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Le tre sepolture

Si dice che Guillermo Arriaga (già impegnato nella stesura del copione di 21 Grammi e Amores Perros) ami destrutturare la cronologia delle trame che sceneggia mediante il loro arrangiamento in “moduli ricomponibili”. Sicuramente Le tre sepolture (prima regia di Tommy Lee Jones sul grande schermo) rispetta la regola, poiché prende le mosse sospendendo il prologo della vicenda. L’antefatto subisce così una scomposizione in digressioni da alternare alle sequenze portanti, chiarendone man mano i punti lasciati artatamente oscuri o fornendo diverse visuali degli stessi avvenimenti introduttivi.
Il film è ambientato da qualche parte sulla frontiera sudoccidentale del Texas, uno di quei posti dove i poliziotti non vanno troppo per il sottile, specie se chiamati a bloccare sul confine di stato l’afflusso dei clandestini messicani in fuga dalla miseria. Superato lo sbarramento in ingresso, l’ispanico Melquiades Estrada stringe col ruvido ranchero Pete (Jones) un sodalizio talmente profondo da spingersi fino ad una promessa di cattivissimo auspicio: in caso di morte prematura, il messicano chiede di essere seppellito al paesello natio. Manco a dirlo, il povero Mel rimane incolpevolmente ucciso dalle fucilate di Mike, uno sprovveduto poliziotto di frontiera. Quest’ultimo cercherà di abbandonare i resti della sua vittima alla mercé dei coyote (prima sepoltura); poi, ritrovato accidentalmente il cadavere, tenterà di occultarlo in fretta e furia con la complicità di uno sceriffo senza scrupoli (seconda sepoltura). L’assassino finirà sequestrato da Pete e costretto a suon di (spassosissime) sevizie a riesumare il corpo di Mel e ad espiare le sue colpe lungo la strada diretta verso il luogo della tumulazione finale (quella definitiva).
La regia non può non richiamare alla mente il Sergio Leone de Il buono, il brutto e il cattivo, sia per le citazioni più o meno esplicite (penso soprattutto alla figura di Mike – arruolato suo malgrado in un viaggio a cavallo attraverso praterie, deserti e sierre – e al suo tentativo di fuga), sia per l’impronta stilistica, molto asciutta ed essenziale. Alcuni piani sequenza “all’antica” si permettono addirittura di superare le durate ridicole imposte dai montaggi videoclippari in gran voga oggigiorno. Il ritmo scenico si mantiene su buoni livelli, fintantoché si avvantaggia delle inversioni temporali descritte poc’anzi. Ma quando le “parentesi” aperte sul delitto iniziale si diradano fino a scomparire del tutto, l’intreccio si affloscia e si perde in sfilacciamenti superflui (come la sosta obbligata al villaggio degli emigranti, dove Mike rincontra alcune facce familiari) e in sottotrame irrisolte (l’inseguimento di Pete da parte della polizia di frontiera al gran completo non ha alcuno sbocco narrativo, così come la crisi coniugale di Mike).
La mistica del pellegrinaggio trova qui una originale variazione sul tema; in marcia tra sterminati panorami naturali che cangiano dalla vegetazione brulla della prateria al giallastro straniante del deserto, la catarsi individuale sembra quasi inchinarsi dinanzi all’immensità sovrastante del creato. I sentieri su cui incamminarsi formano itinerari talmente impervi da allontanare costantemente il “capolinea” del viaggio, mentre ogni meta prestabilita finisce per rivelarsi solo la tappa di un percorso in continuo tracciamento.
Stando così le cose, sembrano ammiccare regista e sceneggiatore, meglio non dare mai nulla per scontato. Specialmente il rapporto con le mogli e/o le amanti...

Pubblicato il 13/2/2006 alle 15.34 nella rubrica Film e DVD.

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