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Per il bene dell'Italia/1

Adesso che il programma unionista è di dominio pubblico, come promesso mi punge vaghezza di compulsarlo a dovere. Solo che la mole del suddetto documento – forte di qualcosa come circa 280 (duecentottanta!) pagine – mi proietta in una sorta di dilemma del prigioniero: stampo tutto quanto (attirando su di me il grido silenzioso di tanti alberi abbattuti) oppure sacrifico all’eroico cimento le poche diottrie che mi rimangono?
Scelta impossibile. Meglio spigolare il testo “a puntate”, senza patemi d’animo, prendendone in considerazione solo i capitoli salienti. Ad esempio il primo.


L’incipit sconta da subito la mancata rimozione, in seno alla cultura politica della sinistra italiana, dei molti retaggi azionisti e civisti che ne appesantiscono la piena condivisibilità. Il riflesso cattocomunista è al fulmicotone: “Le istituzioni sono di tutti”, si dice giustamente a pag. 9. Ma proprio per questo “non possono essere modificate in base a contingenze politiche o diventare oggetto di patteggiamenti strumentali di una parte politica”. Si inizia male, ancora di più riflettendo attentamente sull’innegabile validità dell’asserto di partenza. Proprio perché i corpi dello stato sono “di tutti”, infatti, la loro conformazione deve essere sottoposta a quel processo di continua revisione democratica che li metta in condizione di incontrare al meglio i bisogni di un quadro sociale che cambia, si evolve, muta assieme al suo contesto morale e materiale. Invece qui, sin dall’inizio, si torna a ribadire la sacrale intangibilità di un’architettura istituzionale scolpita nel cielo delle stelle fisse. Invece le istituzioni sono democratiche in quanto modificabili, se del caso anche a colpi di maggioranza. Più sotto, sempre a pag. 9, si torna sul concetto cogliendo l’occasione per lanciare una stoccata alla devolution cidiellina. “Una riforma [...] che non nasce da un patto costituzionale tra tutte le rappresentanze politiche [...], ma da un accordo tra le sole componenti della maggioranza”. Storicamente, a dispetto di ogni retorica unanimista, le costituzioni si sono sempre scritte al termine di conflitti armati altamente divisivi. L’Italia, poi, conferma la regola con peculiare sistematicità: unificata sotto la dominazione sabauda contro il potere temporale dei papi, totalizzata da Mussolini contro il precedente regime liberale, infine riconquistata alla democrazia da una Costituzione pensata contro la monarchia e il fascismo. Se vogliamo, è precisamente l’assenza di una vera e propria “concordia nazionale” l’unica cifra storica e politica dell’Italia unita. Proprio alla luce di questa palmare evidenza, il federalismo servirebbe ad allentare la cappa di velleitario centralismo prodotta dalla volontà di omologare a tavolino ciò che era (ed è rimasto) frammentato alla radice.
Pertanto, affermare di voler “scongiurare future riforme a colpi di maggioranza” (pag. 10) – oltre a costituire una sconfessione del comportamento tenuto dalla sinistra in coda alla passata legislatura – significa solo il rifiuto di apportare modifiche sostanziali al totem costituzionale, se non a livello marginale.

Il paragrafo intitolato “La Costituzione si cambia insieme” persiste nel rimproverare alle riforme istituzionali della CdL una irregolarità di metodo (l’approvazione solitaria), anziché una criticità di merito (come ho fatto io stesso qui). Per poi calare una briscola che si rivela ben presto essere un misero due di coppe: “La legge costituzionale di riforma del Titolo V approvata nel 2001 [...] riprendeva le proposte elaborate in seno alla Commissione Bicamerale istituita nel 1997 con lo scopo di redigere un progetto di riforma per una parte circoscritta della Costituzione”. A parte il fatto che quanto sostenuto non risponde al vero (la bozza di riforma uscita dalla Bicamerale dalemiana era molto differente dal provvedimento assunto nel 2001), emerge in questo caso l’orgogliosa rivendicazione del marginalismo riformatore – poiché applicato a una parte circoscritta della Costituzione – perseguito con la chiacchierata rettifica del Titolo V. Un atto di legge nominalmente assai significativo, ma nei fatti privo di un reale impatto sullo status quo, sprovvisto com’era degli strumenti attuativi necessari a ripartire i capitoli di spesa sui vari livelli di governo coinvolti. Il doppio canone legislativo adottato dalla sinistra si evidenzia proprio nella volontà – per lo meno teorica – di riforme costituzionali minimaliste, affiancate però dal “principio della supremazia, certezza e stabilità della Costituzione” (pp. 10-11).
Andando un po’ avanti, balza agli occhi il passo in cui la lagnanza tocca il terreno della partecipazione. “La partecipazione dei cittadini è stata ridotta negli spazi e nei modi”, lamenta testualmente la disamina a pag. 11. In che senso, viene chiarito poco oltre: ci si riferisce a iniziative come i referendum e le primarie – queste ultime, a dire la verità, abbastanza vanificate dal ritorno al proporzionale. Mi stropiccio gli occhi: “Moltiplicheremo le occasioni di consultazione”, “Incentiveremo e diffonderemo le esperienze di democrazia partecipata a livello locale” (pag. 12)? Vale forse a dire che in Italia si va a votare troppo di rado? Ma allora, come scherzo di Carnevale, funzionava meglio elogiare apertamente il modello delle authority indipendenti.
Come dite? A pag. 20 salta fuori pure quello? Come non detto: dato il periodo, evidentemente ogni scherzo vale. Dopo aver cantato i peana alla proliferazione di dipartimenti, uffici speciali e consorzi che sta rendendo proibitiva l’interpretazione del significato delle istituzioni agli stessi apparati “ordinari” dello Stato, il paragrafo dedicato all’argomento protesta contro la gestione “personalistica” degli organi di controllo tenuta in questi anni dal centrodestra. Troppa opacità nei criteri di nomina dei componenti, troppa avarizia nello stanziamento dei fondi strutturali. Ma al di là di qualche vago rimbrotto propagandistico – “In questo momento nell’Antitrust italiana non siede nessun economista”, che è un po’ come accusare Francesco Storace di non essere un medico – le controproposte scarseggiano. Oppure vagheggiano “l’istituzione di un’apposita commissione bicamerale per i rapporti con le authorities e l’obbligo, per le autorità stesse, di presentare annualmente al Parlamento una relazione sull’attività svolta”. Ma certo, l’uovo di Colombo consiste nell’allestimento di nuovi organismi pletorici come le commissioni parlamentari. Un’autentica cultura dello stato, invece, vorrebbe che il settore pubblico riprendesse saldamente nelle sue mani i pochi ambiti che devono appartenergli, anziché esternalizzare competenze decisionali col risultato di far traboccare il “vaso” istituzionale di contenziosi, lungaggini e conflitti di attribuzione.


Per il momento mi fermo, anche perché temo di essermi dilungato troppo. Rimane da dire ancora qualcosa in merito alla decina di pagine saltate. La prossima volta toccherà rapidamente (si fa per dire...) a quelle; e poi si passa direttamente all’economia.


(1.Continua)

Pubblicato il 16/2/2006 alle 9.35 nella rubrica Diario.

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