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Harry Potter e il Calice di Fuoco

Sarebbe molto interessante approfondire sotto una luce “filosofica” il rapporto tra il fenomeno Harry Potter e la temperie culturale in cui è fiorito il suo enorme successo. Se il racconto fantastico - proprio perché libero da qualsivoglia obbligo nei confronti della “storicità” – consegna all’immaginario collettivo l’elaborazione di tematiche senza tempo, il gradimento riscosso da un’opera di quel genere la dice lunga sulle aspirazioni e sugli umori profondi del pubblico che la accoglie. Ma mi guardo bene dallo spiegare in questa sede in che senso, a mio avviso, le avventure dell’occhialuto maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling si addicono ad un’epoca attraversata da suggestioni assieme materialistiche e gnostico/stregonesche, peraltro in contrapposizione solo apparente.
Meglio allora occuparsi del quarto episodio della serie, giunto al cinema grazie al lavoro di adattamento dell’inglese Mike Newell. I precedenti tre capitoli erano passati dalla pedissequa aderenza ai testi-base osservata da Chris Columbus (regista de “La pietra filosofale” e de “La camera dei segreti”) alla pregevole rigenerazione in chiave gotico/scespiriana apportata da Alfonso Cuaròn (“Il prigioniero di Azkaban”). Fortunatamente Il calice di fuoco si mantiene sui livelli di indipendenza creativa inaugurati col terzo film della serie, anche se una trama di partenza così articolata avrebbe richiesto maggior risolutezza nello scegliere tra la fedeltà alla “lettera” e l’asciugamento visivo dell’intreccio originario. Invece anche a Newell, evidentemente, dev’essere toccato subire le invasioni di campo concesse alla Rowling a norma di contratto. La scrittrice britannica, infatti, si prodiga per riprodurre anche nei film la progressiva maturazione che da un lato coinvolge i suoi personaggi e le sue tecniche narrative, mentre dall’altro riguarda i suoi lettori in carne e ossa, in un ideale parallelismo formativo tra finzione e realtà. Naturalmente l’uomo di lettere non accetta di veder trasferire gli elementi di una simile “crescita” dal piano della parola, di sua specifica competenza, a quello dell’immagine, in cui l’occhio va servito ben più dell’orecchio. Per cui nasce un film pieno di buone trovate di regia ma viziato da un’incongruenza espositiva di fondo.
I primi dieci minuti di proiezione forniscono un ottimo spaccato dei pregi e dei difetti di tutta la pellicola: bene l’ellissi sulla partita di Quidditch, benissimo il prologo di grande slancio visionario, male l’ingresso in scena dei Mangiamorte. Di punto in bianco gli incappucciati irrompono nell’accampamento e lo devastano, senza che la loro figura venga introdotta a dovere. Cosa li spinge ad agire così? Perché ricompaiono - come si scopre nel seguito - dopo tredici anni? È logico che i fan della versione libresca conoscano a menadito i particolari della vicenda, ma lo è altrettanto che il pubblico neofita rimanga disorientato al punto di scambiare i congiurati per Dissennatori o, peggio ancora, di rinunciare sin dall’inizio a tirare le fila della trama nella sua interezza.
La fretta si dimostra cattiva consigliera anche nel frangente che vede Harry catapultato nel Pensatoio, allorché il processo a Karkarov mal si coniuga con la sua riabilitazione, data per scontata fuor di digressione. Ma la sequenza più incomprensibile coincide senz’altro col ritrovamento del cadavere di Barty Crouch. Un episodio tanto enfatizzato quanto privo di reali sviluppi successivi, oltre che dovuto ad una inspiegabile (dati l’ora e il luogo) scampagnata nel Bosco Proibito. Volendo calcare la mano, si potrebbe stigmatizzare senza tema di spoiler l’espediente adottato per dare il colpo di scena finale, un trabocchetto deduttivo degno della miglior signora Fletcher (“Come fa a saperlo? Io non l’avevo detto”).
Peccato, perché una più decisa “bonifica” degli elementi inessenziali per l’economia della narrazione avrebbe contribuito a far risaltare l’innegabile vena teatrale che sostiene tutto il film, dal gattopardesco Ballo del Ceppo fino al claustrofobico rimpiattino nel Labirinto e alla diabolica rinascita di Voldemort. Ralph Fiennes, sfigurato in viso e macilento nel fisico, beneficia dell’unico effetto visivo davvero convincente nel mare di fintume computerizzato a cui la ILM sembra aver deciso di condannare la saga cinematografica di Harry Potter.
In definitiva, la missione di allargare la “base” dei fans di Harry Potter tramite la diversificazione mediatica non può ancora dirsi compiuta. Magari scatta una scintilla di interesse per il clima “giallesco” dell’insieme, per le ambientazioni collegiali vagamente vittoriane, per il modo efficace di descrivere l’amicizia tra adolescenti.
Ma rimane forte la sensazione di non poter essere bene accetti nella grande famiglia di Hogwarts, finché non ci si sia rassegnati a passare per le pagine dei libri.
Una mancata “autosufficienza inclusiva” che rivive anche nella stucchevole morale della favola, per com’è affidata alle parole pronunciate da Silente in memoria di Cedric: trionfano amicizia e solidarietà, certo, ma tra maghi. I babbani, chi se li fila quelli.

Pubblicato il 28/11/2005 alle 14.1 nella rubrica Film e DVD.

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