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Buon anno e felice Epifania con l'intemerata-laica-ma-non-laicista

Con un formidabile intervento sul Foglio di oggi, Carlo Cardia (uno dei padri del Concordato tra Stato italiano e Chiesa Cattolica attualmente in vigore, se non vado errato) smonta uno ad uno numerosi argomenti riconducibili al laicismo militante, specialmente a quello cucinato in salsa radicaloide. Dopo aver speso la prima parte del suo articolo “monstre” nella ricapitolazione del decorso storico della laicità occidentale, Cardia cala il carico da undici esaminando lo “stato di avanzamento” del dibattito - tutto interno al liberalismo - inerente la distinzione tra “confessionalismo” e “morale pubblica”. Scrive infatti l’articolista: “Lo stato laico separa il peccato dalla legge, e rende più liberi gli individui, ma non cancella per ciò stesso il decalogo affidato a Mosè, né decreta il rompete le righe dal punto di vista morale e della convivenza sociale”. Non emerge dunque alcun tipo di “afasia etica” dalla separazione tra Stato e Chiesa, ma viceversa la possibilità di perseguire obiettivi politici ritenuti “benefici” anche per un’autorità governativa affrancata da una sistematica intromissione clericale di stampo teocratico. Attenzione però, perché i riferimenti morali utili alla bisogna non possono che rinviare a quel deposito di esperienze storiche e culturali acquisite noto come “tradizione”, che è poi l’unico strumento in grado di ancorare il diritto alla sua condizione intrinseca di “necessità metastorica”. Prosegue Cardia: “Lo stato recepisce più o meno direttamente aspetti essenziali della antropologia giudaico-cristiana, rielaborandoli in leggi che obbligano o consigliano, permettono o suggeriscono, alcuni comportamenti collettivi. [...] Questo è il punto che per tante ragioni è entrato in una crisi profonda, e sul quale si stanno formando gravi equivoci che riguardano proprio la laicità dello stato. L’equivoco principale è che secondo alcuni quella neutralità che lo stato laico ha proclamato verso la religione dovrebbe estendersi a ogni altra dimensione o valore etico-sociale. Ciò che la scienza rende possibile, lo stato deve consentirlo. Ciò che il comportamento individuale produce, e che prima era lasciato alla semplice libertas privatorum, la legge deve recepire e legittimare con garanzie e protezione. Il concetto di neutralità, forte e vincente se riferito alle religioni - perché lo stato non può pretendere verso alcuna verità o dottrina religiosa - viene esteso al mondo dei valori, sino a sostenere che la legge non può operare alcuna scelta che riguardi il bene degli individui e della collettività perché ogni scelta è uguale alle altre e lo stato non può valutarne la solidità”.
Una concezione che, secondo Cardia, può ben riassumersi con Charles E. Larmore, per il quale “Se i liberali devono rispettare alla lettera lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica”. Dove mi permetto di osservare che, sostituendo il termine “liberali” con “radicali”, si centrerebbe con maggior precisione il bersaglio del discorso intrapreso, anche in riferimento all’attualità politica italiana agitata dagli slogan laicisti della neonata “Rosa nel Pugno”. Quale enorme lusso e sfizioso divertissement radicalchic, ritenere “connaturate alla ragione umana progressiva” alcune conquiste morali che, al contrario, discendono in linea diretta dal particolare sviluppo storico di una cultura politica e giuridica ben precisa, nevvero? Lo ripeterò fino allo sfinimento: se dalle nostre parti (situate nel tanto controverso “Occidente”, per quanto le espressioni geografiche assumano spesso significati alquanto labili) pratiche come la schiavitù, la poligamia o il sacrificio umano propiziatorio sono comunemente inserite nel novero dei “tabù”, mentre l’impegno nel lavoro e nella famiglia, la solidarietà e la difesa dei più deboli sono considerati “valori”, non lo si deve certo ai traguardi raggiunti dalla pura ragione strumentale e speculativa. Anzi, quest’ultima, priva di alcuni decisivi apporti “eteronomi”, ne combinava delle belle: consultare i manuali di storia alla voce “usi e costumi diffusi nel mesoamerica precolombiano” per maggiori informazioni.
