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La Passione di Cristo

Per gentile concessione di Alessandro "Verdefoglia" Moroni (flagg61@libero.it).


"In ambito artistico le buone intenzioni non contano: tutte le realizzazioni peggiori sono il risultato di buone intenzioni".

Questa frase di Oscar Wilde è quantomai indicata ad etichettare “la Passione secondo Mel".
Mi sia consentito un inciso: uno dei miei sogni adolescenziali ricorrenti è sempre stato quello di diventare un giorno un regista famoso e di avere la possibilità, a un certo punto della mia carriera, di realizzare un film su Gesù. Gli avrei dato il titolo "Il Sangue e la Carne", e avrei fatto in modo che venissero opportunamente sottolineati quegli aspetti di "corporalità" che certa iconografia tradizionale si è sempre rifiutata di applicare al Nazareno. Ben presto, non appena ho avuto certezza del fatto che i miei sogni da ragazzino non avrebbero mai fatto breccia nella mediocrità del quotidiano, ho provveduto a trasferire altrove la mia speranza e aspettativa: un giorno, mi sono sempre detto, un regista fortemente ispirato avrebbe dato corpo ai miei sogni e fatto giustizia di tutti i disgustosi e dolciastri Zeffirellismi, passati e futuri. Peccato davvero che la realtà spesso si faccia beffe, e atrocemente, dei tuoi desideri, perché nel momento in cui le circostanze sembrano permetterne la realizzazione il brusco risveglio ti annuncia che è stato partorito un mostricciattolo.
In tutta franchezza, non saprei indicare quale tra i registi di nome avrebbe mai potuto cimentarsi nell'impresa di restituirci un Cristo realisticamente martoriato e anche di salvaguardarne i contenuti di spiritualità, frammisti all'unicità del messaggio: forse nessuno tra loro, probabilmente sarebbe servito un enfant terrible di nuova generazione, indipendente e ispirato al punto giusto. In ogni caso: chiunque, ma non Mel Gibson; che trovo già palesemente sopravvalutato come attore, e non diciamo poi quanto lo sia come regista.
E' un peccato, voglio dire, che una buona idea sia balenata alla mente sbagliata.
In tempi nei quali la serenità e indipendenza di giudizio è una chimera persino quando si discute di come fare un nodo alla cravatta, figuriamoci se un film avente come protagonista un certo falegname ebreo nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio poteva mai riuscire ad essere giudicato per quello che è: cioè un film, e soltanto un film. Perché tanto basterebbe... In fondo non aveva torto chi ha tirato in ballo la trilogia “tolkieniana” di Peter Jackson come elemento di paragone. Perché sì, certo, non stiamo parlando dello stesso tipo di coinvolgimento emotivo: ma è indubbio che, tanto nell'uno quanto nell'altro caso, l'ingombranza del soggetto ispiratore condanni un film ad essere giudicato come "qualcosa di più e di diverso da ciò che è". Il che è assolutamente indebito perché, in base alla premessa, qui siamo proprio di fronte al caso in cui una felice idea iniziale è stata sviluppata malissimo a causa dell'infelicissima e pesantissima mano del regista e cosceneggiatore; e a me personalmente importa poco o nulla il fatto in sé, che l'assunto da cui è partito Mel Gibson sia, non sia, o quanto sia filologico e correttamente fondato nel testo.
Cattolico convinto, non sono però di quelli che anni fa si stracciarono le vesti all'apparire del così disinvolto (in un'ottica tradizionale) Cristo di Scorsese. Un regista deve avere assoluta libertà d'azione e d'interpretazione, a prescindere dal fatto che il protagonista del film che realizza sia il Cristo, Frodo Baggins o un qualche ammuffito re Assiro-Babilonese contemporaneo di Re Davide. Non mi piacque il film di Scorsese e continua a non piacermi, perché cade in un errore assai comune, ma imperdonabile in un regista del calibro dell'italo-americano, che è quello di far calzare a forza a un'epoca remota la sensibilità e i canoni di giudizio del nostro milieu culturale. Un Crocifisso di 2000 anni fa che si interroga sui significati universali dell'esistenza con l'hindsight tipico di un uomo del nostro tempo è una clamorosa scorrettezza concettuale, sinonimo di miopia assoluta, oppure di totale malafede: l'una e l'altra esecrabili...ma non divaghiamo.
