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Mystic River

Non si possono comprendere le passioni contrastanti suscitate dalla filmografia di Clint Eastwood senza avere ben presenti i caratteri fondamentali della sua impronta di regista. Essi consistono nella lezione d’autore impartitagli a suo tempo da Sergio Leone, cioè regia essenziale e incisiva al servizio di una trama scritta a regola d’arte. Un simile viatico mette in risalto una scelta di fondo molto impegnativa, cioè quella di privilegiare il lato strutturale rispetto al “rivestimento visivo”, nell’affrontare il difficile compito di realizzare un film. Volendo adoperare un lessico a me molto familiare, si potrebbe dire che il vecchio Clint si concentra moltissimo sulla progettazione, prima che sulla costruzione esecutiva dell’edificio (filmico). Il che significa rinunciare alle vanità creativiste e a tutti gli alibi che queste ultime sanno garantire, specie presso certa critica, ma anche dividersi i meriti e i demeriti con uno staff di adeguata caratura - quindi tutt’altro che docile o genuflesso.
Dunque il nodo centrale da sciogliere fa capo alla scelta e alla scrittura del soggetto, se si cerca una chiave stilistica dei lavori di Clint Eastwood. Un indirizzo agli antipodi del tazebao cinefilo regalatoci da Quentin Tarantino con Kill Bill, ad esempio, nel quale la trama è praticamente subalterna alla ricerca del compiacimento visivo.
Puntare sulla trama, a ben vedere, è insieme l’idea più banale e più coraggiosa per chi decide di “raccontare” per professione: permette di semplificare la vita al pubblico con l’accesso a differenti livelli di immedesimazione e di comprensione, concede alla regia un buon margine di creatività senza il rischio della pesantezza o dell’ermetismo concettuale, ma di contro espone a tonfi clamorosi nel caso in cui il soggetto prescelto sia di scarso valore. Può avvenire per mancanza di adattabilità, per motivi tecnici come un casting sciagurato, a causa del rapporto eccessivamente intimo che spesso si instaura tra il regista e i suoi riferimenti intellettual-elettivi, e per mille ragioni ancora.
Con cui si chiarisce come mai lo stesso regista riesca ad alternare melensaggini tromboniche, retoriche e facilone quali se ne sono viste e sentite in “Million Dollar Baby” con un capolavoro del calibro di “Mystic River”. Il tragitto è stato dalle stelle alle stalle, ci auguriamo vivamente che all’andata segua il ritorno.
Il romanzo di Dennis Lehane al quale si ispira il film, adattato da Brian Helgeland, contiene tutto lo slancio tragico di Dostoevskij intessuto con il meglio del poliziesco americano ad alta tensione emotiva.
Un film che prende le mosse tra remote atmosfere proletarie macchiate dalla violenza, per poi spostarsi con destrezza sullo spietato debito di sangue e disperazione che il fato riscuote agli innocenti e agli indifesi.
La vicenda ricorda più che vagamente “Sleepers”, film di qualche anno fa con Brad Pitt, Vittorio Gassmann e Kevin Bacon, quest’ultimo evidentemente incline al thriller di coscienza. Solo che, mentre in quel caso la trama evolve alla ricerca di un’analogia con “Il conte di Montecristo”, quindi rintraccia nella giustizia vendicativa il suo approdo naturale, in MR prende il sopravvento l’introspezione dei recessi più inquietanti dell’anima umana. E si erge prepotentemente sullo sfondo il bisogno di redenzione, ferito dalle laceranti ambiguità del male, con cui i capri espiatori predestinati accettano di farsi inghiottire nel fiume (mistico, per l’appunto) dei peccati del mondo. L’estremo sacrificio quindi, anche se iniquo, scaccia i demoni e restituisce speranza perfino a chi meriterebbe i peggiori castighi.
Solo merito di un soggetto ad alto tasso di pathos, allora? Assolutamente no: la regia, innanzitutto, si giova di ampi territori da esplorare con mano ferma. Ci sono le dissolvenze sfumate che convogliano la tensione verso i punti di rottura, gli sguardi angosciosi perfettamente inquadrati, e poi le due magnifiche sequenze in simultanea inserite nei momenti culminanti della vicenda.
E poi svettano per lo straziante temperamento drammatico Sean Penn e Tim Robbins, due eccezionali professionisti. Assisti ai loro pianti e pensi che da bambino, tra le altre cose, sognavi di diventare un attore così. Altro che le rigide maschere pietrificate esibite ultimamente da Hillary Swank e dal pur grandissimo Clint “due espressioni” Eastwood.
Il tutto contornato da una fotografia in linea col clima generale della narrazione, cupa e opaca tranne che nelle rare scene soleggiate.
Col senno di poi, si fa largo il rimpianto per il mezzo siluramento rifilato ad un simile capolavoro in occasione degli Oscar di due anni fa; anche dando per scontatissimi i premi ai due straordinari interpreti, forse si poteva ricorrere all’estrema ratio di separare i riconoscimenti al miglior film e alla miglior regia. D’altra parte, lo spiritoso e cicciuto individuo che se li è meritati entrambi (lo conoscete? E’ un neozelandese col pallino per il Signore degli Anelli...) era in lista d’attesa già da un paio di edizioni. Proprio vero che l’unica altra istituzione dotata di un tempismo paragonabile a quello dell’Academy è l’ONU. E credo di aver detto tutto.

Pubblicato il 13/11/2005 alle 16.58 nella rubrica Film e DVD.

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