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Jimmy, Fini e i joint

È capitato anche a me, una decina d’anni or sono, di sperimentare l’indicibile trasgressione della “canna” (chiunque ne adoperi il vetusto sinonimo di “spinello”, per quanto mi concerne, è destituito di ogni credibilità sull’argomento). Dove per “indicibile” intendo proprio la condizione dell’indescrivibilità assoluta o, per meglio dire, dell’indifferenza, visto che la combustione con annessa inalazione di quel rotolino di carta imbottito di hashish mi lasciò fisicamente ed emotivamente al punto di partenza. Zero effetti. Nessuna avvisaglia del benché minimo ampliamento sensoriale in salsa psichedelica. Magari è stata una fortuna; ma tanto mi delusero le profferte di Tabacco (chiamiamolo così...) che me ne tornai tra le ben più collaudate (e appaganti) braccia di Bacco.

Scacciando sul nascere la tentazione di commentare su basi meramente autobiografiche la “legge Fini” sulla disciplina della droga (giacché l’aneddotica in sé e per sé non dimostra mai nulla di sostanziale), vediamo un po’ di definire il mio pensiero a proposito della tossicodipendenza e del proibizionismo. Per farlo, tornerà comodo partire dalle posizioni espresse in merito alla stessa questione da JimMomo - uno dei principali responsabili del mio ingresso nella blogosfera, se a qualcuno interessasse sapere con chi deve prendersela - in suo recente post.

In apertura, Jim riscalda i motori appellandosi al più genuino - e fiacco - dei leitmotiv radicali: “Il consumo di droghe, più la cannabis che la cocaina (forse), fa parte ormai delle abitudini e del vissuto comune a milioni di persone in Italia. Milioni, non c'è dubbio. Che vogliamo fare? Cosa si propone di fare lo Stato? Secondo me dovrebbe semplicemente prenderne atto e regolamentare il commercio e il consumo”. Torna quindi alla ribalta la spericolata tesi secondo cui, per combattere il dilagare di una fattispecie di reato, sarebbe sufficiente sancirne la completa bonifica in termini penali. Proseguendo su questa falsariga, quindi, i dati riguardanti gli episodi di - che so - furto e omicidio dovrebbero suggerire di legalizzare i crimini suddetti: sono così tanti milioni, non vorremo mica allargare a dismisura il recinto dell’illegalità, nevvero?

Partito male, l’articolo sembra però individuare i corretti estremi della faccenda poco più avanti: “E' una legge ideologica, cioè da stato etico”, ma - ahia! - i postumi dell’ultima campagna referendaria tornano a mettersi di traverso allorché Jim confonde le acque subito dopo: “con essa, e con la legge 40 sulla procreazione assistita, questa maggioranza si qualifica. Il parallelo fra le due leggi è fondato. Si propone, non lo possono dire palesemente per non spaventarci, di punire il consumo”. Quale “consumo” vieterebbe la Legge 40, di grazia? Per come la vedo io, la tanto controversa normativa in materia di fecondazione assistita si limita a regolamentare una circostanza giuridica senza criminalizzarne l’oggetto specifico, così come il Codice della Strada presiede alla circolazione degli automezzi senza vietarla tout court. O vogliamo forse trattare i limiti di velocità come ferite aperte sull’autodeterminazione dei guidatori?

