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Munich

Era il 1993 quando Steven Spielberg decise di raccontare al mondo intero la storia di un giusto tra i tedeschi, Oskar Schindler, che seppe vedere nell’annientamento programmato di un popolo in esilio tutta l’atroce efficienza di una giustizia codificata esclusivamente attorno all’idea totalizzante di stato-nazione. Gli ebrei, che all’epoca dell’Olocausto non disponevano ancora pienamente del loro “focolare nazionale”, erano vittime di una logica nazionalistica portata alle estreme conseguenze. In un’Europa hegelianamente persuasa dell’impossibilità di concepire il bene e il male, se non all’interno di un contenitore nazionale che garantisse l’autenticità storica di un’esistenza collettiva, un popolo senza patria finì quasi per essere estromesso dalla Storia nell’indifferenza generalizzata. Al di là della Storia e del Diritto - per i motivi rapidamente esposti sin qui - si è pertanto ritenuta giustificata l’aspirazione ebraica ad uno stato nazionale.
Con Munich, Spielberg decide oggi di mostrare al grande pubblico il rovescio della medaglia. Il dilemma morale dell’impunità viene a ritorcersi contro i sicari arruolati dal governo di Israele per assassinare uno ad uno gli architetti dell’eccidio compiuto a Monaco nel 1972, nel quale un commando di Settembre Nero sequestrò e uccise undici olimpionici israeliani. Come consegnare i colpevoli di un strage terroristica alla certezza della pena, se né gli esecutori né i mandanti del crimine - anch’essi “senza patria”, cioè apolidi per causa di forza maggiore - si vedono obbligati a rispondere delle loro azioni ad un’autorità costituita? E ancora, se Golda Meir si fosse davvero appellata alla giaculatoria sui “compromessi” ai quali la civiltà deve rassegnarsi a scendere per poter preservare se stessa (le parole attribuite al primo ministro nel film, in realtà, non sono mai state pronunciate), sarebbe stata la sua, l’unica risposta possibile alla domanda precedente? La democrazia e la libertà, scegliendo di reagire ad un attacco armato, negano automaticamente se stesse?
Anziché azzardare una risposta il più possibile matura ed equilibrata a questi brucianti interrogativi, Spielberg e la sua coppia di sceneggiatori (Tony Kushner e Eric Roth) inscenano una riflessione che costeggia i labili confini tra le molte anime della testimonianza audiovisiva. In pratica, tutto il film procede su una doppia linea simbolica, sviluppando il tema della presa di coscienza su due piani paralleli, mediatico e psicologico. Così, mentre il documento filmato in presa diretta - i reportage giornalistici della strage dal villaggio olimpico e dall’aeroporto di Monaco - incorpora il controllo degli accadimenti diventando cinema, il mero compimento di una missione - inizialmente giustificata sulla scorta delle informazioni e delle sensazioni della prima ora, giocoforza poco ponderabili - incontra il dissidio etico e si trasforma in coscienza critica.
Meglio sarebbe stato concentrarsi maggiormente sui fondamentali e solo successivamente sui livelli di lettura aggiuntivi, perché i risultati ottenuti da Spielberg con Munich rappresentano due volte un fallimento. In primo luogo perché una sceneggiatura, per poter reggere una lettura in controluce tanto raffinata, deve presentarsi impeccabile sia sotto il profilo scritturale sia sotto quello storico e politico. E non è davvero questo il caso, dato che lo svolgimento della vicenda esibisce crepe vistosissime già dopo la prima mezz’ora, allorché appare dal nulla Luis, emissario di un improbabile gruppo spionistico francese che agisce senza referenti fissi. Lui fornisce i nomi dei ricercati con relative ubicazioni, gli israeliani vanno e uccidono. Il ruolo giocato da questa agenzia di “intelligence spontanea” è dunque di primaria importanza nello smistamento dei protagonisti verso le tappe della rappresaglia (quasi sempre capitali europee, ricostruite col massimo dell’oleografia turistica). È per questo motivo che la sua messa in scena lascia letteralmente allibiti: una specie di cooperativa rurale dello spionaggio, con tanto di patriarca sentenzioso e bimbi in cattività. Rimane un mistero chi siano costoro, da dove prendano informazioni tanto riservate, perché i servizi segreti internazionali non li tengano costantemente monitorati. Il che getta l’ombra della fantapolitica direttamente su Vengeance, il romanzo di George Jonas da cui è tratto il film. Oltre a questa carenza marchiana ci sono i piccoli particolari mancanti, come accade per il trasloco della moglie e della figlia di Avner (Eric Bana, il protagonista) a New York, palesato da un momento all’altro e senza che la donna – lì per lì molto restia a lasciare Israele - abbia modo di spiegarne le ragioni.
