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Walk the line - Quando l'amore brucia l'anima

Per comprendere appieno lo spirito di questo film e le reazioni vagamente interdette che sta provocando presso il pubblico ordinario – composto per lo più da gente che non si prepara alle prime visioni compulsandone i retroscena e l’indice di gradimento sulla stampa specializzata – occorre innanzitutto restituirlo al suo genere di appartenenza. Molti hanno adagiato le terga in sala aspettandosi un biopic, una cinebiografia del personaggione mitizzato di turno – nel nostro caso dedicata al celeberrimo Johnny Cash, esponente di prima grandezza di quell’ondata musicale che, tra i ’50 e i ’60, mise i canoni del cristianissimo gospel blues al servizio della diabolica triade sesso-droga-rock’n’roll.
Invece Walk the line è soprattutto un musical, perché ne vede prevalere tutti gli elementi sintattici caratteristici. Il dialogo tra Johnny (Joaquin Phoenix, molto versatile) e June Carter (Reese Witherspoon, da Oscar), protagonisti di un rimpiattino amoroso tesissimo e assai prolungato, procede infatti alternando battute recitate e duetti cantati. La performance canora, incentrata su liriche cariche degli umori passionali vissuti dalla coppia di mattatori nella “prosa” quotidiana, amplifica e rilancia a favore di pubblico (e quindi anche di cinepresa) gli sviluppi di una turbolenta vicenda umana e sentimentale. Nella scena forse più di ogni altra rappresentativa di questo interscambio dialogico tra canto e recitazione, Cash indovina il provino della vita rinunciando su due piedi a musicare preghierine e sfoderando le liriche dissacranti che l’avrebbero reso famoso. Dopo molti giri di tournée – i primi dei quali al seguito di un roster che annoverava mostri sacri del calibro di Elvis Presley e Jerry Lee Lewis – il matrimonio di Cash naufraga più per l’alchimia irradiata da bordopalco con June che non per il disamoramento captato dalla moglie di lui. Mancano ovviamente i siparietti apertamente coreografici alla Fred Astaire, ma in un certo senso l’accompagnamento di gruppo alle sequenze musicali è servito dalle centinaia di comparse che ritmano e colorano le numerose esibizioni pubbliche ricreate nel film.
Il regista James Mangold struttura quindi le riprese dando particolare risalto all’accoppiata fissa Witherspoon-Phoenix, e scegliendo di confidare nella loro vera voce – coerentemente con un tema portante che si focalizza sulla dialettica bilaterale tra palco e realtà. La capacità dei due protagonisti di reggere i primissimi piani, i controcampi e le affollatissime platee che derivano da tale scelta stilistica è formidabile. La Witherspoon, poi, brilla per eclettismo e presenza scenica, come usa solo tra le grandi stelle del cinema; ma in generale tutto il film diverte e trasmette il divertimento dei suoi artefici in corrispondenza dei passaggi canterini.
L’enorme problema è che il girato “biografico”, sovrastato dalle sfavillanti meraviglie musicali che sottende, risulta affaticante come il lento caricamento di un giocattolo a molla capace di fiammate brevi ma intense. Si tratta ovviamente di un effetto-allungamento ponderato in sede di sceneggiatura: un musicarello non può contenere solo canzoni, esattamente come un film di guerra non può contenere solo battaglie e un horror non può mostrare solo massacri con relativi spargimenti di sangue. Detto questo, forse un energico asciugamento delle sottotrame (ad esempio la disintossicazione e il dopo-Folsom) e dei personaggi secondari (la stragrande maggioranza del parentado coinvolto) avrebbe giovato non poco alla resa complessiva della pellicola, che invece così rimane una – pur godibile – scaletta di brani ad alto quoziente di allusività interna. Un peccato, se si pensa alle indubbie finezze registiche espresse nel corso del film, come il pregevole gioco di rimandi costruito attorno alle traumatiche esperienze infantili di Johnny (l’uso di certi modi dire, il ricorrere di certi tic, la fobia delle seghe circolari).
Ne esce “solo” un ottimo esempio di avanspettacolo cinematografico, ancorché intervallato da un profluvio di cliché sulla rockstar-autodistruttiva-redenta-dagli-affetti. Chi è (pre)disposto ad accontentarsi, gode.

Sullo stesso film:
ColinMckenzie, Gli Spietati, FilmUp

Pubblicato il 20/2/2006 alle 15.30 nella rubrica Film e DVD.

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