Perciò una dottrina “liberale”, per professarsi davvero coerente con la programmatica espulsione dagli spazi pubblici di tutto quanto vi sia di esterno all’autocoscienza, dovrebbe puntare allo smantellamento dei suddetti capisaldi di provenienza confessionale. Rifacendosi ad un delirante manifesto di destrutturazione familiare recentemente stilato da Jacques Attali (una sorta di zibaldone veterosessantottino inneggiante alla poligamia-poliandria in funzione antiparentale), Cardia ha buon gioco nel mostrare dove conducano certi assunti teorici, se spinti alle loro estreme conseguenze. E spiega: “Da questo declassamento della laicità a passe-partout dei bisogni individuali può derivare tutto e il contrario di tutto. L’occidente potrebbe tranquillamente legittimare la forma poligamica della famiglia, sul presupposto esplicito che non si obbliga nessuno a sposare più donne, perché chi vuole può fruire del matrimonio monogamico tradizionale: con la caduta, però, del principio di uguaglianza tra uomo e donna che è base razionale (e insieme etica) della monogamia. Si potrebbero legittimare tanti interventi sull’embrione, oggi proibiti in tutto il mondo, per determinare alcune caratteristiche fisiche del nascituro (colore dei capelli, della pelle, caratteristiche fisiche, ecc.), dal momento che nessuno è obbligato a effettuare questi interventi: con la negazione del principio di identità e individualità dei nascituri che verrebbero precodificati e plasmati da adulti interessati. Si potrebbe legittimare pienamente il diritto al suicidio, assistito dalle Asl, perché comunque nessuno è obbligato a suicidarsi, con l’esaurimento del valore della vita e dell’impegno a viverla. E si potrebbero fare tante altre cose di cui si parla in questi anni. La maternità assistita in età avanzata, e quella mediante affitto dell’utero, l’embrione congelato e quello sperimentato, la clonazione, e via di seguito”.
Non mi sembra che questi passaggi richiedano grosse annotazioni, se non che l’insieme di divieti e di norme tramandate da qualsivoglia milieu culturale – da taluni sbrigativamente liquidato come “mera convenzione arcaica”, residuale di una ricerca dell’assoluto vista alla stregua di “malattia infantile” del pensiero umano – costituisce il bagaglio di conquiste concrete che l’armonia organizzata ha sottratto alla barbarie primordiale.
Il minisaggio si conclude con riflessioni affollate dai molti fantasmi che popolano i possibili scenari futuri della biopolitica. La concezione liberale classica “vedeva nell’uomo un essere aperto alla libertà purché formato e strutturato all’etica della responsabilità e del limite”, ma anche tale asserto “è abbandonato e sacrificato sull’altare delle norme procedurali che mai possono scegliere sulla base di una concezione (fallibile ma modificabile) del bene. L’uomo cessa di essere l’oggetto privilegiato della riflessione culturale, religiosa, etica, e diviene la cavia di se stesso, o dei suoi simili, esposto e offerto a qualsiasi sperimentazione, genetica o sociale”.
Cui prodest? A chi può giovare la mistificazione del liberalismo da movimento storico per l’emancipazione della borghesia mercantile - governata dal pacifico confronto di piattaforme politiche anche molto diverse tra loro - a paradigma di una subdola rigenerazione del dogmatismo dialettico materialista? Forse alla famiglia ideologica che più di ogni altra, da oltre quindici anni a questa parte, si è trovata orfana del suo modello storico di riferimento? Vuoi vedere che la fidelizzazione “radicale” serve agli ex compagni per svincolarsi dal giogo della fattibilità pratica e pascersi al riparo del pensiero debole?
Il singolo, quand’anche dotato della più laica delle coscienze, non è mai una “monade morale”, perché le conseguenze delle sue azioni, in ultima analisi, incidono quasi sempre sul suo prossimo. E le “azioni” di cui sopra, per quanto agilmente messe in pratica, scaturiscono dal vaglio della ragione su un deposito esperienziale inevitabilmente ricavato dall’esterno, vale a dire eteronomo. A meno di non ammettere la possibilità di “azzerare” completamente i propri ricordi in corrispondenza delle scelte eticamente sensibili, ma sarebbe un’ipotesi indegna del più spompato degli epigoni del Nietzsche all’amatriciana che tanto affascina certi ambienti “liberal”.
Meglio limitarsi a lavorare sul “quasi” vergato in corsivo poc’anzi: le libertà economiche e lavorative rappresentano senz’altro un ottimo (e già sufficientemente accidentato, ahimè) terreno di partenza.

Pubblicato il 5/1/2006 alle 20.41 nella rubrica Diario.

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