Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Il Ritorno del Re

Visto che l'uscita ufficiale dell'ultima fatica targata Peter Jackson data a ieri...io vado controcorrente e, per celebrare l'evento, posto la mia vecchia rece del capitolo conclusivo della trilogia fantasy che ha consegnato l'ex ciccione neozelandese alla celebrità imperitura.
Va bene, va bene, è un espediente di bassa lega escogitato per ovviare alla mancanza di tempo da dedicare alla scrittura che attualmente mi attanaglia. Un commento su King Kong arriverà solo dopo il doveroso disbrigo dei miei ultimi impegni universitari, quindi non prima di mercoledì prossimo. Nel frattempo buona lettura e, per i miei ventidue lettori, buona attesa!


Chiamato a mediare tra le cesure del primo episodio e le dilatazioni ex novo del secondo, il trio Jackson-Walsh-Boyens raggiunge un equilibrio narrativo perfetto a tal punto da non poter non provocare un’attenta riflessione da parte del pubblico, anche di quello più critico oppure (come nel mio caso) meno propenso a sbilanciarsi in corso d’opera.
Il ritmo impresso ai cambi di scenario è magistrale, regolato da un'estrema attenzione al livello di coinvolgimento e di tensione sviluppato in ciascuna sottotrama; come in una partitura orchestrale polifonica, ciascuna sezione melodica accompagna con coerenza e uniformità un ordito sinfonico composito e meticolosamente strutturato. Stupisce profondamente la sapienza certosina con cui le varie parti di questa opera sono state assemblate di modo da non provocare alcuno sbalzo nella continuità del racconto; il ritmo sale con regolarità fino ai momenti topici (essenzialmente il Pelennor e il Morannon), poi rallenta per cedere il passo all’amara letizia del finale, che viene percepito “lungo” proprio perché segue un’ora e un quarto di estenuanti battaglie e duelli sul filo del rasoio.
Alcune scene sono approntate “col botto” per segnare un giro di boa; accade con il repentino rientro in scena di Shelob – ripresa da un’inquadratura di tre quarti con Frodo tagliato a mezzobusto, davvero un passaggio di enorme potenza visiva – oppure con l’ormai celebre gragnola di legnate in faccia che Gandalf, esasperato, rifila a Denethor poco prima di incitare i gondoriani alla battaglia, o ancora con la dissolvenza che abbandona Frodo e Sam su un crostone di roccia lambito dal magma rovente, che introduce all’epilogo. Ma in tutti questi casi lo scossone rientra e la narrazione ripiega sui ritmi abbandonati un attimo prima.
Al capolavoro “progettuale” offerto da Jackson & Co. si accompagna un generale aggiustamento nelle caratterizzazioni: i momenti di comicità, stavolta, non si accaniscono più sullo stesso personaggio, ma vengono distribuiti tra i soggetti che, per vari motivi, non esercitano una qualche forma di leadership. Così Gimli continua a parlare a sproposito di mangiare mentre Aragorn osserva spaurito l’imbocco della Via dei Morti, ma non rimane l’unico buffone in mezzo ad un gruppo di eroi. Anche Merry e Pipino, soprattutto quest’ultimo, guadagnano nuovamente la ribalta con uscite vivaci e fuori luogo, oppure con eccezionali siparietti come nel caso del primo colloquio con Denethor. Dirò di più, anche Gollum è riuscito a solleticare l’ineffabile humor degli inglesi (assistetti a questo film a Londra, in concomitanza con l’uscita internazionale, nel Dicembre 2003 - NdR) mentre cercava con le sue astute lusinghe di instillare il germe del sospetto nel cuore di Frodo, sempre più soggiogato dal suo “heavy burden”.
