno del settore pubblico è diminuito di 6. Che dire, poi, dell’ok di Bruxelles alla Finanziaria 2006? I conti pubblici, che io sappia, li ha realmente dissestati l’acclarato buco di 30 mld consegnato al governo Berlusconi dalla sinistra (correva l’anno 2001). Molto meglio l’individuazione delle patologie strutturali che affliggono il nostro sistema produttivo, a pag. 119: “inadeguatezza della specializzazione produttiva[,] arretratezza del settore terziario [e] forte concorrenza che proviene dalle nuove aree di sviluppo industriale”, acuiti per giunta da un “abbassamento del tasso di crescita della produttività che negli ultimi anni in Italia [...] ha addirittura assunto valori negativi”. Una problematica, quest’ultima, alla quale ha robustamente contribuito l’esplosione di vertenze sindacali che ha contraddistinto la legislatura appena conclusa, aggiungo io.
Il declino industriale, continua l’analisi, interviene “Dopo vent’anni di crescita trainata dalla grande impresa pubblica e privata e altri vent’anni di crescita trainata dai distretti”. Ma, a loro volta, grande impresa e distretti erano trainati dalla leva monetaria – tramite il classico ribasso valutario competitivo – e dalle ripetute bolle inflazionistiche – che ripagavano le emissioni del Tesoro stampando moneta falsa. Meglio non celebrare troppo il recente passato: l’unico periodo degno di una certa nostalgia è quello del “miracolo economico” anni ’50, quando l’ipertrofia delle Partecipazioni Statali era ancora di là da venire.
Tra le pp. 119 e 120 prosegue l’elencazione delle “malattie industriali” italiane, con qualche riferimento di troppo al “nanismo” e al “familismo” che, a detta degli estensori, graverebbe sul nostro sistema produttivo. Ammesso che di handicap, in taluni casi, possa trattarsi, mi riesce antipatico immaginare che debba essere l’interventismo statale a incidere sul dimensionamento delle centrali produttive. Le imprese devono trovare autonomamente la loro economia di scala ottimale, misurandosi con le esigenze del mercato che sfidano.
Passata la diagnosi, quali soluzioni vengono prospettate? Alla prossima puntata.

 

(4.Continua)

Pubblicato il 24/2/2006 alle 21.51 nella rubrica Diario.

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