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La mia sfida al destino

Di Heinrich Harrer
464 pp, Mondadori, € 18,60 – 8,40

 


Esiste un fattore antropologico ben preciso, a monte del significato comunemente attribuito a parole come “progresso” e “modernità”. Senza di esso, qualsiasi nozione abbia a che vedere con la classificazione - scientifica o meno - dei numerosi “modelli culturali” presenti sul globo terrestre perderebbe uno dei suoi postulati fondamentali.
L’elemento conoscitivo di base a cui mi riferisco è la stanzialità. Nelle società “avanzate” l’importanza assunta dal viaggiare e dallo spostarsi, intesi come esperienze necessarie per sviluppare un’attitudine alle relazioni interpersonali e interetniche degna di tal nome, è andata via via diminuendo, complice anche l’avvento dell’alta tecnologia e dei mass media. D’altra parte come sarebbe possibile oggigiorno, coi ritmi di vita forsennati e le “tappe esistenziali” che normalmente s’impongono all’uomo moderno, riuscire nell’intento di far coesistere le due dimensioni complementari dell’esplorazione viaggiante, interiore ed esteriore? Un obiettivo del genere richiederebbe anni di vita, tutti da sottrarre a quelle aspettative - magari meno elevate, ma senz’altro più concrete e spesso più urgenti - che (giustamente, beninteso) la maggior parte di noi pone in cima alla sua lista di priorità per l’avvenire: una famiglia, una casa, un lavoro in pianta stabile.
Perciò del viaggio rimane in campo un’unica variazione sul tema, ossia la villeggiatura estiva. Poche ore d’aereo, poi due o tre settimane di villaggio vacanze, quindi rientro. Perfino il nomadismo riconosciuto a norma di legge, ormai, è divenuto solo un pretesto per giustificare la burocratica individuazione di aree destinate ad ospitare le “brevi soste” di “girovaghi” molto stanziali e per nulla itineranti.
Ebbene, dando alle stampe La mia sfida al destino, l’alpinista e geografo austriaco Heinrich Harrer consegna al grande pubblico il resoconto di una vita intera trascorsa a sacrificare gli agi e le comodità all’amore per l’avventura fisica, pericolosa, continuamente in marcia. Chi pensa che in fondo si tratti di una prospettiva allettante, in confronto al grigiore impiegatizio di tutti i giorni, o che, avendone l’opportunità, chiunque riuscirebbe facilmente ad intraprendere la professione di viaggiatore, pecca di superficialità. Certo, nel corso dell’autobiografia Harrer non manca di rinnovare a più riprese la sua professione di fede “raminga”, smorzando la lontana eco dei momenti di sconforto nell’orgogliosa riaffermazione di una scelta avventuriera vieppiù irrinunciabile. Ma dalle pieghe di una ricerca sapiente, condotta anche al prezzo di rinunce e pericoli inenarrabili, trapela la testimonianza di una vocazione impegnativa, costantemente ponderata e rimessa in discussione.
Così il progressivo evolversi dei traguardi inseguiti e raggiunti da Harrer diventa uno specchio delle stagioni della vita: dalle ardite ascensioni alpine di gioventù alle spedizioni etnografiche della maturità; dal piglio arrembante dello scalatore alle virtù riflessive dell’esploratore. Camminando su stretti sentieri di montagna, con l’abisso da una parte e la ripida parete di roccia dall’altra, ogni attimo acquista importanza e si archivia tra i ricordi più vividi. Per cui le cronache di Heinrich Harrer riescono a coprire l’arco di nove decadi - il libro nasce infatti per celebrare le novanta candeline, spente nel 2002 – con grande dovizia di particolari. Alla giovinezza divisa tra le arrampicate, le gare di sci e lo studio della geografia generale segue un imprudente compromesso con la palingenesi storica che più di ogni altra pesa sulla coscienza collettiva dei popoli di lingua tedesca, il nazismo. Nel ’38, persuasosi della stabilizzazione politica sancita con gli accordi di Monaco, anche Harrer rompe gli indugi e, pur di ricevere il permesso di unirsi ad una spedizione ufficiale diretta sul Nanga Parbat (Himalaia), aderisce alle SS professandosi “membro anziano” del Partito al fine di accelerare il rilascio dell’autorizzazione all’espatrio.
