Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Per il bene dell'Italia/2

A pagina 12, dopo aver annunciato una biblica moltiplicazione delle “occasioni di voto”, il programma dell’Unione assicura di conoscere la magica formula elettorale che, diversamente da quanto è in procinto di verificarsi con il proporzionale “spurio” varato dalla CdL, consentirà di garantire alla cittadinanza “insieme la rappresentanza e la governabilità”. In pratica un miracolo, una prima assoluta, quasi una palingenesi storica: nessun sistema di voto è mai riuscito a coniugare perfettamente le due opposte anime del suffragio universale. Attendo con ansia di conoscere nei dettagli cotanta strepitosa innovazione, anche se nutro il sospetto che il preannunciato “punto di ottimo” faccia premio su un vecchio pallino della sinistra, vale a dire il doppio turno alla francese. Che predilige di gran lunga la governabilità rispetto alla rappresentanza – come d’altro canto è giusto che sia.
Un momento, cosa leggo, contrordine compagni: “È necessario [...] procedere alla razionalizzazione delle scadenze elettorali, attraverso l’accorpamento delle elezioni politiche e amministrative ravvicinate”. E tutto questo sempre a pagina 12.
Benedetto gioco delle tre carte, con una mano si sostiene l’incremento della partecipazione a carattere consultivo – cioè primarie e referendum, di cui peraltro si vorrebbe fissare il quorum alla metà degli afflussi registrati alle precedenti elezioni politiche – e con l’altra si propone di diminuire il numero di appuntamenti elettorali “ordinari”. Speriamo che il saldo per le casse dello stato si riveli favorevole, se non altro.
Seguono suggerimenti per ottimizzare l’azione di governo. Primo, attribuire “al Primo Ministro [il] potere di proporre [...] la nomina e revoca di ministri, viceministri e sottosegretari”. Una versione “soft” di quanto è già contenuto nelle riforme istituzionali approvate dal centrodestra: la realtà è che tali poteri si definiscono solo a margine di una specifica procedura di formazione del consenso parlamentare. Di cui deve far parte “una migliore regolamentazione della questione di fiducia, con la previsione di specifici limiti al suo esercizio”. Sì, ma quali limiti? Anche in questo caso si toglie di qua e si aggiunge di là, nella costante incertezza che l’operazione sia effettivamente a somma zero. Occorre poi “la possibilità di sfiduciare il Primo Ministro solo attraverso una mozione di sfiducia costruttiva, con l’esplicita indicazione di un candidato successore”. Altro brodetto rubacchiato e riscaldato.
Per restaurare le garanzie istituzionali, severamente pregiudicate dall’impianto “cesarista” del nuovo ordinamento a tinte cidielline, vanno ristabiliti i margini di interdizione che spettano ai poteri “terzi”, dice giustamente il testo programmatico a pag. 13. Ma gli sviluppi del ragionamento vanificano una brillante premessa, perché se è più che legittimo dire che [La] dittatura della maggioranza [...] esautora completamente il Parlamento”, è parimenti incomprensibile come ciò possa correlarsi “ai mutamenti prodotti dall’introduzione del maggioritario”. Tutti, ma proprio tutti, sanno che il maggioritario è stato abrogato con la recente, sciaguratissima, reintroduzione del proporzionale. La stessa analisi in calce al programma muove da una serie di obiezioni alla nuova legge elettorale. Inoltre i poteri del premier dovrebbero casomai ampliarsi, per bilanciare il naturale potenziamento delle assemblee che il maggioritario produce. Insomma, affiorano svariati gradi di contraddizione in termini addensati in poche righe.
Scorro qualche capoverso. Passa un’interpretazione paralizzante della “maggioranza qualificata” per rivedere la Costituzione e/o eleggere il Presidente della Repubblica (pp. 13-14); quindi si spende qualche chiacchiera a proposito di senati federali che, mantenendo invariato il principio “tanti elettori, tanti senatori”, federali non sono assolutamente (pp. 14-15); poi arriva lo spinoso paragrafo riservato al miglioramento del Titolo V. Al federalismo in salsa ulivista, protestano gli estensori, non sarebbe stata fatta seguire la predisposizione degli “strumenti necessari”. Cioè dispositivi di riallocazione tributaria, preciso io. Meglio puntualizzare ulteriormente: posto che è da irresponsabili promulgare una riforma dello stato senza disporre dei tempi tecnici per l’adozione dei collegati legislativi, la verità è che il Titolo V fu riformato con l’intenzione di coprire una sorta di “ritirata strategica”. La sinistra, sparigliando la gerarchia delle attribuzioni fiscali in modo interlocutorio, cercò di creare i presupposti per sollevare di fronte alla Consulta continui “conflitti di attribuzione” col governo in materia di stanziamento finanziario, in modo da presidiare la richiesta di fondi da destinare alle amministrazioni rosse – rivendicando en passant il merito del loro ottenimento di fronte all’elettorato – dietro l’avallo di una legge vaga e pretestuosa. Logiche che si riassumono molto alla svelta: “Il governo ha posto tagli e vincoli alle risorse delle autonomie, negato il dialogo tra livelli territoriali, impugnato con frequenza le leggi regionali, spesso contro le regioni governate dal centrosinistra”. E le regioni rosse non hanno forse adoperato lo stesso criterio – si pensi alle controversie sorte per l’applicazione del Condono Fiscale! –, seguendo furbescamente i canoni di una normativa a doppia mandata?
Saltando a pie’ pari un’intera pagina zeppa di fumisterie arruffate (la 16), arriva la ghiottoneria: attuare il federalismo fiscale. Qui casca l’asino, qui si separa la cosmesi (detta anche “devolution”) dalla sostanza. Rimarranno i soldi a casa di chi se li guadagna?

 

(2.Continua)

Pubblicato il 17/2/2006 alle 15.38 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web