Per poter dare un'idea di quanto sia vero affermare che qualche buono spunto sotto il profilo esegetico e storicistico Gibson l'abbia colto, sarà il caso di tracciare una breve cornice ambientale.
Per l'occupante romano,la Giudea rappresentava sicuramente, all'epoca dei primi anni dell'Impero, la Provincia più turbolenta del mondo. Fieri del loro "splendido isolamento" culturale e, soprattutto, religioso, i suoi abitanti si erano sempre rifiutati alla politica di assimilazione che Roma aveva attuato con successo fin dagli albori della sua espansione; d'altro canto, è proprio per il tenace attaccamento ai propri valori esclusivi se il popolo ebraico ha potuto sopravvivere a 10000 anni di storia, infinitamente più a lungo di quanto abbiano potuto sopravvivere i loro numerosi eversori, Egizi, Babilonesi, Persiani, Macedoni, Romani, Arabi e Turchi (in rigoroso ordine di apparizione). Un governatore romano a Gerusalemme doveva dare per scontata la necessità di doversela vedere con una rivolta di serie proporzioni praticamente ogni anno del suo mandato; più varie seccature connesse all'ambiguo ruolo giocato dai membri del Sinedrio, ufficialmente gli interlocutori privilegiati per l'occupante ma ovviamente molto portati a cavalcare la tigre del malcontento popolare non appena l'occasione si fosse presentata sufficientemente propizia. E, soprattutto, dall'età Augustea in avanti si trattava di vedersela con la "questione Messianica".
A causa di oscure profezie contenute in quel complesso ginepraio che per i Romani indubbiamente costituiva la Sacra Scrittura degli Ebrei, l'attenzione di tutto il mondo mediterraneo in quegli anni andava a concentrarsi sulla Palestina. Da lì, si diceva, doveva sorgere un Profeta destinato a restaurare la gloria di Davide, per il riscatto di Israele e, per chi non era ebreo, probabilmente di tutto il mondo non Romano. La forza di suggestione di tali profezie frammista alla superstizione che ovviamente all'epoca regnava sovrana, non disgiunta dall'opportunismo di qualche avventuriero locale, faceva sì che non passassero due-tre anni senza che a Gerusalemme e dintorni sorgesse qualche personaggio con la precisa convinzione di "essere qualcuno". E siccome la valenza delle "redenzione di Israele" acquisiva un'ovvia connotazione politica, ecco che il personaggio in questione cominciava a radunare intorno a sé un manipolo di seguaci fanaticamente convinti dalle sue parole circa il fatto che il momento della cacciata degli invasori sacrileghi fosse prossimo, con l'ovvia conseguenza tale per cui al malcapitato Governatore Romano toccava periodicamente di fare uscire un distaccamento di cavalleria dagli accampamenti per cancellare dalla faccia della terra il sobillatore e i suoi cenciosissimi seguaci; e, manco a dirlo, la cosa non era mai indolore, perché - in un contesto politicamente già surriscaldato - costituiva garanzia di ulteriori e ben difficilmente sopibili problemi.
Insomma, essere nominati dall'Imperatore Governatori in Giudea assomigliava molto di più a una punizione che non a una promozione! E così sicuramente deve averla vissuta Ponzio Pilato, che a quanto ci è dato di sapere non era in fondo né migliore né peggiore di tanti colleghi che l'hanno preceduto o che gli sono subentrati nella carica. Un oscuro funzionario imperiale che tanto avrebbe preferito chiudere la sua carriera in qualche angolo del mondo magari ancora più remoto ma sicuramente più tranquillo.