A proposito di sceneggiatura. Per dovere di obiettività devo – felicemente – constatare che il personaggio di Arwen, dopo due episodi segnati da un’invadenza a mio avviso totalmente ingiustificata, viene ridimensionato tornando a ricoprire il ruolo di comparsa che gli spetta; restituendo con un’efficacia grandemente più sintetica che nei primi due film il profondo dissidio che si trova ad affrontare, e comunicando en passant diversi aspetti del sofferto “compromesso ultraterreno” che si impone allorquando Uomini ed Elfi scelgono di congiungere i loro destini.
Del taglio della Voce di Saruman e dell’intercorso amoroso tra Eowin e Faramir può aversi facilmente ragione con l’acquisto della Extended Edition, ma posso garantire oltre ogni ragionevole dubbio che queste due assenze non si fanno assolutamente notare, o comunque non travalicano mai il limite del proverbiale “mi manca un pezzetto, ma non saprei bene quale”. Gli sviluppi sentimentali intervenuti nelle Case di Guarigione si intuiscono con la coda dello sguardo, non appena i due nobili innamorati presenziano in coppia all’incoronazione del Re; ma, al di là di esigui sottintesi del genere, uno spettatore all’oscuro del libro può soprassedere senza troppi patemi d’animo…
Unico appunto allo script, invero poco significativo: col senno del poi appare ancor più pleonastico e fuorviante il faccia a faccia tra Frodo e il Nazgul avvenuto in Le Due Torri. Di sicuro non è servito a far credere all’Oscuro Signore che l’Anello si trovasse a Minas Tirith, o perlomeno non dichiaratamente. Ma posso tranquillamente affermare che siamo dalle parti del puro genio, anche a dispetto di quei due/tre soprassalti “revisionisti” che - talora a ragione, come nel caso suddetto - hanno confuso il pubblico neofita e irritato i tolkienofili della prima ora. Stavolta nulla può creare incomprensioni, perché gli sceneggiatori hanno saputo giostrare il “mostrato” e il “detto” con assoluta perizia. Peter Jackson si conferma indiscusso maestro nella ripresa dei campi lunghi e delle panoramiche, filmate muovendo quasi sempre la macchina all’indietro e restituendo l’eterno contrasto tra le effimere vicende umane e la grandezza imperscrutabile della natura e dei tempi del cosmo. Ripenso anche alla sequenza dedicata ad Eowin, ripresa immobile sulla scalinata di Meduseld mentre contempla l’orizzonte, con un’inquadratura che parte lontana per arrivare quasi fino a lambire le sue vesti. Ma è una festa spettacolare ogni volta che PJ deve dare una visione d’insieme: lo schieramento dei Rohirrim davanti al Pelennor, prima mostrato solo di fronte e poi svelato in tutta la sua grandiosità semplicemente rialzando la macchina da presa; oppure l’arrivo a Minas Tirith di Gandalf in sella ad Ombromanto, ridotto ad un puntino che si staglia contro l’immensa Torre di Guardia. I momenti introspettivi, per converso, trovano riscontro nei primissimi piani e nei campi stretti, che consentono di sottolineare la drammaticità di alcuni momenti semplicemente modulando le espressioni dei protagonisti. Proprio sfruttando il contrasto tra l’ampiezza delle riprese PJ sa restituire quell’insieme di picchi narrativi che, emergendo con forza rispetto agli elementi in sottotraccia, rende coinvolgente la messa in scena complessiva. Logico quindi affermare che senza un adeguato “polso” del cast il regista avrebbe ottenuto proprio l’effetto di scadere nella comicità involontaria, utilizzando questa tecnica; e invece la compagine di attori a sua disposizione – la quale, eccezion fatta per Ian McKellen e Cristopher Lee, non vede elementi dotati di particolare temperamento drammatico – riesce a servire PJ nel migliore dei modi, a tratti raggiungendo vette di assoluta maestria recitativa. Più di ogni altro momento, mi riferisco alla disperata carica – consapevolmente suicida – portata da Faramir alle mura di Osgiliath. Tutto in ralenti, l’attacco viene intervallato da un canto struggente e inatteso di Pipino, che certo visibilmente non allieta il nervoso desinare di Denethor, il quale ingoia con rabbia l’ultima cibaria facendosene scorrere il succo sanguinoso agli angoli della bocca.
