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King Kong

Tutto lasciava presagire un tonfo memorabile o, per essere più precisi, la classica involuzione autoreferenziale che spesso si abbatte sui cineasti baciati dal successo. Il King Kong di Peter Jackson si annunciava infatti come la meta agognata al di là della gavetta, dell’anonimato, della frustrazione, per un regista che - similmente a molti suoi colleghi - sembrava aver battuto il sentiero diretto alla notorietà planetaria con l’unico scopo di rendere il grande pubblico partecipe di un “colpo di fulmine” occorsogli ancora fanciullo, quando ambizione e ingenuità si mescolano in un magma vocazionale indistinto e, nella maggior parte dei casi, destinato a solidificarsi senza dare alcun frutto.

I motivi per nutrire seri dubbi su questo progetto non avevano tardato a manifestarsi sin dal primo giorno di lavorazione, semmai amplificati dal tono tracotante assunto in quei comunicati stampa ufficiosi che sono i rumors artatamente centellinati a latere delle grosse produzioni. Regista, cosceneggiatore e coproduttore, Peter Jackson - spalleggiato dal suo entourage - non si è mai lasciato scappare l’occasione di ostentare la “totale libertà di movimento” che una tale concentrazione di incarichi gli metteva a disposizione. Il timore di dover assistere all’ennesima, tronfia celebrazione in sedicesimi dell’affinità elettiva sbocciata tra il Grande Autore e la Grande Tematica (la sindrome di Peter Pan nel Capitan Uncino di Spielberg) o, peggio ancora, il Grande Personaggio (l’Alexander imperatore magnanimo di Oliver Stone), poi, assieme al restyling fisiognomico capitato a Peter Jackson nel giro di pochi mesi dopo la pioggia di Oscar (il ciccione scarmigliato e malvestito ha purtroppo ceduto il passo ad un esile fighetto in grisaglie), contribuiva a delineare un quadro pregiudiziale abbastanza nefasto.

Eppure, malgrado alcune delle molte inquietudini di cui sopra abbiano trovato una sostanziale conferma durante la visione del film, non posso non censurare la mia sfiducia della vigilia e affermare che no, non è il fallimento che mi aspettavo. In quest’ultimo lavoro del regista neozelandese convivono molti degli elementi stilistici che contraddistinguono in modo ormai inconfondibile un’impronta figurativa originale e personalissima.

Sgomberiamo subito il campo da ogni possibile equivoco circa la mia valutazione del saldo tra disgrazie annunciate e difetti realmente riscontrati: dopo un’iniziale compattezza ritmica dell’insieme, la Venture leva le ancore e l’assenza di un controllore attento all’orologio sul set e in sala di montaggio - ma anche in fase di scrittura - si fa sentire eccome. Solo l’insindacabile “cassazione” esercitata da un produttore esecutivo impegnato nel forcing sui libri contabili della produzione, infatti, riesce ad impedire alla mano del regista di farsi pesante e all’intreccio narrativo di sfilacciarsi in prolungati leziosismi. Invece tutto il film, eccettuati come già detto i primi tre quarti d’ora, si ritrova appesantito da una cappa di lentezza che strappa qualche sbadiglio anche nel corso delle scene più concitate. Mi riferisco in particolare a qualcosa come la metà degli scapicollamenti su Skull Island (tra i quali la pluricitata carica dei brontosauri, che peraltro disgiunge in malo modo le sequenze dedicate all’avvicinamento tra Ann e lo scimmione), ma anche a buona parte della traversata oceanica (occupata in larga misura da una panoramica del tutto inessenziale sui membri dell’equipaggio) e della corsa per le strade di New York, nel preludio al finalone.

Altro frangente bisognoso di rettifiche è il sottotesto riservato al parallelismo tematico con Cuore di Tenebra, ripercorso tramite una mimesi scopertamente pretestuosa su cui - allorché il gruppo di soccorritori si accinge a valicare il “muro di separazione” eretto dagli abitanti di Skull Island - una stucchevole voce off “chioccia” prende per mano le riflessioni dello spettatore, anziché permettere loro di spaziare liberamente fino a raggiungere certe fondamentali conclusioni in totale autonomia. Forse il richiamo al romanzo di Conrad avrebbe funzionato meglio utilizzando riferimenti indiretti (un nome, un luogo); di sicuro sbattere in primo piano la copertina del libro non è un espediente che brilli per finezza di gradazione...