Quando gli è stato condotto innanzi Gesù, indubbiamente deve averlo guardato con lo stesso sguardo, disgustato e distratto, con cui soleva guardare una delle tante seccature di routine con le quali doveva misurarsi quasi quotidianamente. Ma possiamo tranquillamente presumere che il suo interesse, quel maledetto giorno, si sia progressivamente accresciuto. Infatti, deve essergli presto risultato palese non solo l'assoluta inconsistenza dell'accusa (ma questo potrebbe non avere fatto testo, in quanto tutte le accuse di ordine religioso apparivano speciose e risibili ad un pagano del I secolo, ultrascettico e imbevuto di cultura ellenistica stoicizzante), ma anche il fatto che, palesemente, nessuno tra gli accusati che mai gli era toccato di giudicare gli erano apparsi altrettanto inoffensivi di quel Galileo dall'aria insolitamente assente ed enigmatica per essere un uomo seriamente candidato alla crocifissione...
È vero che Pilato abbia consapevolmente empatizzato con Gesù, fino al punto di fare quanto la sua posizione gli consentisse per cercare di liberarlo? A dar retta ai Vangeli (tutti e 4, sbaglia chi vede delle contraddizioni tra le diverse redazioni, perlomeno a questo livello) sembra plausibile di sì, perché altrimenti non si spiegherebbe il particolare della flagellazione (esplicitamente citata in 3 casi su 4...).
La flagellazione romana era un rituale per certi aspetti peggiore di una condanna a morte: chi vi veniva sottoposto non infrequentemente non sopravviveva all'esperienza o, bene che gli andasse, ne usciva menomato, storpio, e certamente non aveva alcuna possibilità reale di riuscire a dimenticarsi di esservi stato sottoposto. Il flagrum era effettivamente molto simile a quello che è stato utilizzato nel film: un manico che terminava in un numero variabile di cordicelle flessibili, a ognuna delle quali veniva legato un frammento d'osso. Praticamente ogni scudisciata che ti arrivava si portava via una fettina della tua carne, oltre che tracciarti un solco indelebile nella pelle. Insomma, non è casuale che crocifissione e flagellazione fossero tra loro alternative: un condannato a morte tramite crocifissione non veniva mai sottoposto preventivamente alla flagellazione, perché sarebbe stato quasi come ucciderlo due volte; e persino in un'epoca nella quale la vita umana (soprattutto quella dei non-cittadini romani...) valeva sensibilmente meno del già poco che vale oggi (!) si aveva nettissima la percezione che uccidere un uomo una volta fosse più che sufficiente.
Quindi Pilato non avrebbe avuto alcun motivo sensato per fare flagellare Gesù, se non proprio il fatto di sperare che, presentandolo ai notabili ebrei e alla folla dopo avergli fatto subire un simile supplizio, questi fossero indotti a desistere dai loro propositi di morte. La particolare crudeltà con cui quella specifica flagellazione è stata condotta a termine avrebbe quindi avuto questa motivazione di fondo, con l'aggiunta del fatto che, con ogni probabilità, la naturale simpatia provata da Pilato per Gesù non arrivava al punto da indurre il primo a sincerarsi del fatto che gli aguzzini non usassero la mano troppo pesante col secondo...
Sia come sia, il Governatore Romano non aveva probabilmente fatto i conti con il fatto che il Sinedrio ebraico aveva già da tempo decretato la morte di Gesù, per i motivi che nei Vangeli sono ben documentati e che risalgono a diversi mesi, se non anni, prima della festa di Pasqua che coincise con la Passione. Ben lungi dall'essere un semplice e in fondo banale sobillatore politico, come "aspirante Messia" Gesù incarnava il ruolo all'opposto di come per decenni se l'era immaginato la fantasia popolare: sovvertendo, rovesciandolo come un guanto, l'edificio religioso sul quale da secoli si basava l'Ebraismo e che la casta rabbinica, che esprimeva nel Fariseismo il vertice anche culturale del tempo, tendeva invece a conservare e a difendere gelosamente contro ogni influsso esterno (soprattutto di natura grecizzante ed ellenistico) che già riusciva a penetrare anche in un contesto naturalmente chiuso come quello della Palestina dell'età Augustea.