Durante l’assalto frontale agli Olifanti c’è anche spazio per una citazione da Star Wars: il rodeo degli sprinter attorno alle gambe degli AT e ST è riesumato sottoforma di un coraggioso assalto della cavalleria impegnata a schivare le zampe delle gigantesche cavalcature dei Sudroni.
Forse l’uso del carrello manuale non è adattissimo a chiarire la dinamica dei corpo a corpo, ma comunica senz’altro una diffusa caoticità.
L’esperienza maturata in due anni di post produzione mostra in questo caso tutto il suo valore. Lo screenplay è immerso nella consueta fotografia “sgranata” che ha reso celebre la trilogia. Poco da dire, se non che bisogna essere degli Istari per rendere belli financo Viggo Mortensen e Orlando Bloom, due signori che – con buona pace delle estimatrici ad oltranza… - sono e restano alquanto bruttarelli, senza un buon makeup preventivo…
Il montaggio avviene seguendo le logiche imposte dalla sceneggiatura. Stavolta senza incorrere in salti audiovisivi troppo marcati, come avveniva spessissimo in FOTR: non capita mai che si passi da una scena assolutamente placida e tranquilla ad una rumorosa e debordante di squartamenti.
Un piccolo erroruccio mi è balzato agli occhi in occasione del Morannon, quando Aragorn arringa i suoi uomini a cavallo, per poi apparire appiedato nella sequenza immediatamente successiva, quella in cui dà il via alla battaglia; immagino comunque che forzando un po’ la percezione dei tempi cinematografici questo fatto si possa spiegare in molti modi, magari immaginando che la discesa in massa dai cavalli avvenga fuori scena.
In quest’ultimo episodio, Gimli e Legolas passano al rango di comprimari; quindi sia Rhys-Davies sia Orlando Bloom offrono prestazioni di ordinaria amministrazione. Il solito simpatico brontolone il primo, perennemente impassibile il secondo. Davvero spettacolare il confronto che oppone Legolas al più agguerrito degli Olianti, con l’Elfo che ripropone sulla proboscide della mostruosa creatura le sue doti di surfista.
Aragorn ha definitivamente abbandonato ogni tentennamento, perciò Mortensen interpreta con convinzione la parte di un Uomo che ha scelto di accettare le grandi responsabilità che il destino gli ha riservato. Severo e battagliero, in lingua originale Viggo rivela anche il buon lavoro che ha fatto sull’impostazione della voce. Anche se devo proprio ammettere che Pino Insegno, doppiandolo, è un gradino più in alto di lui.
Ian Mckellen si conferma il migliore in campo, lo posso affermare una volta di più avendo gustato la teatralità delle sue declamazioni in originale e osservato la mimica della sua multiforme maschera facciale. Trasformista memorabile nel rimbrotto a Pipino al cospetto di Denethor, diventa torrido e sofferente in battaglia. Tecnicamente mostruoso.
Così come Legolas e Gimli perdono un po’ di scena, così la guadagnano Merry e Pipino, quindi Dominic Monaghan e Billy Boyd. Se il primo rivela discrete doti di interprete, il secondo esplode una performance che – assieme a quella di John Noble – è la vera sorpresa di ROTK. Come ho già accennato, una delle scene topiche del film lo vede protagonista mentre canta una melodia drammatica e commovente. Ma la novità straordinaria è il piano di assoluta parità con cui si confronta con McKellen nei loro frequenti dialoghi a due. Nessuna sensazione di scomparsa di fronte al grande maestro, nessun complesso di inferiorità, niente di niente.
John Noble (Denethor) è l’unica new entry, spero di non risultare ripetitivo se la definisco azzeccatissima. Il metodo da filodrammatico con cui carica il suo personaggio di esagerazioni teatrali è chiaramente richiesto dal copione, ma rimane una mirabile dimostrazione di autonomia artistica per le sfumature che riesce ad offrire in concreto: nei suoi occhi spiritati c’è tutto il disperato orgoglio di chi persiste orgogliosamente nell’eresia, senza nutrire alcuna volontà di redenzione.

