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La Verità su Tolkien – Perché non era fascista e neanche ambientalista

di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro

172 pp, Liberal Edizioni, € 18

 

Al tolkieniano maturo non può sfuggire il ruolo strettamente comprimario ricoperto dalla politica, specialmente se appiattita sulle meschine convenienze dell’attualità, all’interno della produzione letteraria del Professore per antonomasia. In essa, infatti, i risvolti più spiccatamente “politici” si mescolano all’insieme di parole universali - Bene e Male, Potere e Obbedienza, ineffabilità, lotta all’idolatria, Caduta, Sacrificio e Redenzione - attorno al quale ruota una narrazione di poderoso respiro epico e mitologico, piuttosto che allegorico o metaforico.
Eppure, forse proprio nella consapevolezza di essersi trovati ad analizzare un ciclo di opere ricche di tematiche immanenti ad ogni età dell’uomo, molti dei critici che hanno tentato una ricognizione nella galassia tolkieniana, spesso allevati in una temperie “decostruzionista” decisamente inadatta allo scopo, hanno anche affibbiato al suo demiurgo la casacca di questa o quella famiglia politica.
Trasformando così un confronto potenzialmente molto edificante in una grottesca tribuna elettorale, superficiale nelle premesse e approssimativa negli sviluppi, che s’insinua furbescamente tra gli spiragli logici connessi alle “molteplici applicabilità” della vicenda fantastica.
Del resto, se è la scarsa circolazione di quei presupposti filosofici e teologici, che sarebbero indispensabili per una corretta introduzione a Tolkien, la causa delle appropriazioni politiche indebite che ne hanno coinvolto l’opera, rimane valido anche il ragionamento inverso. Cioè che un guinzaglio ideologico troppo stretto conduce automaticamente sui sentieri interpretativi più aberranti.
Perciò, se l'anno scorso avevo salutato con gioia i modi e le forme del contributo offerto dai ragazzi di “Uno sguardo fino al mare”, ottimo auspicio sul fronte dell’esegesi pura, oggi non posso non accogliere con altrettanta soddisfazione questo “libello militante”, curato da una coppia di giovani che, nell’ambito giornalistico, inizia a godere di una certa notorietà. Abbeveratisi alle “ulmiche” acque del Lario e del Tigullio rispettivamente, Mingardi (1981) e Stagnaro (1977) mettono già da diversi anni la loro penna al servizio del liberalismo prodigandosi nella ricerca multidisciplinare e nell’attività pubblicistica, ultimamente sfociate nella direzione dei dipartimenti di “Globalizzazione e concorrenza” ed “Ecologia di mercato” presso l’Istituto Bruno Leoni di Torino.
Con questo pamphlet, nato dalla rielaborazione di una serie di saggi precedentemente redatti dagli stessi autori, i due saggisti non intendono assolutamente proporre una “introduzione a Tolkien” organica ed esaustiva sul piano scientifico e filologico, bensì una sfida alle politicizzazioni passate e presenti, che sappia restituire l’opera di Tolkien alla sua autentica traiettoria simbolica, superiore ai partiti e alla contingenza in generale. E se, come ricordavo all’inizio, è lo stesso Tolkien ad ammonirci che


“Ne Il Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini. [...] Direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio, due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. [...] Potrei dire che se il racconto tratta di “qualcosa” (oltre che di se stesso), questo qualcosa non è, come tutti sembrano supporre, il “potere”. La ricerca del potere è solo il motore che mette in moto gli avvenimenti, ed è relativamente poco importante, penso. Il racconto riguarda principalmente la morte e l’immortalità, e le scappatoie: la longevità e la memoria.”(1)