Qui non è ovviamente il caso di addentrarci in un'esegesi Neotestamentaria che ci porterebbe lontanissimo, ma è incontestabile che gli esponenti dell'Ebraismo ufficiale dovettero fronteggiare il caso, curioso e di difficilissima soluzione, di un falegname Galileo di punto in bianco riscopertosi Profeta, il quale andava proclamando l'amore universale offerto a tutti (nemici compresi) come dono di sé, la Salvezza derivante dalla Fede e dall'Amore gratuito di Dio anziché dallo scrupolo con il quale si osservava la Legge e soprattutto, scandalo degli scandali, offerta a tutti, indipendentemente dall'appartenenza all'Ebraismo, di nascita o acquisito che fosse...messaggi peraltro accompagnati dall'atteggiamento di sfida di uno che non aveva problemi a gettare in faccia ai Dottori della Legge, con serenità disarmante, frasi del tipo "le puttane e gli esattori delle tasse (gli ebrei più asserviti al potere romano e come tali addirittura indegni di essere toccati per un ebreo osservante dell'epoca) vi passano davanti nel Regno di Dio", con tutte le devastanti implicazioni di sovvertimento sociale che potevano implicare.
Logico quindi che da parte loro non vi fosse alcuna possibilità di reazione che non contemplasse l'eliminazione fisica...cosa che i membri del Sinedrio, l'organismo Ebraico religioso più importante dell'epoca, avrebbero fatto ben volentieri fin dall'inizio della predicazione di Gesù, e non dopo averlo lasciato parlare per tre anni! Ma il fatto è che, notoriamente, il Sinedrio non aveva alcun potere di deliberare la morte di chicchessia, perché ovviamente l'occupante Romano aveva avocato a sé tale potere, da cui la necessità di riuscire a "prendere in castagna" Gesù con qualche accusa che non fosse di natura esclusivamente religiosa, ma che potesse far storcere il naso anche all'autorità romana. Cosa molto più facile a dirsi che non a farsi, perché abbiamo appena detto che il Nazareno aveva ben altro di cui occuparsi che non fossero i Romani; per cui fu solo dopo tre anni di questa ingombrante predicazione che saltò fuori l'idea di sfruttare una certa frase, opportunamente alterata nella lettera e nello spirito, con la quale Gesù si sarebbe autoproclamato "Re dei Giudei", l'unica tra le accuse possibili che chiamasse direttamente in causa il dominio imperiale e offrisse la chance di far condannare Gesù da Pilato, dopo averlo arrestato e giudicato "in proprio"; con tutto ciò che ne è seguito.
La ricostruzione storica di cui sopra dovrebbe smontare alcune, almeno, delle accuse mosse al film in base a pregiudizi molto più ideologici che cinematografici.