Il trio Frodo-Sam-Gollum offre la prestazione ovviamente più importante ai fini della riuscita del film. Molto buona la prova di Wood e di Astin, anche se non offrono nulla di molto diverso da quello che si è già visto in precedenza (che è molto buono). Chi svetta prepotentemente, consentendo alla sottotrama “a tre” di compiere un vero e proprio salto di qualità è Andy Serkis. Nel prologo iniziale sperimenta sul suo corpo l’inquietante e progressivo decadimento di Smeagol/Gollum, non senza assecondare con smorfie trucide la “gore obsession” del regista, e nel racconto in presa diretta ripete l’inaudita prova offerta in TTT. Dopo aver sentito l’originale, posso solo sottolineare una volta di più le straordinarie doti di caratterista mostrate da questo signore che, senza nulla togliere all’estrema professionalità di Francesco Vairano, è davvero su un altro pianeta rispetto alla sua controparte italiana.
Sentitelo quando strozza le sue corde vocali, oppure quando modula in mille modi diversi il tono della voce a seconda delle vocali che incontra parlando. Un mostro, lui, davvero in tutti i sensi.
Ultimo su tutti i fronti David Wenham, sul quale non mi sentirei però di infierire troppo: il copione gli riserva una parte davvero difficile e ristretta.
Più di altre questa categoria di giudizio si giova dei progressi vertiginosi ottenuti dalle tecnologie digitali nel corso di questi due anni, com’è naturale che sia. I destrieri alati dei Nazgul mostrano più fluidità nelle sequenze aeree di quanta ve ne fosse in TTT, prova ne sia soprattutto la regolarità con cui fluttuano in volo ad ogni battito d’ali, prima totalmente assente. Migliorano anche i Trolls, che acquistano fisicità, e debuttano felicemente gli Olifanti.
Menzione a parte per Shelob, il mastodontico ragno che da sempre tormenta i sonni di PJ. Otto zampe isteriche unite all’addome flaccido e al capo, orrendamente squarciato da fauci traboccanti di viscidume, rendono questa creatura uno degli incubi di celluloide più terrorizzanti visti finora. L’interazione con Frodo e Sam – soprattutto con quest’ultimo! - è di un realismo tranquillamente paragonabile a quello mostrato dai due Hobbit nei contatti con Gollum, quindi estremamente elevato.
In generale si assiste ad un miglior livello qualitativo delle textures e dell’integrazione degli sprite in CG, anche se su questo fronte gli Olifanti fanno difetto, specie se soggetti a movimenti veloci o improvvisi (vedasi ad esempio l’impennata che uno di loro subisce quando viene colpito a morte).
I matte paintings rimangono di ottimo livello, sempre all’altezza della splendida scenografia naturale offerta dalla Nuova Zelanda. Lo stesso dicasi per i costumi e l’oggettistica, che appartengono alla branca degli effetti visivi (il workshop) meno influenzata dai progressi tecnologici.
In conclusione mi sento di esprimere una valutazione positiva anche per Howard Shore e la sua OST, a cui molti – non completamente a torto – avrebbero comunque preferito qualcosa di meno virtuoso ma più impattante. Qualcosa come John Williams, insomma.
Bellissimi i titoli di coda, che propongono i nomi del cast affiancati ai ritratti dei personaggi sulle note dell’emozionante brano di Annie Lenox.
Non protraggo oltre questo mio reverente panegirico: chiudo però aggiungendo che il terzo capitolo della saga tolkieniana visto al cinema, assieme anche ai suoi due predecessori, si posiziona in testa alla mia classifica filmica di sempre.
Senza dubbio la produzione cinematografica del decennio, oltre che un gioiello da allineare sullo scaffale delle opere del cuore.

Pubblicato il 17/12/2005 alle 16.13 nella rubrica Film e DVD.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web