Dopo un paio di note sull’ineluttabile paradosso codificato nei limiti convenzionali - le leggi, da che mondo è mondo, delimitano la legalità mediante un casellario di parametri numerici per lo più arbitrari - si arriva invece al punto vero e proprio, che coinvolge l’ampio dibattito sul concetto di liberalismo. E qui non si può non dare a Jim quel ch’è di Jim: “Dice Fini: «E' innegabile che chi assume delle sostanze stupefacenti crea dei danni ed è giusto che lo Stato sanzioni amministrativamente il consumo personale». Quale concezione del diritto e del reato rivelano queste parole? Una concezione liberale vuole che per esserci reato debba esserci un danneggiato, una vittima”. Ecco, se vogliamo questo è precisamente lo spartiacque che dirime molte problematiche connesse all’esercizio dell’autocoscienza: in un regime liberale (o, se si preferisce, di liberalità), l’autorità costituita non dovrebbe mai arbitrarsi di sanzionare quei comportamenti che, eventualmente in prima battuta, ledano solo e unicamente chi li pone in essere. Il criterio del “procurato danno” a terzi, pertanto, s’imporrebbe come una stella polare indiscussa, per indirizzare la “navigazione liberale” nelle agitate acque che si frappongono tra persona e persona. Dico “s’imporrebbe”, perché poi basta far rientrare anche i feti abortiti nella categoria dei “danneggiati” per sollevare vivaci obiezioni dalle parti dei pro-choice. Ma vabbè, non divaghiamo. L’editoriale prosegue, se possibile, addirittura meglio: “E' inammissibile che i governi perseguano un comportamento individuale che non danneggi la vita, la libertà o la proprietà altrui. Nel consumo di droghe danni non ne vedo”. Lasciando perdere ogni puntuta chiosa a espressioni foriere di probabili divergenze con un radicale (danneggiare “la vita”), è innegabile la bontà dell’asserto virgolettato: il consumo di sostanze psicotrope, quali che ne siano i principi attivi, non reca di per sé danno al prossimo. E ancora: “Per procurarmela potrei ricorrere a scippi e rapine. Ma in questo caso i reati sono l'omicidio colposo, il furto, nient'altro”. Bene, bravo, bis. O magari senza il bis: “La legge deve sanzionare il danno, a prescindere dai motivi e dalle abitudini personali che lo hanno causato: incoscienza, avidità, ubriachezza, distrazione”. Qui tornano a echeggiare certe spiacevoli antifone indifferentiste. Al contrario di quanto affermato nella citazione, infatti, la legge, oltre a definire precisi criteri per isolare il “delitto”, deve contemporaneamente dotarsi del bagaglio di aggravanti necessario, se del caso, a inasprire le pene. Investire e uccidere una persona da sobri non si attesta sullo stesso grado di colpevolezza dell’omicidio al volante in stato di ebbrezza, in quanto la seconda ipotesi di reato configura un’evidente somma di (ir)responsabilità.

Segue a un dipresso il verdetto, anch’esso ineccepibile: “Come molte altre sostanze che l'uomo usa ingerire o introdurre nel proprio corpo la quantità e la qualità delle dosi determinano il delicato equilibrio tra effetti positivi e negativi”. Giustissimo e sacrosanto. Dopo che la stagione americana delle class action contro le multinazionali del tabacco si è chiusa con un nulla di fatto, sembra riaffermarsi con vigore l’irrinunciabile diritto/dovere a rispondere autonomamente - anche sul piano pecuniario - dei propri eccessi e dei propri stravizi, senza subire o invocare preventivamente alcuna ingerenza “salutista” da parte dello Stato.

In coda al post emerge purtroppo - perché sarebbe bello condividere con Jim anche le ragioni, oltre che le implicazioni di merito dell’antiproibizionismo – l’immancabile ostentazione radicale di utilitarismo a detrimento di qualsivoglia obiettivo “benefico” dell’azione politica: Contro la droga la politica più efficace è l'antiproibizionismo. Ma - appunto e beninteso - contro. Ma chi dice che ci dev'essere per forza una politica contro la droga?”. Magari sarebbe effettivamente opportuno non investire la politica di finalità antidroga, siamo d’accordo; ciononostante io trovo che sia indispensabile promuovere una cultura orientata al rifiuto spontaneo della tossicodipendenza – e, parimenti, dell’alcolismo! - su basi non solo medico-sanitarie, ma anche umanistiche. Soprattutto le droghe pesanti come l’eroina e la cocaina, infatti, difficilmente si possono gestire con la disinvoltura comunemente associata ad un semplice “svago vizioso”. Più spesso tali sostanze zombizzano irreversibilmente chi ne fa uso. Poi, certo, rimane una patente contraddizione legislativa il divieto assoluto di canna e l’accesso indiscriminato al whisky o, per quanto riguarda i minori, agli alcol pops (cocktail al succo di frutta venduti in bottiglietta, a gradazione medio/bassa).

Quindi, ricapitolando: “Ancora una volta dovrebbe valere il binomio libertà/responsabilità: sono libero di spararmi le canne che voglio e farmi da mattina a sera, ma se le mie azioni danneggiano gli altri allora sono guai seri. [...] Massima libertà, massima responsabilità”. Ovviamente, per quanto questo genere di considerazioni mi ispiri un’istintiva simpatia, preferisco non rispondere mai troppo sbrigativamente ai laceranti interrogativi che la prospettiva liberale pone sul fronte della prevenzione e della reversibilità. Ma il mio “ceppo di riflessione” è in ultima analisi parente stretto di quello di JimMomo.

Vuoi vedere che il bello del liberalismo sta proprio nella possibilità di giungere alle stesse conclusioni partendo da premesse diversissime - e viceversa?

Pubblicato il 2/2/2006 alle 15.46 nella rubrica Diario.

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