Film eccessivamente violento? A dar retta ai testi evangelici, la Passione di Cristo fu una cosa orribile e insolitamente "peggiorativa" rispetto al già crudelissimo "standard" di una crocifissione: perché vi si aggiunsero la flagellazione e tutte le torture inflitte dai romani, con le quali Pilato sperava di non dovere poi anche uccidere un prigioniero già così "severamente punito". Nessun messaggio di speranza? Il film verte, in base al suo titolo, sulla Passione; logico quindi che eventi, sia precedenti sia successivi, al tema trattato siano presentati di scorcio e molto sommariamente; il fatto poi che con un regista e sceneggiatore di talento fosse possibile far passare più efficacemente il messaggio Cristiano pur basandosi sul solo racconto della Passione è pur vero, ma è la fondamentale imperizia del regista ad averlo reso impossibile, non certo la scelta del soggetto del film e il modo, fondamentalmente coerente, con cui è stato sviluppato. Film ideologicamente antisemita e politicamente scorretto in quanto va artatamente ad alimentare l'antipatia, per non dire l'odio, nei confronti degli Ebrei in un momento storico nel quale decisamente non se ne sentirebbe il bisogno? Nei Vangeli i fatti sono descritti nel modo al quale ho fatto sopra riferimento, Gibson magari carica un po' certe cose ma non è che, da un punto di vista strettamente narrativo, ci metta poi molto del suo; e poi, insomma, sarebbe anche il caso di finirla di continuare ad esprimere giudizi che non sono altro che il prodotto della nostra cattiva coscienza! Ovvio che a nessuno verrebbe in mente una cosa del genere se non fossimo passati attraverso la devastante esperienza dell'Olocausto; ma il tutto sembra piuttosto pretestuoso, visto che tutto l'episodio della cattura, processo ed esecuzione di Gesù di Nazareth vide come protagonisti e testimoni non più di qualche centinaio di persone (e il film, per quanto faccia, non può certo smentire questo assunto)... come sia possibile chiamare sul banco degli imputati gli Ebrei di ogni epoca intesi come Popolo francamente mi sfugge; sarebbe un po' come chiamare a correi del Nazismo tutti i tedeschi di ogni tempo e di ogni epoca. La sommossa popolare che accompagnò il supplizio di Gesù fu in parte spontanea, in parte orchestrata ad arte, ma va vista pur sempre come parte di quegli effetti di "imprevedibile mostruosità" determinati dalla "discesa in piazza del popolo", triste archetipo valido per ogni epoca; e chi ha studiato tali fenomeni da un posto di vista sociologico sicuramente non può stupirsi di come un "Osanna" possa tramutarsi in un "Crucifige" a distanza di soli 5 giorni: questo sarebbe assolutamente valido oggi, figuriamoci quindi 2000 anni fa.
Piuttosto, sarei più propenso a dare la Croce addosso (visto che siamo in tema!) al film, per il fatto che un'opera d'arte che si presume animata da scrupoli storicistici e filologici non può cadere in clamorosi infortuni, quali il fatto di far trasportare dal Cristo la Croce "tutta intera". Un minimo di analisi storica ci conduce alla conoscenza del fatto che i condannati al Supplitium Servilis dovevano trasportare sul luogo dell'esecuzione il solo Patibulum, che poi altro non sarebbe che il legno orizzontale della croce, quello al quale il condannato veniva poi inchiodato (quello verticale veniva piantato solidamente nel terreno qualche ora prima dell'esecuzione stessa). Siccome i due "ladroni" nel film portano effettivamente il solo Patibulum, mentre solo al Cristo viene riservata la Croce tutta intera, ci vien fatto di pensare che Gibson certe cose le sappia benissimo, ma che indulga a certe scelte per mera ricerca dell'effetto compassionevole. Altrettanto imperdonabile è la scelta di far trafiggere i condannati da fori nei palmi delle mani, come vuole l'iconografia tradizionale, anziché nei polsi come pretenderebbero le regole dell'anatomia umana (la cartilagine dei palmi delle mani non ha resistenza sufficiente per reggere il peso di tutto il corpo) e come correttamente raffigurato da quel "testimone silenzioso" della Passione che è la Sacra Sindone.
Ma anche queste sono osservazioni marginali alle quali non ha molto senso appigliarsi, sono ben altri i motivi che inducono ad un giudizio sostanzialmente negativo nei confronti del lavoro.
Perché, ribadisco, un film ha tutto il diritto di essere stroncato o incensato utilizzando solo ed esclusivamente i criteri preposti ad una valutazione puramente cinematografica. Come premesso, siamo di fronte all'inadeguatezza di fondo di Mel Gibson nel ruolo di regista e sceneggiatore.