nondimeno l’obiettivo di definire il pensiero politico dell’oxoniense deve necessariamente rifarsi alla sua visione di Potere e Libertà, almeno per com’è possibile estrapolarla dai numerosi scritti a nostra disposizione. Tale operazione conoscitiva, come si vedrà, conduce alla ricostruzione di un’estetica anarchica in senso conservativo e conservativa in senso cristiano.
Con i due rapidi capitoli iniziali (“Introduzione” e “Una vita normale”), il lettore può usufruire di un breve excursus sulla biografia di Tolkien e sulle variegate reazioni suscitate un po’ ovunque dall’avvento della sua opera. Impensabile, tuttavia, considerare l’infarinatura di cui sopra un valido sostituto alla lettura approfondita delle fonti letterarie: la funzione del doppio preambolo è di ripassare velocemente alcune notizie basilari. Così, repetita iuvant, si cattura l’inattualità della mitologia nel secolo delle avanguardie, della psicanalisi, della narrativa da laboratorio semiotico. E si torna sull’”eucatastrofe stilistica” scatenata da Tolkien, col rifiuto del racconto del “vero” introspettivo e il recupero del racconto dell’esistenza, fondato su grandi avventure che capitano a persone del tutto normali e non, viceversa, su storie banalissime interiorizzate da psicologie logorroiche e depressive.
Dopodiché si passa al primo dei tre atti che compongono il libro (“Un Anello per domarli”), che si propone a tutti gli effetti come la “pars destruens” di questo lavoro. Individuato nell’Anello il vero protagonista della vicenda, è pacifico inquadrarlo come l’esemplificazione strumentale del Potere Assoluto per eccellenza. Di conseguenza, sfruttando il viatico che deriva da una chiave di lettura del genere, si dipana una linea d’analisi basata sul raffronto dei malefici influssi esercitati dall’Unico sui personaggi che, di volta in volta, si trovano a cimentarvisi. “Il potere dà assuefazione - incapacità di rinunciarvi e, al tempo stesso, odio per la propria condizione - come una droga”(2). Dallo sconvolgimento causato nelle semplici personalità di Bilbo, di Frodo e financo di Sam (che rimangono “feriti” dal contatto con l’Anello e visibilmente sedotti dalla brama di potere, specie in procinto di separarsi dal loro “gingillo”), si passa alla completa corruzione psicofisica di Gollum, e ancora allo sdegnoso rifiuto opposto dai saggi (Gandalf e Galadriel) alle lusinghe del Dominio. Il tutto per formalizzare l’idea, ben presente negli scritti del Professore, che l’essenza del potere “ontologico” risiede nella volontà di potenza dell’uomo sull’uomo. Un potere che si manifesta come mera contraffazione dell’unica volontà creatrice originaria, in quanto riduce i suoi sottoposti a semplici oggetti.
Cose inanimate, sottratte alla ragione morale individuale. E’ nel suo epistolario che Tolkien, con il passaggio forse più di ogni altro stampigliato nel citazionismo monco e tendenzioso di casa nostra (maliziosamente dimentico delle chiose), chiarisce una volta per tutte il suo pensiero al riguardo:


“le mie opinioni inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha né poteri né diritti né intelligenza); e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!”(3)


Anzi, “se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio. Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al ‘Consiglio di Re Giorgio, Winston e la sua banda’, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia”.(4)


Laddove, in inglese, il neologismo “theyocracy” suona eufonico con “democracy”. Di nuovo, il motivo genuinamente “politico” dello spirito tolkieniano si esprime nella pretesa, da parte di alcuni uomini, di governare altri uomini tramite una sistematica “pianificazione centralizzata”, del tutto o in parte rivolta ad alterare la Realtà preesistente all’intervento dei pianificatori a oltranza. Obbedienza, consuetudine, dissimulazione: ma Tolkien, da insigne linguista quale era, sapeva benissimo che il potere si nutre anche di una subdola revisione del linguaggio sotto i confortanti veli dell’eufemismo e della perifrasi. E’ infatti nella Contea devastata da Saruman (“il filosofo che volle farsi re”, nell’arguta interpretazione di Mingardi e Stagnaro) che si riversa tutta l’idiosincrasia nutrita dal Professore verso qualsiasi deriva “statolatrica”. Nella fattispecie sintetizzata dalle sopraffazioni di un regime di stampo socialista; per giunta pepetrate nel cuore di quel nucleo comunitario (la Contea, per l’appunto) al quale Tolkien guardava come a un modello di perfetta convivenza. La terra degli Hobbit, un tempo isola di libertà organizzata come una piccola confederazione di “decumani”, si trova suo malgrado soggiogata dai piani agricoli, dalla proliferazione di regole innaturali custodite da gendarmi ad hoc, da un’industria sovrastante ed opprimente. In pratica, essa rimane ferita e sfigurata dalla riduzione dell’impeto creatore dei singoli a squallida ripetizione di meccanismi socio-politici a orologeria. Gli “spartitori” inviati da Saruman (maestro di inganni ammanniti con l’uso spregiudicato della retorica), più che spartire, raccolgono, e se ne vanno “in giro raccogliendo tutto per ‘un’equa distribuzione’: il che significava che loro prendevano tutto e noi niente”(5). Verrebbe da dire: come descrivere il portato del socialismo (e delle sue varianti “militarizzate”, fascismo e nazismo) in quattro e quattr’otto.
Attenzione, perché questo è un punto importante di discrimine: nell’universo di Tolkien si stigmatizza precisamente il potere “dell’uomo sull’uomo”, poiché un cristiano fervente come JRRT non avrebbe mai potuto negare la preminenza del genere umano sul resto del creato. Ecco perché il “nostro”, memore del monito biblico che recita “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”(6), non può assolutamente essere sospettato di simpatie ambientaliste. Sottolineando brillantemente questo dato di fatto, per i due saggisti diventa semplice rinvenire l’argomento con cui respingere ogni lettura paganeggiante o “evoliana” del testi tolkieniani. Infatti qualsiasi approccio ideologico a ISDA e al suo mondo costringe necessariamente ad eluderne il sottotesto monoteista, cristiano e cattolico. In un parola, trascendente: per cui sia il culto neopagano della “madre terra”, paventato dallo scrittore ambientalista Patrick Curry(7), sia l’animismo neognostico, adombrato da Gianfranco De Turris(8), sono totalmente estranei all’estetica tolkieniana. E spiace, a questo proposito, dover notare come anche Peter Jackson, per correggere molte delle “fratture sintattiche” venutesi a creare nella sua come in ogni operazione di adattamento, abbia optato per una riverniciatura a tinte verdi - sia pure di modesta portata. “Soggiogheremo il mondo con l’industria” (nel film, Saruman lo annuncia enfaticamente ai suoi) è una battuta che JRRT non si sarebbe mai neppure sognato di concepire, figuriamoci di mettere per iscritto.
Attribuire a Tolkien la volontà di prescindere dalla sua religiosità - della quale, per il vero, è profondamente impregnata tutta la sua produzione - equivale sempre a distorcere i tratti caratteristici della sua cosmogonia. La quale, paradossalmente, risulta in tal modo pervasa da un vago “politeismo precristiano” sia nelle conclusioni tratte dalla vulgata “ambientalista” sia in quelle della controparte “fascista”. Ad opposte (ma altrettanto ideologizzate) condizioni iniziali corrispondono quindi analoghi esiti: i “due Tolkien” sembrano essere praticamente la stessa persona.

