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I segreti di Brokeback Mountain

Mentre osservava i suoi valorosi militi fiumani rompere le righe mano nella mano, Gabriele D’Annunzio, ben lungi dallo scandalizzarsi, esprimeva soddisfazione. “Guarda i miei soldati! Se ne vanno a coppie, come nella legione tebana!”, commentava estasiato il Vate. Già, la legione tebana. A dispetto delle molte ridicole caricature che si sentono solfeggiare in proposito - soprattutto sulla bocca degli intellettualoidi che colorano di ribellismo antiborghese la mentalità e le abitudini tipiche di contesti culturali lontanissimi dal nostro - i costumi sessuali greco-romani si limitavano “solo” a promuovere senza troppi complimenti la distinzione tra sessualità e famiglia. Laddove la dimensione matrimoniale forniva il luogo destinato alla riproduzione “civilizzata” (cioè garantiva un minimo di criterio per l’attribuzione della paternità), il concubinato arricchiva gli affetti extrafamiliari nel connubio tra amplesso e virtù intellettuale. E si consumava nella stragrande maggioranza dei casi tra uomini semplicemente perché, all’epoca, il quoziente intellettivo femminile non doveva godere di grandissima considerazione presso gli esteti dell’amor guerriero. Altro che progressismo ante litteram, altro che femminismo in nuce. Anzi, era proprio la patente accettazione della diversità tra i molti livelli dell’erotismo che impediva anche solo di concepire una loro equiparazione a norma di legge  - infatti, eccettuati i lazzi di Nerone, non si ha notizia di alcun matrimonio gay celebrato nell’antichità.
La corretta messa in scena del “milieu erotico” appena descritto, al cinema, è merce rara. Unica nota positiva ravvisabile in Alexander di Oliver Stone, al contrario l’ignoranza del concetto di “omoaffettività” copre ulteriormente di ridicolo un kolossal semiserio come Troy (in cui Achille e Patroclo diventano pudicamente cugini).
Ebbene, con Brokeback Mountain (Leone d’oro a Venezia e pluripremiato ai Golden Globes di lunedì scorso) la settima arte guadagna una pietra miliare assoluta, per quel che riguarda il racconto dell’amore gay sul grande schermo. Complice l’impeto inarrestabile di un’alchimia esplosa tra le vallate del Wyoming, i cowboy Jake Gyllenhaal e Heath Ledger - moderni opliti nella nazione erede di Sparta, Atene e Gerusalemme - si scoprono capaci di una passione che riecheggia l’abbraccio tra Achille e Patroclo, tra Alessandro ed Efestione. Anche dopo aver imboccato con risolutezza la strada della normalità matrimoniale, infatti, per entrambi l’adulterio clandestino rimane l’unico appuntamento da attendere col fiato sospeso, tra i molti obblighi di facciata imposti dall’insieme di convenzioni sociali marchiate sulle due facce  - civiltà e ipocrisia - della stessa medaglia antropologica.
Una regia volutamente essenziale evita di succhiare tensione al dramma di due innamorati in costante attrazione, ma separati per scelta; le sobrie inquadrature esplorano abbracci forzuti e camicie stropicciate, fino ad addentrarsi in un coito traumatico, al limite della rissa, posto a suggello di una sensualità scoperta all’improvviso e sempre vivace, mascolina, giovanile. La vicenda amorosa si snoda lungo vent’anni di quotidianità - simulati con l’invecchiamento palesemente “da camerino” dei protagonisti (niente cerone a Ledger e un po’ di grigio sulle tempie di Gyllenhaal) – durante i quali l’impossibilità di coronare nella pienezza familiare un sogno d’amore assume sempre più le forme e i contorni di una gabbia di “forza maggiore” dolente e disperata.
La sottotrama riservata alla seconda relazione etero di Ennis (Ledger) e un finale un po’ slabbrato sottraggono forse compattezza all’insieme, ma non fanno che intaccare a malapena un’avventura di formidabile temperamento drammatico e, in un paio di frangenti, perfino visionario (Jack/Gyllenhaal che si addentra nell’oscurità di un vicolo in compagnia di un viado messicano; l’epilogo in flashback in bilico tra verità e immaginazione). Il film s’azzarda a raccontare una realtà complessa, sicuramente antipatica (almeno stando a quel che ho letto in giro) ai fautori di una visione stereotipata dell’omosessualità e degli omosessuali, in cui trionfano le mossette frocie di checche tremebonde e cagasotto, condannate più o meno geneticamente ad un’unica alternativa “di letto” sin dalla nascita. Diciamo che c’è poca trippa, per i “gatti” che vagheggiano di trasformare il mondo in un mosaico di ghetti etnico-sessuali ermeticamente sigillati; mentre al film di Ang Lee si possono attingere le radici di un realismo salubre e sofferto, di cui Dio solo sa quanto bisogno si senta di questi tempi. Se l’antifona non riesce gradita, comunque, c’è sempre Almodòvar.
Direi che se non dovesse essere Oscar questo, sarebbe lecito ritirare ogni rimasuglio della pur scarsa fiducia ancora riposta nell’Academy losangelina.

Pubblicato il 23/1/2006 alle 18.33 nella rubrica Film e DVD.

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