Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

3 in 1

DONNIE DARKO

La sceneggiatura di questo film è improntata ad un'ardita miscellanea di vari generi (dramma giovanile, fantascienza, horror, thriller), ma in fase conclusiva fallisce almeno parzialmente nell'obiettivo di tirarne le fila.

Le trame, intrecciate o meno, possono benissimo partire da un evento inspiegabile (l'apparizione del turboreattore), ma si devono rivelare internamente coerenti tanto più si avvicinano al finale o si articolano in sottotesti multipli.
Intendiamoci, il regista (venticinquenne all’epoca delle lavorazioni) sfrutta con grande abilità le tecniche più moderne (piani sequenza movimentati, ellissi, carrellate musicali), riuscendo a sciogliere alcuni nodi narrativi senza spendere mezza parola (il rimando al saggio della squadra di danza, ad esempio), ma eccede nella ricerca di un'assoluta autonomia tra il 'mostrato' e lo 'spiegato'.
(attenzione: seguono spoiler) Alcune delle “esegesi” apparse in rete con l’intento di chiarificare la complicata teoria fisico-teleologica che fa da cornice alla vicenda offrono interessanti spunti di riflessione, ma io continuo a non capire come possa Frank, da morto, prendere l'iniziativa di viaggiare nel tempo per pilotare le gesta di Donnie. Il nostro uomo-coniglio, infatti, non è un life receiver: quindi non può aprire i wormholes a suo piacimento. Quindi nemmeno dare il via alla catena di avvenimenti che saneranno il paradosso spazio temporale venutosi a creare (fine spoiler).
Certo, mi si dirà che non tutto il cinema viene per combaciare appieno con il metro della logica formale, ma allora si dovrà pur ammettere che questo film vuole solo creare dei "vuoti" narrativi lasciando allo spettatore il compito di riempirli da sé. Suscitando una reazione soggettiva senza risolversi univocamente.
Per cui non mi spiego la tanto chiacchierata release dei director's cut: tanto la trama non tornerebbe nemmeno se compendiata in forma enciclopedica.
Poi potremmo sicuramente lanciarci in lodi sperticate al cast, davvero ben diretto. In special modo Noah Wyle - ma lui non è certo una sorpresa per chi, come me, lo apprezza da ormai dieci anni tra le corsie e le barelle di ER. Oppure si potrebbe tributare un plauso al mixage, di grande compattezza sonora. Eppure rimane un pizzico di delusione, pensando ad un insieme di accattivanti sottotrame che fallisce nel compiere il passo finale, sacrificando cioè un po' di estro visionario sull'altare della leggibilità complessiva.
Intenzionale o meno, la mossa di scaricare sull'utente la responsabilità di supplire ad una serie di assenze nell'intreccio è esteticamente parecchio discutibile. E' come riempire un testo scritto di puntini di sospensione...può essere utile se ben dosato...ma alla lunga...rischia di rivelarsi...un espediente...per mascherare l'incapacità ...di dire qualcosa...di sostanziale...
Non so se mi sono spiegato...

 

 

ACQUATICI LUNATICI

Steve Zissou è un lupo di mare in disarmo tormentato da una crisi di mezza età grossa così, e per di più bolso, arrogante e volubile. Vuole vendicare un amico divorato da uno squalo, o forse solo approfittare della disgrazia per risollevare le sue quotazioni di oceanografo da copertina.

Lo accompagnano una ciurma in tuta azzurrina e zucchetto rosso (ma l’indù porta il turbante), la moglie ricca e annoiata, un cane storpio, il figlio redivivo e una reporter facile agli sbalzi d’umore (Cate Blanchett in versione gravido-erotica).

L’atmosfera surreale, permeata di modernariato nautico e tecnologia obsoleta, assieme a qualche nota grottesca qua e là (il chitarrista brasileiro che strimpella perfino sottocoperta) e a trovate fantanaturalistiche (cavallucci iridati? squali giaguaro? meduse gommose? granchi caramellati?!?), completa il quadro di un film spiritoso e abbondantemente venato di ironia e humor nero.

 Wes Anderson studia da alternativo, si diverte coi carrelli laterali e con le zoomate a singhiozzo, gioca con la colonna sonora, nel finale azzarda un occhiolino a Kubrick (l’impatto dell’elicottero con l’acqua), sicuramente è un virtuoso della cinepresa. Senonché alcune escursioni nel manierismo cinefilo sembrano anche troppo autoreferenziali: l’assalto all’albergo diroccato, per dire. E poi tutte quelle sparatorie farlocche!

 “Acquatici lunatici” (prima o poi metteranno una taglia anche sui titolisti nostrani, garantito), beninteso, è un film che mi sento di consigliare senza riserve. Ma non mi venite a raccontare che è cinema indipendente: qui si frequentano - anche goliardicamente - solo i tratti esteriori di quello stile, per riderci sopra amaramente. E poi 60 milioni di dollari non sono un budget da “indi –movie”, poco ma sicuro.

 

 

IN GOOD COMPANY

Adesso uno potrebbe buttarla sul politico, o sul polemico, però non è davvero il caso. Prima di tutto perché questo, nonostante il contesto confezionato a misura di attaccapanni sindacale e nonostante il monologo conclusivo in stile “comizio del Primo Maggio”, con Dennis Quaid portavoce della Hollywood corretta e democratica, è un bel film da leggere in controluce. Il tema dei rapporti umani nell’era della mondializzazione a duecento all’ora viene qui riportato alla sua dimensione più spiazzante. Il ventiseienne Topher Grace (una piacevole scoperta) fa le scarpe al cinquantenne Dennis Quaid (in crescita) e, non pago delle anomalie prodotte dalla finanza yuppeggiante, se la intende pure con sua figlia Scarlett Johansson (un po’ sottotono). Sullo sfondo, le “cose della vita”, sempre le stesse anche nella capitale della frenesia lavorativa. Dove il film converge su ampi terreni di condivisibilità e di lettura è però nel bilancio finale degli eventi (non credo di accingermi propriamente a spoilerare, ad ogni modo fate vobis): il libero mercato possiede un’etica autonoma con cui preservarsi dall’arbitrio e dall’esagerazione, perché è popolato da uomini che, in ultima analisi, cercano sempre di scambiarsi mutua soddisfazione. E soprattutto, scremati gli aspetti contingenti (soldi, lavoro, disavventure varie), quello che conta davvero nella vita sono gli affetti e la famiglia.

Il regista è talentuoso, specie nell’uso delle cesure “fotografiche”, però la metafora dello yuppie redento che passa dal jogging al plasma al jogging su spiaggia farebbe meglio a lasciarla allo Spielberg ultima maniera.

Pubblicato il 13/12/2005 alle 14.40 nella rubrica Film e DVD.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web