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Il programma dell'Unione: non si fa, si fabbrica

Nell’attesa di poter finalmente allungare le mani sul programma definitivo dell’Unione prodiana (nel frattempo, tra ieri sera e stamattina, sono stati sparati gli ennesimi colpi a salve), in merito al piano di governo per la prossima legislatura fanno fede le proposte politiche unitariamente elaborate dall’opposizione nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo. Ora, anche riconoscendo allo schieramento ulivista tutto il beneficio d’inventario possibile per quanto riguarda termini come “unitariamente” e “elaborate”, bisogna giocoforza rimandare ogni considerazione politica complessiva alla presentazione ufficiale del testo-collettore che ispirerà l’azione dell’esecutivo venturo. Se, come l’algebra elementare e i sondaggi preelettorali sembrano ormai dare per scontato, il 9 aprile entrambe le camere vedranno diametralmente invertita la loro composizione, è più che lecito domandarsi quali saranno le linee-guida essenziali percorse da Romano Prodi per ridisegnare a sua immagine e somiglianza il sistema Italia.
Dopo un’adolescenza passata a gridare slogan antiprogressisti, ho maturato la convinzione che, nel quadro di una democrazia dinamica e liberale, sia opportuno non precludersi alcuna scelta di voto, pur di stimolare una corsa alla modernizzazione tra destra liberista e sinistra riformista. Diciamo allora che chi si impegna maggiormente sul fronte della liberalizzazione del mercato di beni e servizi, della contendibilità bancaria e industriale, dello smantellamento dei cartelli clientelari (presenti soprattutto al Sud, ma non scherzano nemmeno il Centro e il Nord), della libertà educativa e più in generale del ridimensionamento dell’apparato statale, si merita il mio umile voticino a prescindere da qualsiasi pregiudiziale ideologica. Non mi dimentico certo dei temi etici, ma tanto quelli vengono ovunque pavidamente liquidati dietro alla miserabile retorica della “libertà di coscienza” – come se si trattasse di una prerogativa indisponibile al singolo elettore, poi.
Sulle cocenti delusioni patite durante il quinquennio berlusconiano relativamente ai capisaldi di cui sopra tornerò più avanti. Per il momento, mi limito a rammentare che nemmeno l’avventura liberalizzatrice della signora Thatcher, in realtà, viene ricordata per i traguardi riformatori (invero piuttosto modesti) raggiunti dalla lady di ferro al termine suo primo mandato. E che, non fosse stato per la “botta di vita” presa con l’intervento militare alle Falkland, pure l’arcigna Maggie avrebbe rimediato una sonora lucidata alle prime elezioni utili.
Torniamo allora al vertice programmatico ulivista conclusosi con i comunicati stampa di stamane. Mastella si prepara a vestire i panni del pungolo democristiano sulla falsariga, per capirci, della fu mosca cocchiera Follini sul versante opposto. E vabbè, del resto è facile prevedere che lo schema adottato dalle schegge centriste rimarrà lo stesso anche in futuro: mascherare dietro a locuzioni aleatorie come “discontinuità nell’azione di governo”, “stanziamento di fondi strutturali in difesa della famiglia”, “federalismo solidale” e “spirito di accoglienza verso gli immigrati” la necessità di smarcarsi dal bipolarismo senza rinunciare alla visibilità garantita dal parassitismo di coalizione. La legge “Maroni” sul lavoro (meglio glissare sull’autentica paternità – socialista! – del Libro Bianco, eh?) viene depotenziata in senso filosindacale; la riforma delle pensioni subisce lo stralcio dello “scalino” fissato per il 2008, come chiedevano i rifondaroli; ogni finestra sulla revisione delle norme in materia di energia nucleare viene chiusa dal massimalismo retrivo dei Verdi. Lo spinosissimo nodo delle unioni civili – finora rimasto sospeso tra i contratti privati di Rutelli e i succedanei matrimoniali meglio noti come Pacs – viene eluso tramite una vaga dichiarazione d’intenti formulata per bocca di Fassino (“Non saranno matrimoni di serie B”). Tutto tace, infine, alla voce “politica estera”. Ne consegue che, com’è facilmente prevedibile, gli aspetti nevralgici riguardanti le relazioni atlantiche e la partecipazione alle missioni militari del caso verrà affidata al “voto di responsabilità” puntualmente accordato dall’opposizione di centrodestra.
Fin qui, dal mio punto di vista le premesse marcano malissimo. Gironzolando per la Rete e leggendo i giornali, tuttavia, un punto di apparente convergenza sembra ravvisabile anche all’interno della composita piattaforma sommariamente compilata dalla Grossa Coalizione, pardon, dall’Unione. Se si passa al setaccio un serbatoio di proposte come il sito della Fabbrica prodiana, infatti, e tralasciando i compitini dirigisti redatti dalle teste d’uovo in libera uscita dalla mangiatoia delle Partecipazioni Statali di demitiana memoria, emergono interessanti particolari a proposito della politica economica.
Concretamente, l’Unione sembra essere d’accordo nell’annunciare considerevoli sgravi sul cuneo fiscale, agendo cioè sugli oneri contributivi che pesano sulle buste paga dei lavoratori e sulle uscite delle imprese a causa dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP). Va notata l’onestà intellettuale di un premier in pectore che ammette implicitamente di dover modificare un provvedimento assunto dal suo precedente governo (l’IRAP è una creatura del già ministro delle finanze Visco). L’intervento, pari al 5% del costo del lavoro, ammonterebbe ad una cifra compresa tra i 10 e i 20 miliardi di Euro a seconda dell’aggregato di riferimento. Le dolenti note di questo indirizzo programmatico, però, si fanno sentire allorché le risorse per coprire il mancato gettito (ad oggi attestato sui 33 miliardi di Euro) si vogliano reperire elevando la tassazione sulle rendite finanziarie. Il che peraltro costituirebbe un ottimo esempio di gioco delle tre carte: sgravo di qua, però intanto maggioro il prelievo di là. L’abc liberale vorrebbe che si agisse sulla spesa pubblica, tagliandola. Invece il centrosinistra propone una stangata sui risparmi dei correntisti-sottoscrittori e sul mercato obbligazionario. Oltre ad accrescere lo stock di debito pubblico dislocato sotto forma di cedole, quindi, queste misure rivelerebbero l’atavica simpatia della sinistra per la leva tributaria finalizzata allo spostamento di ricchezza, seppur affinata in chiave ragionieristica.
Insomma, direi che il mio passaggio di guado, per il momento, rimane confinato al mondo delle mere ipotesi. Anche se non escludo la presenza di qualche piacevole scampolo liberale, tra le righe delle oltre duecento pagine di programma unionista. Riformisti, liberisti, radicali: all’occorrenza alzate la voce!

Pubblicato il 10/2/2006 alle 15.37 nella rubrica Diario.

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