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Quando il cane si morde la coda

Le dichiarazioni rilasciate da Emanuele Severino e Giulio Giorello sul Corsera e su La Stampa rispettivamente, unite alla puntuale denuncia di un confronto "drogato" dall'assunzione unilaterale di una Verità incontrovertibile, come può esserlo quello con la Chiesa Cattolica, contengono una buona dose di approssimazione e di aporie.
Dice Severino: «L'esistenza di un immutabile e divino ordinamento della realtà implicherebbe l'inesistenza del mondo, cioè l'assurdo». Il filosofo bresciano, forse inconsapevolamente, parla dell'Islam, nel quale Natura e Grazia coincidono nel rispetto del dettato coranico, non certo del cristianesimo, che prevede invece il libero sviluppo del creato come riverbero di una originaria (e benefica) volontà trascendente. Un infortunio teologico macroscopico, per un pensatore del suo calibro.
Il relativismo, dice invece Giulio Giorello, «non è un dogma, "Non c'è verità", non è nemmeno la frase banale e insensata "tutto è relativo". Il relativismo è l'atteggiamento mentale...». Quindi il relativismo, dopo alcune avventurose sortite in territorio etico, si starebbe rassegnando a rientrare nell'ambito più tranquillizzante della gnoseologia, dove peraltro ha trovato giusto asilo sin dalla notte dei tempi. Perciò non tutto è relativo (ché quello, come giustamente evidenziato da Giorello, sarebbe un dogma, e dei più rigidi), ma una Verità ontologica, anche come approdo puramente teorico di qualsivoglia itinerario conoscitivo, esiste eccome. Delle due l'una, no?

Pubblicato il 6/12/2005 alle 14.39 nella rubrica Diario.

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