Perché accostarsi a un tema spinoso come quello della Passione a partire da una propensione naturale al gusto Horror “gotico” significa certezza di fallimento: a quel punto il realismo, pur correttamente perseguito, sfocia nel grottesco, nel sardonico, nel caricaturale. E ci sarebbe voluto un regista del calibro di Kubrick per raccontare il Cristo in chiave sardonica e grand-guignolesca sortendo l'effetto: in mano a chiunque altro il risultato poteva essere solo quello di sfociare in effetti di comicità involontaria (e figuriamoci poi un americano di sensibilità grossolana quale Gibson...). La caricatura dell'orrore di un supplizio sottrae realismo al tutto, e rimangono solo gli effetti da splatter di serie B: si veda quello che succede nei ripetuti interventi di Satana (manco a dirlo incarnato in sembianze femminili) con contorno classicissimo di serpenti, manifestazioni di bambini in funzioni Apostatiche e Anti-Cristologiche e tutto il più vieto armamentario di tradizione, ivi incluse manifestazioni demoniache di pre-dannazione anche nei confronti di chi ancora non è defunto (e che quindi, in un'ottica Cristiana, avrebbe ancora tutte le possibilità di salvarsi...) ed effettacci di routine quali corvi che strappano gli occhi ai condannati, eccetera, eccetera. Insomma, forse non ha avuto torto chi si è lamentato del fatto che le profonde convinzioni religiose di Gibson lo inducono ad affrontare l'episodio che sta alla base del Nuovo Testamento con una tipica sensibilità veterotestamentaria o medievale (due aspetti strettamente confinanti, come sappiamo); ma il tutto, aggiungo io, filtrato attraverso una sensibilità personale a confronto della quale l'inventore di Freddy Krueger ha realizzato una pietra miliare nella storia del cinema.
La flagellazione romana era un orribile atto di barbarie, reso ancora più insostenibile dalla crudeltà gratuita degli aguzzini preposti alla bisogna? Va bene, ma per presentarlo si doveva per forza insistere su questo tema per tutta la durata del film? Non era possibile presentarlo con maggior efficacia (e tanto più grande tragicità) circoscrivendo l'elemento in un contesto preciso e più limitato nello spazio e nel tempo?
Il lavoro di Gibson fallisce, nella sostanza, l'intento di fondo di trasmettere sobriamente il senso del messaggio Cristiano attraverso il racconto, crudo, sanguigno, carnale ma circostanziato della Passione, per il semplice motivo che di crudele ma sobrio e circostanziato non c'è nulla, nel suo film: c'è solo l'effetto involontariamente caricaturale che sottrae coesione e fa perdere di vista l'essenziale. Ovviamente, occasionalmente può capitare che una particolare sequenza ti colpisca e ti rimanga impressa, soprattutto in qualche flashback (ad onta del puerile e poco fantasioso continuo ricorso al rallentatore), nell'uso delle lingue dell'epoca (io non ho trovato troppo americanizzato il latino degli attori che impersonano gli occupanti) e nella recitazione (piuttosto bravi tutti, incluse le tre vituperatissime "ex-ragazze" di casa nostra, Bellucci Gerini e Celentano). E aggiungerò, ma questa è una nota puramente personale e quindi molto soggettiva, che nonostante tutto questo Cristo gotico, a tratti didascalico e sovente splatter-oriented mi si imprime dentro più di quello insopportabilmente mieloso, zuccheroso e "santinesco" di Zeffirelli... e, quasi quasi, anche più di quello inutilmente pomposo, pretestuosamente intellettualizzato e nella sostanza autoreferenziale di Scorsese (non però di quello tragicamente ieratico di Pasolini). Ma siamo pur sempre alla logica dell'orologio fermo, al quale capita anche, due volte al giorno, di segnare l'ora esatta: rimane il fatto che siamo di fronte ad una ghiotta occasione perduta, e che il risultato globale è, se non negativo, certamente mediocre. Peccato.

Pubblicato il 4/12/2005 alle 11.45 nella rubrica Film e DVD.

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