Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Ipocralismi (ipocrisie e moralismi)

Gli ultimi sviluppi relativi alle indagini sul tentativo di scalata a BNL da parte del gruppo Unipol, notoriamente emanazione dell’arcipelago cooperativo rosso, permettono di farsi una vaga idea della rete di connivenze che avrebbe consentito - condizionale d’obbligo, stante in questo come in qualunque altro procedimento giudiziario la presunzione d’innocenza - alla classe dirigente di area postcomunista di arricchirsi e di scaricare su cordate “altolocate” le sue sofferenze finanziarie. Senza pretendere di trovare qui il bandolo di un intreccio che gli stessi inquirenti hanno appena iniziato a srotolare, mi limito solo a riepilogare velocemente gli elementi probatori acquisiti all’interno dei due principali filoni d’inchiesta attualmente in corso.

La tanto chiacchierata provvista da 48 milioni di Euro equamente spartita tra Giovanni Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti, originariamente depositata a Montecarlo e poi trasferita su un conto corrente milanese grazie allo scudo fiscale tremontiano, sarebbe pari all’importo versato a suo tempo ai due “furbetti rossi” dalla Hopa di Chicco Gnutti per retribuire una consulenza finanziaria. Tale prestazione avrebbe aiutato l’affarista bresciano a rinegoziare nel 2001 i titoli Olivetti-Telecom venduti dalla Hopa a Tronchetti Provera in luglio, cioè alla vigilia del crollo delle borse in seguito all’11 settembre. Ad insospettire gli investigatori è il blocco completo del fondo milionario, rimasto stranamente infruttuoso e intoccato per cinque anni. Singolare, per un deposito teoricamente nella piena disponibilità degli intestatari - e che intestatari: due così coraggiosi “capitani”, in condizioni normali, non si sarebbero lasciati scappare per alcuna motivo la possibilità di lucrare sopra tanto bendiddio.

Gli osservatori - tra cui spicca l’inviato speciale del Tg5, Andrea Pamparana - azzardano varie ipotesi in merito, la più interessante delle quali attribuisce alla provvista incriminata il ruolo di fondo di garanzia per ottenere una linea di credito estero su estero in qualche paradiso fiscale, esentasse e appannaggio di attori (politici?) occulti. I magistrati milanesi starebbero centellinando gli interrogatori a Consorte (ascoltato una volta sola) e a Sacchetti (mai convocato) in attesa di sferrare il colpo decisivo all’intera struttura organizzativa implicata nel maneggio di cui sopra.

Ieri i legali di Consorte hanno annunciato querele contro chiunque faccia riferimento alla presenza di altri conti correnti illeciti intestati all'ex presidente di Unipol. Chissà quali provvedimenti prenderanno allora contro Peter Gomez e Vittorio Malagutti, oggi alla ribalta sull’Espresso con un’inchiesta - intitolata “I signori trecento milioni” - che squaderna per filo e per segno le agevolazioni creditizie con cui la Popolare di Lodi (cioè Giampiero Fiorani) avrebbe coperto i temporanei ammanchi multimilionari generati da una colossale operazione di insider trading datata 2003. Condotta manco a dirlo da Consorte e dal suo vice su obbligazioni Unipol, plusvalutate artatamente le quali si sarebbero reperite le risorse economiche sufficienti a ristrutturare i debiti dei Ds, all’epoca pesantissimi.

Notizie di dominio pubblico, naturalmente, che ho potuto riassumere semplicemente assemblando le notizie apparse sui maggiori organi d’informazione (oltre a quelli già citati, ci sono anche il solito Foglio e il Corriere) da una quindicina di giorni a questa parte. La sinossi torna utile per affrontare un tema potenzialmente vastissimo, se raffrontato con il clima culturale prevalente oggigiorno, anche e soprattutto una volta varcati i confini della politica politicata.

Mai come in seno alla nostra (post)modernità sgravata dal peso della ricerca “finalistica”, cioè animata dalla convinzione che la fenomenologia converga verso un approdo terminale di significato univoco e trascendente, si è infatti imposto il divorzio tra i valori (gli ideali) e gli interessi (i profitti materiali). In pratica, salta agli occhi l’eterogenesi dei fini che attraversa un’epoca sorta reclamando l’emancipazione dalla teleologia e dalla metafisica, viste come inutili e superstiziosi relitti dei vecchi tempi, in cui però trionfano il conformismo e il moralismo più ipocriti e dilaganti. I “valori”, per non doversi corrompere sotto forma di “convincimenti professati” nell’agone della vita quotidiana, ossia per non dover assumere al proprio interno alcun fondamento veritativo, si ritrovano confinati in un empireo astratto e intangibile. Sussistono senza aspirare alla concretezza, idoli totemici di un universo relazionale sommamente “morale” nelle intenzioni e tristemente strabico negli esiti. Ridotti quindi a polarità idealizzate e sottratte alla materialità - ecco il paradosso! - diventano infine leve del comando, strumenti per sottomettere le masse al gretto materialismo del potere.

Capita perciò che i timonieri più in vista del vivere associato siano costretti a praticare una doppia morale. Si fa ma non si dice: Fassino e D’Alema vengono messi sotto accusa non tanto per i patrimoni che possiedono (case coloniche e barche a vela), quanto per aver tradito un’idea sommamente perfetta e immacolata di morale. Ovvero per essersi macchiati di una colpa gravissima, presso la molle intellighenzia gnosticheggiante tanto in auge oggidì: quella di aver voluto applicare un’idea e un valore alla militanza concreta tramite la contrattualità del dare e dell’avere, unica possibilità a disposizione degli individui liberi per mettersi in relazione (“in dialettica”, direbbe il materialista) l’un l’altro. In ultima analisi, il peccato originale che pende sulle nostre teste è proprio di essere umani, cioè di dover intingere nel male carnale la verginità delle nostre idee-guida o, viceversa, di sapere trarre del bene anche dall’azione più abietta. Com’è lontano l’orizzonte laico di retribuzione dell’errore o, all’opposto, di messa a frutto di una moralità vincente; com’è altrettanto distante la prospettiva cristiana (ma laicizzabile) di pacifica e trasparente “fertilizzazione” delle contraddizioni dell’Essere.

Il materialismo anti-finalistico doveva liberarci dalla schiavitù della Verità ontologica: ci ha ricondotti all’arcaica lotta per la vita sotto l’arco teso tra l’inconciliabile dialettica tra concretezza e idealità. In simili condizioni niente è ciò che sembra, tutto ha un risvolto di ipocrita moralismo, ogni apparenza nasconde un mistero iniziatico. Colpa delle ideologie totalitarie che, seppure sconfitte sul piano storico, riecheggiano in ambigui strascichi rivoluzionari duri a morire (vedi spiacevoli novità come il transumanismo). Ma sempre contraddistinti dall’odio per una umanità malfatta e bisognosa di rigenerazioni pianificate.

Restituire cittadinanza alle cause formali e finali, al contrario, anche solo per riempire convenzionalmente di significato l’avventura della conoscenza, permette ad un tempo di temperare il libero scambio e di promuovere in totale trasparenza la propria moralità di riferimento.

Dal vago idealismo alla vita vissuta il passo è breve: basterebbe autodisciplinarsi alla realtà. E arrendersi alla tragica umanità di valori come la Pace, la Giustizia, la Libertà che, laddove si siano parzialmente (umanamente) perseguiti, hanno spesso odorato di sangue, non di linda purezza.

Pubblicato il 20/1/2006 alle 15.44 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web