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Per il bene dell'Italia/3

La risposta all’ultimo quesito verte sulla necessità di dotarsi di una “finanza pubblica equilibrata – e ci mancherebbe altro –, che riconosca agli enti locali sufficienti risorse ed autonomia – ‘riconoscere risorse’? Cioè nel senso di ‘distribuire’? – [...] e supporti la solidarietà con meccanismi di perequazione”. Se non si fosse capito, qui del federalismo fiscale non c’è nemmeno l’ombra. Il significato quivi attribuito alla fattispecie non si differenzia minimamente da quanto avviene già oggi. Decentrare le leve tributarie vuol dire affidare l’erogazione del grosso dei fondi pubblici – solitamente si eccettuano le risorse per la difesa, la giustizia federale e la diplomazia – alle autorità locali, evitando in tal modo l’assurdo tragitto di andata e ritorno che tocca alla messe di denari raccolta da un erario centralizzato: dalla Valcamonica a Roma – o, peggio, a Bruxelles – per poi ripresentarsi ai legittimi titolari più che dimezzata. Un modo come un altro per affermare che i comprensori depressi esercitano apoditticamente una sorta di “credito preventivo” su quelli più dinamici solo in quanto “strutturalmente svantaggiati”. Il tutto sfruttando ben noti “meccanismi di perequazione” – laddove riaffiora la passionaccia sinistrorsa per gli spostamenti di ricchezza a risultante nulla.
Più avanti l’idea di un benefico livellamento a norma di legge torna a proclamare l’urgenza di “realizzare l’uguaglianza dei cittadini”. Ma non l’uguaglianza delle opportunità di partenza, sacrosanto caposaldo del liberalismo classico, bensì l’appianamento delle diversità a posteriori. Socialismo, per intenderci. L’elenco di proposte a seguire (pp. 17-18) non fa che rafforzare le mie riserve. La terza arriva addirittura a chiedere di “imporre il rispetto di un patto interno sui saldi di bilancio” stipulato tra stato e senato regionale, mentre la quarta vuole gli amministratori locali “vincolati al patto interno per i saldi complessivi di bilancio”. La politica finanziaria centralista, tanto rimproverata all’attuale governo, sembra proprio rientrare dalla finestra. Bene la “riduzione dell’apparato statale” di cui al punto 6; ottima sarebbe poi l’intenzione di “attribuire alle regioni e agli enti locali tributi propri”. Ma con quali conseguenze pratiche sul “patto di vincolamento” descritto poco prima? Basterebbe parlare apertamente di sussidiarietà e ogni dubbio svanirebbe; ma su tutta la linea programmatica unionista in materia di fiscalità aleggiano i fantasmi di un possibile raddoppiamento delle centrali tributarie, con enormi sospetti sulla reale convenienza del disegno complessivo. Sospetti che, senza una circostanziata definizione delle voci di entrata affidate a ciascun ente, rischiano di sterzare allo scetticismo più puro.
Lo strabismo regna più sovrano che mai anche a proposito del conflitto d’interessi. Il testo scritto vagola tra il sanzionamento del possesso in quanto tale di “attività patrimoniali che possano confliggere con le funzioni di governo” (opzione illiberale e bolscevizzante) e l’affidamento dei beni e delle attività in discussione ad un amministratore fiduciario, secondo la formula del blind trust. Quest’ultima è la soluzione migliore, in una prospettiva autenticamente liberaldemocratica. Ma i confini tra il primo e il secondo regime, tra incompatibilità totale e liquidazione obbligatoria, ancora una volta rimangono lettera morta. Anche se presumo che il profilo di incompatibilità, manco a dirlo, finirà per delinearsi ricalcando gli estremi imprenditoriali del reuccio di Arcore. Il che non significa disconoscere il macroscopico garbuglio d’interessi che investe il Cav, naturalmente, ma solo dire che punire la ricchezza (cioè i meriti e la bravura) è una filosofia populista e liberticida.
Delle authorities s’è già parlato; rimane da affrontare l’elenco di provvedimenti pensati per ridurre i costi della politica (pp. 23-24). Va detto che si tratta di propositi molto condivisibili. Riduzione degli organici statali, riaffermazione dell’accesso agli incarichi pubblici solo tramite concorso, trasparenza nel rendicontamento delle retribuzioni ai dirigenti, rifiuto della professionalizzazione della politica, sono tutte ottime intenzioni. Chissà quanto percorribili, però, riflettendo sull’estrazione professionale dell’elettorato ulivista (spesso statale, si pensi ad esempio al ceto docente) e sulla mancanza – ancora – di numeri precisi. Certo, c’è il tetto dei 200000 € per il controllo sui redditi dei manager statali, ma in questo primo capitolo di programma è l’unico dato quantificato, oltre ai nuovi requisiti minimi per la convocazione dei referendum.
È poco. Speriamo che il fronte economico sia meglio presidiato.

 

(3.Continua)

Pubblicato il 18/2/2006 alle 15.13 nella rubrica Diario.

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