Il secondo capitolo (“Il Medio Evo della Terra di Mezzo”) apre una parentesi nel flusso del saggio. L’intenzione degli autori è di ricondurre JRRT al suo “milieu culturale” di appartenenza: un composito mosaico di influenze medievaleggianti ispirato al decentramento feudale, visto come antidoto agli oligopoli collusivi scaturiti all’ombra dello Stato moderno e come motore di una società aperta e concorrenziale. A dire il vero questo proposito è perseguito con qualche soprassalto assai velleitario, nella sua impercorribilità pratica oggigiorno (il ritorno alla prassi del tirannicidio, ad esempio). Ma l’uscita dal seminato, con la scusa di fissare i riferimenti storici cari a Tolkien, permette a Mingardi e Stagnaro di rifrequentare i territori pubblicistici che amano esplorare correntemente in qualità di ricercatori. Praticamente solfeggiando un compendio di cultura libertaria.
E’ però nel terzo capitolo “maggiore” (“Un’epica cristiana”), che i due si trovano ad affrontare le ricadute filosofiche del loro ragionamento a tutto campo, che come s’è detto prende le mosse da un retroterra squisitamente economico e politico.
Sorprende come le tematiche d’approdo si riallaccino a quelle che il più “letterario” “Uno sguardo fino al mare” aveva come punto di partenza, quasi che un’esegesi completa dell’opus magnum tolkieniano ammetta un approccio palindromo. In sintesi, il Potere risalta nel suo carattere di “sintomo esteriore” - con varie modalità e gradazioni di nefandezza a seconda di chi lo manifesta - del dissidio interno che investe qualunque creatura decida di ribellarsi alla natura assegnatale dal disegno divino. Di fatto insorgendo contro la sua stessa “creaturalità”, cioè rifiutando i suoi vincoli naturali costitutivi per rincorrere la disperata chimera di un’impossibile “autodeterminazione”. Ma “una parte”, per quanto possa aggrapparsi alla longevità terrena, non diventa mai “il tutto”. E così, come per il ladro di luce che, constata l’inanità dei suoi scopi, può solo condannarsi alle tenebre, la rivolta contro l’ordine naturale di Dio si esprime con un nichilismo di fondo. Da cui la pretesa di soggiogare il creato ad una propria visione “concorrente” a quella dell’Unico che può vantare prerogative divine. Perciò scatta la brama del Potere, strumento capace di manomettere la Realtà e di depauperare il libero impeto creatore che alberga nella comunione tra Natura e Grazia (ossia il dono di Dio a coloro che accettano la sfida di essere individui). Ecco allora in che senso l’anarchismo di Tolkien è “conservativo”: esso si specchia nell’amore per la realtà sensibile, che solo l’armonia irradiata dal creato può, giustappunto, conservare. E la conservazione, d’altra parte, implica il segno livido della mortalità sulla vita terrena; accettando il quale nella fede, pur tra innumerevoli e atroci sofferenze, perfino il più piccolo Hobbit può aspirare a salvare se stesso e il mondo. Tutto ciò è possibile solo tramite la misericordia, l’amore, la pietà, che innescano una trascendenza densa di virtù cristiana - e cattolica, perché la salvezza è aperta a tutti fino all’ultimo, non è prestabilita a casaccio.
Il male diventa quindi, come nella teodicea agostiniana, una privazione del bene, un bene male indirizzato: gli stessi Saruman e Sauron, sulle prime, progettano di sanare in buona fede il dolore “cosmico” che vedono con chiarezza dall’alto della loro smisurata sapienza. Sbagliato si rivelerà il mezzo, non il fine. Ma il mezzo è il fine per qualunque creatura, anche la più sublime.
In tutto questo, il vero e il giusto sono scolpiti nelle stelle, cioè nei luoghi che illuminano l’autorità dei condottieri legittimi, secondo un principio veritativo colto in maniera particolarmente chiara dai due autori:


“Affinché sia possibile che grandi e piccoli compiano il proprio destino - pur con un margine d’incertezza ineliminabile, quello a cui ci espongono le bizze del libero arbitrio - è necessario disporre di un criterio oggettivo. Il Consiglio di Elrond non vede il palpitare di una discussione democratica, alla quale si affaccino punti di vista ed opinioni strampalati e inconciliabili. Piuttosto, esso sboccia nella visione d’una realtà tutta d’un pezzo, la cui cifra sta nell’idea di verità: la verità esiste, è una per tutti e - facendo uso di quel “lume naturale” ch’è a disposizione persino del più umile degli Hobbit - può essere, almeno in parte, svelata.”*


Al fondo di questa meticolosa disamina, di questo intreccio di pensieri personali e citazioni ad ampio raggio, Mingardi e Stagnaro ritrovano quindi gli elementi filosofici ricorrenti in Sant’Agostino e in San Tommaso d’Aquino. Col risultato di mettere significativamente in risalto l’estrema “coerenza interna” del Prof Tolkien, anche sotto il profilo della patristica, oltre che di derubricare definitivamente a “colore locale” le sue riduzioni orientate ad un ipotetico “relativismo pagano”, quali che ne siano gli estensori.
Il dinamismo delle nuove leve nella critica tolkieniana - forse agevolato dalla facilità con cui ISDA e i suoi derivati si possono scartare, gustare ed assimilare anche fuori dai circuiti letterari ufficiali - lascia sempre meglio sperare nel futuro. Un futuro nel quale, auspicabilmente, ad occupare gli scranni più alti dei dipartimenti universitari e dei “liberi pensatoi” ci saranno proprio i giovani di oggi.


Da ultimo un’avvertenza “logistica”: Liberal, come tutte le case editrici minori, si trova a fare i conti con una pessima distribuzione. Consiglio e tutti coloro i quali fossero interessati a questa pubblicazione di saltare a pie’ pari l’opzione “libreria in carne e ossa”, e magari di tentare con un click qui.

 



(1) 
J. R. R. TOLKIEN, “Il medioevo e il fantastico” (Milano: Luni Editrice, 2000), p. 86.

(2)  THOMAS A. SHIPPEY, “The road to Middle Earth” (London: Grafton, 1992), pp. 126-127.

(3)  J. R. R. TOLKIEN, “La Realtà in trasparenza” (Milano: Rusconi, 1990), p. 74.

(4)  Ivi, p. 74.

(5)  J. R. R. TOLKIEN, “Il Signore degli Anelli” (Milano, Rusconi, 1990), p. 1205.

(6)  Genesi 1, 28.

(7)  PATRICK CURRY, “’Meno rumore e più verde’. L’ideologia di Tolkien per l’Inghilterra”, Endòre 1 (1999). Idem, “Defending Middle Earth. Tolkien: Myth & Modernity” (London: HarperCollins, 1998).

(8)  “Il caso Tolkien” in GIANFRANCO DE TURRIS [a cura di], “JRR Tolkien Creatore di Mondi” (Rimini: Il Cerchio, 1992).

* p. 134 del testo in esame.

 

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Sommario


11 INTRODUZIONE


19 Una vita normale

27 Un Anello per domarli

79 Il Medio Evo della Terra di Mezzo

113 Un’epica cristiana


161 CONCLUSIONI


165 BIBLIOGRAFIA

 

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“l’unica critica che mi ha seccato è che [la Terra di Mezzo] ‘non ha religione’ [...]: è un mondo monoteista di ‘religione naturale’!” - JRRT

Pubblicato il 11/1/2006 alle 15.45 nella rubrica Libri.

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