Dopodiché, evase le dolenti note - ma, attenzione, solo dopo averle stigmatizzate con la massima severità possibile -, ci si può (ci si deve) soffermare sui molti aspetti positivi presenti in questo filmone. Su tutti, il formidabile sguardo della cinepresa di Jackson, capace di un’efficacia nel “raccontare per immagini” che onora appieno la difficile arte della regia cinematografica. Non una parola, non un allettamento scenografico, non il montaggio convulso accompagnano la carrellata iniziale sulla New York sconvolta dalla Grande Depressione: c’è solo l’uso sapiente di un linguaggio non verbale ma visuale. Le tecniche e i soggetti adoperati dal regista contribuiscono a formare un repertorio stilistico molto particolare che, grazie alla forte riconoscibilità dei suoi codici espressivi più tipici, riesce ad instaurare un rapporto di sottile complicità con il pubblico seduto in sala. Così è facile, per chi ha dimestichezza almeno con Il Signore degli Anelli, ritrovare anche in King Kong i segni di una sensibilità ben definita, in grado di far convergere un ampio “pacchetto” di soluzioni visive ricorrenti sulla descrizione di vicende in odore di epicità. Parlando di gusto tipicamente jacksoniano, come non riconoscere immediatamente, dietro alle spaventose fisionomie degli indigeni sporchi e cattivi di Skull Island, la stessa fantasia perversa che ha partorito gli Uruk-hai di celluloide visti al cinema non più di due anni fa? E quella ricerca del controcampo dinamico, ottenuto senza giunzioni di montaggio semplicemente regolando l’ampiezza dell’inquadratura (come avviene per il contrattacco dell’equipaggio “in armi” durante il rito sacrificale, ad esempio), non ricorda le visioni d’insieme a Isengard, a Rohan, a Minas Tirith? Nella gola infestata da insetti giganteschi e mostruosi, poi, non rivive forse l’ossessione per i corpi umani smembrati, divorati e corrotti che tormenta gli incubi di PJ sin dai tempi di BadTaste?

Tuttavia il grado di fascinazione per il potenziale simbolico di King Kong, nel caso del regista neozelandese, si spinge ben oltre l’autocitazione o la mera riproposizione di ammiccamenti alla galassia dei B-movie. Un’avventura off-shore che narra dell’amore platonico tra una Bella e una Bestia; ma anche l’occasione per rituffarsi nelle abissali profondità dell’animo umano, in una perlustrazione che - sorprendentemente – rivela molti punti in comune con la saga tolkieniana dell’Anello. Laddove la perdita dell’innocenza edenica a livello collettivo (quale la bancarotta generalizzata degli anni ’30 può essere considerata) si riflette sulle aspirazioni professionali ed esistenziali dei singoli, solo un viaggio al centro dell’abiezione più pura consente di attingere una scintilla di salvezza alla sostanza di cui è fatto il Mistero. E non già per riconquistare nella sua interezza il Bene andato perduto, ma solo per recuperarne la minima parte e per mantenere vivo il ricordo di uno splendore originario ormai irrimediabilmente incrinato.

Nell’Isola del Teschio, dove l’uomo ripiomba nella primitiva inettitudine alla mercé degli elementi, esplode l’antinomia tra Bellezza e Bestialità, tra Natura e Grazia. Un contrasto ancestrale, al cui interno irrompe la figura indifesa di Ann a trasformare il sacrificio dell’altro per amore di sé (praticato dai nativi di Skull Island) nel sacrificio di sé per amore dell’altro, con cui la stessa “divinità di comodo” a lungo cibatasi di morte (Kong) sceglie infine di testimoniare la sua sottomissione all’amore. Ogni “metro di terra” sottratto all’ignoto chiede quindi al Bene di sporcarsi con il Male e viceversa, nella perpetua consunzione di un’armonia “duale” originaria.

Da sempre, il mito svolge la funzione di consegnare all’eternità l’abbellimento idealizzato di tutti i compromessi, le sofferenze, i miserabili inganni che l’itinerario conoscitivo appena descritto richiede. All’infinita serie di conquiste che l’ingegno trae dal soggiogamento della Natura corrisponde un uguale progresso degli strumenti per trasmettere i miti e le leggende. Il cinema è uno di questi: forse il filmato rappresenta addirittura il culmine assoluto della “produzione di mitologia”. I quattro archetipi impersonati da altrettanti dei protagonisti di King Kong (il regista, lo sceneggiatore, l’attrice smarrita e il divo patinato) delimitano la quintessenza stessa di un media in continua evoluzione. Il teatro, unitamente alla recitazione in presa diretta - più “a contatto” con la fisicità naturale - per conservare il suo ruolo “memoriale” si trova a dover rinascere nella registrazione differita - dunque sacrificando parte della sua “naturalità”. Il tramonto dell’autentica ferocia primordiale e l’alba dell’inautentica convenzionalità raziocinante suggellano questa doppia riflessione sulla caducità, che è poi la triste condizione per tentare il salvataggio del Bello. Con il rischio, perennemente in agguato, di passare dall’idolatria della brutalità ad un’altra, più sottile ma in fondo similare: quella della spettacolarità fine a se stessa.

Ripensando agli spunti di riflessione offerti da cotante metafore sul senso della vita e della sua messinscena, viene da chiedersi se con questo film Peter Jackson abbia o no portato a casa un risultato pienamente soddisfacente. Considerato anche il giudizio sugli effetti visivi (eccellenti finché tenuti sotto controllo, ma palesemente fasulli quando esageratamente ammucchiati) e sulla colonna sonora (scontata e anonima, tranne che nella bellissima sequenza sul laghetto ghiacciato, dove funziona egregiamente), la risposta non può che essere salomonica. Cioè deve promuovere un bel film che vale il prezzo del biglietto d’ingresso, ma che solo una maggiore capacità di “addensamento” avrebbe reso il capolavoro che meritava di essere.

Pubblicato il 23/12/2005 alle 21.29 nella rubrica Film e DVD.

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