Senz’altro un’imperdonabile leggerezza, ancora oggi fonte di maldicenze e dispiaceri. Ma anche il primo di una serie di avvenimenti che, nel giro di qualche anno, avrebbe consentito al giovane Scharfuhrer di vivere in prima persona la formidabile esperienza all’origine della sua notorietà. Lo scoppio della II Guerra Mondiale, intervenuto prima ancora di poter disfare i bagagli, aveva nel frattempo trasformato l’intero subcontinente indiano in territorio ostile ai cittadini dell’Asse germanico. Non la “diabolica vetta” del Nanga Parbat, ma cinque lunghi anni di prigionia attendevano il gruppo di spedizione austro-tedesco al quale Harrer aveva anelato con tanta determinazione. Poi, nel ’44, una rocambolesca evasione conduce l’alpinista fuggiasco attraverso le immense vallate transhimalaiane; e l’intricato dedalo di sentieri misteriosi, dopo un tortuoso pellegrinaggio, sbocca infine entro le mura di Lhasa, la capitale tibetana sacra al buddismo internazionale. Il successivo, privilegiato insediamento in seno a quella cultura esotica, dovuto certamente anche al carisma del forestiero inatteso, avrebbe consentito ad Harrer di entrare nelle grazie nientemeno che del Dalai Lama, all’epoca quattordicenne, e di offrire al mondo intero l'ultimo ritratto di un Tibet libero e indipendente. Con Sette anni nel Tibet, pubblicato subito dopo l’invasione cinese e il conseguente ritorno in Europa, Heinrich Harrer diviene infatti il più autorevole portavoce del grido di dolore innalzato da un intero popolo in esilio. E, en passant, conquista sul campo la celebrità necessaria per vedersi affidare gli incarichi più stimolanti da fondazioni private e network televisivi.
Una carriera, la sua, capace di riprodurre fedelmente l’eclettismo atletico-intellettuale caratteristico del personaggio. Dal Brasile settentrionale - dove gli alcolici si ottengono masticando radici di manioca ricche di amido, poi sputate in trogoli di legno dove i bacilli e il calore facilitano una rapida fermentazione della brodaglia - ai frequenti giri di conferenze intorno al mondo. Dalla scalata del Ruwenzori (Congo) all’amicizia fraterna con Leopoldo, re del Belgio; dall’Alaska al Sudan al servizio fotografico con Helmut Newton al film Sette anni in Tibet, diretto da Jean-Jacques Annaud e interpretato da Brad Pitt. E poi il volo di quaranta metri giù da una cascata, in Nuova Guinea, e la malaria contratta in Caienna.
Ormai anziano, l’ex etnografo trae dal suo avventuroso memoriale una “visione della vita” tutt’altro che propensa all’irenismo zuccheroso o alla tassonomia paternalista dei “buoni selvaggi” sparsi per il mondo. Anzi, non fa mistero di preferire di gran lunga l’orgogliosa arretratezza dei sentinellesi delle Andamane alla tracotanza dei “liberatori”, specie se autoproclamatisi tali. Scrive Harrer: “Il nostro pianeta è vastissimo e vario e ospita popoli e culture di inesauribile multiformità. Eppure c’è qualcosa che accomuna tutti, nonostante le differenze: il desiderio di difendersi dalla malattia e dai pericoli, di conservarsi in salute e in forze, di moltiplicarsi. Solo ai presuntuosi, agli intolleranti, ai razionalisti fanatici può venire in mente di convertire chi non la pensa come loro”. E ancora: “Il paese (il Tibet, NdR) era governato da un’oligarchia di monaci e aristocratici che agivano in maniera niente affatto altruistica; di democrazia non se ne parlava neanche. Ma tutti erano felici e soddisfatti, perfino i mendicanti conducevano un’esistenza accettabile. Il Tibet era economicamente indipendente, e ciò era motivo di un certo orgoglio. In base agli standard odierni, il prodotto interno lordo del paese sarebbe stato considerato pressoché nullo. La coesione e l’autonomia si fondavano su una fede incrollabile e sulla certezza della reincarnazione. Nomadi e contadini accorrevano a frotte nella capitale in occasione delle feste e ammiravano senza invidia lo sfarzo del clero e della nobiltà”.
La via verso il futuro è però indicata con particolare nettezza in margine al già citato attacco di malaria: "Nei meandri del nostro pianeta ci sono ancora forme di vita sconosciute, scimmie e farfalle mai classificate; sotto i ghiacci dell’Antartide c’è addirittura una catena montuosa grande quanto le Alpi. Sulla terra c’è ancora spazio per l’avventura, innumerevoli sfide sono in attesa di qualcuno che voglia cimentarvisi. […] nell’universo ci sono tante meraviglie da scoprire senza bisogno degli UFO”.
Un prezioso distillato di buonsenso e di realismo, per salutare un secolo apertosi all’insegna dell’omologazione del “diverso”, spesso contrabbandata come tributo da versare ad un dubbio universalismo umanista. E un buffetto amichevole sulle testoline dei sognatori imbambolati col naso all’insù, talmente distratti da trascurare il bendiddio disponibile quaggiù.

 


“Il cavallo che non porta l’uomo in salita non è un cavallo, l’uomo che non smonta di sella in discesa non è un uomo” - proverbio tibetano

Pubblicato il 10/12/2005 alle 14.1 nella rubrica Libri.

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