Meritano poi un capitolo di considerazioni a parte tutti i risvolti storico-politici presenti nella trama, e il modo in cui l’intreccio li veicola. Praticamente tutti i dialoghi politicamente sensibili che coinvolgono Avner (specialmente quello con la madre, la quale afferma che Israele, dopo l’Olocausto, deve esistere “a qualsiasi prezzo”) lasciano trasparire l’antisionismo professo di Tony Kushner. Il film indulge abbondantemente alla mistificazione storica secondo cui lo stato d’Israele costituirebbe una sorta di “risarcimento in solido” della Shoah, riconosciuto agli ebrei sulla pelle dei popoli arabi incolpevoli. Curioso come sia proprio una trimurti di coautori ebraici (Spielberg, Kushner, Roth) a sostenere esplicitamente questa erronea tesi, peraltro fino a qualche giorno fa rinverdita anche dalle sparate del presidente iraniano Ahmadinejad. Strano che tre personalità di tale rilievo ignorino davvero che la costituzione di un focolare nazionale ebraico in Palestina fosse stata sancita già nel 1917, con la Dichiarazione Balfour. E che la presenza di ebrei in loco superasse le 450000 unità già nel 1939. E che, sul finire degli anni ’30, il Gran Muftì di Gerusalemme (incidentalmente zio di Yasser Arafat) arruolasse ausiliari da affiancare alla Wehrmacht in funzione antigiudaica.
Il secondo ordine di fallimento discende in linea diretta dal primo, perché un impianto scenico tanto deficitario non può non ripercuotersi sul livello di lettura più “interno” che questo film ha preteso di conferirsi senza saper lavorare sulle fondamenta. Il filo conduttore “catartico” che attraversa il film, descritto per sommi capi qualche riga più su, avrebbe la necessità di dispiegarsi coerentemente con le immagini e i suoni incisi sulla pellicola. Invece la sintassi filmica prediletta da Spielberg non riesce mai veramente a staccarsi dai cliché del documentario a sfondo pedagogico, laddove la fotografia e certe zoomate veloci, più che calare lo spettatore in atmosfere visive anni ’70, imprimono all’insieme una forte fisionomia da “immagini di repertorio”. Allo stesso modo, l’elaborazione etica e introspettiva di Avner - scandita dai tre flashback del massacro di Monaco che lo assalgono sotto forma di incubi - sembra causata più dai drammatici contrattempi che insanguinano la sua missione che non dal naturale affioramento di percezioni inizialmente inconsce. Se fosse andato tutto liscio, viene da pensare, non ci sarebbero state titubanze o paranoie da parte sua.
Per cui, dietro una cortina di preziosismo ipertestuale, si nascondono molte incertezze di contenuto servite, com’è tipico di Spielberg in questi casi (la mente corre ad Amistad), dietro abbondanti dosi di didascalismo melenso. E deleterio: per ostentare equanimità, regista e sceneggiatori fanno precedere ogni assassinio mirato da una breve carrellata sulla vita e sulla personalità della vittima designata, umanizzandola a scapito degli undici morti israeliani – i quali muoiono senza che di loro venga fornita la benché minima caratterizzazione. Inoltre lo scorcio finale sul profilo di Manhattan, con le Torri Gemelle ad indicare un futuro popolato di carnefici l’un contro l’altro armati, scambia gli addendi del problema con una certa malafede. Perché Munich racconta di una rappresaglia sofferta e legittimamente discutibile, mentre noi oggi facciamo i conti con l’eventualità di attaccare prima di essere colpiti. Cioè con problematiche inverse e speculari. Particolare nota di demerito spetta infine alle scene di letto, davvero fuori luogo in un film come questo. Specialmente la seconda e ultima, alternata al terzo incubo-flashback con una sequenza in simultanea, rimane impressa per la bassissima statura dell’espediente adoperato (didascalia: chi uccide per vendetta rimane menomato a vita negli affetti).
In definitiva, Munich è il suggello più appropriato a questo annus horribilis spielberghiano...

Pubblicato il 29/1/2006 alle 16.20 nella rubrica Film e DVD.

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