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Le fiamme sopra Parigi

Le scienze sociali aspirano alla formalizzazione di modelli teorici che, senza fastidiose complicazioni etiche o antropologiche, sappiano trarre dalle “condizioni ambientali” le regole che governano la vita associata. È un riflesso del meccanicismo efficientista, quello di ritenere che ogni malfunzionamento del sistema politico sia necessariamente dovuto a carenze nel coordinamento “premeditato” del vivere civile. In senso lato, questo atteggiamento può considerarsi un portato del pensiero “di sinistra”: massimo riguardo per le dinamiche collettive, totale disinteresse per l’eccezione individuale che sfida la pianificazione omologante.
Perciò sarebbe segno di sudditanza rispetto a questa mentalità voler analizzare le rivolte parigine degli ultimi giorni con gli strumenti della mera sociologia applicata. Meglio, quindi, affrontare la questione mediante un doppio livello di lettura; con l’ausilio di criteri sostanzialmente sociologici, certo, ma senza tralasciare l’inquadramento storico, culturale e per così dire “concettuale” della ribellione che sta incendiando il cuore della Francia.
I numeri dell’insorgenza parlano chiaro: assieme ai miseri residui di grandeur, sono bruciate quasi trentamila automobili; tra i responsabili di tanto vandalismo, inoltre, la percentuale di disoccupati raggiunge punte del 60%. Dati pesanti, che stanno inducendo la classe politica francese a rivedere seriamente il modello di integrazione “assimilazionista”, magari lodevole nel suo cosmopolitismo, ma del tutto inefficace all’atto pratico. L’idea che la pace sociale tra i “corpi intermedi” (e, nel nostro caso, estranei) di una comunità nazionale si possa letteralmente comprare, nella fattispecie destinando contributi pubblici al sovvenzionamento di certe categorie “svantaggiate”, è figlia della concezione cartesiana e burocratica dell’amministrazione sviluppatasi proprio nella Francia dei Rousseau e dei Robespierre.
Ma se il marchingegno dello Stato Nazionale poteva agevolmente perpetrare il suo inganno nel mondo “ristretto” di duecento anni fa, oggi le scosse tettoniche della globalizzazione stanno mostrando tutti i limiti del centralismo alla francese. Di fatto l’esplosione del malcontento tra i nordafricani di seconda o terza generazione, ma anche tra gli immigrati di primo pelo, dimostra che i sussidi di disoccupazione, se ricevuti senza un’adeguata consapevolezza del proprio ruolo sociale, incoraggiano la disoccupazione stessa. Vale a dire che il paternalismo socialista alimenta proprio quei fenomeni che afferma di voler scongiurare. Tra i quali, oltre alla mancanza di un impiego, si annoverano la frustrazione, la rassegnazione ad un destino immutabile e predefinito, ma anche la percezione di un’identità etnico-religiosa sradicata e menomata dal tritacarne del welfare. Il sistema di assistenza centralizzato, infatti, pone precise condizioni di idoneità: togliersi il velo nelle scuole, nascondere i crocifissi, riporre nel cassetto la kippah. In una parola, l’omologazione alla laicità di Stato.
Un occidentale può comprenderne il senso profondo, probabilmente in modo critico, ma senza ritrovarsi deprivato di tutti i suoi riferimenti culturali ed identitari nel giro di pochi decenni: l’armonizzazione, dopotutto, rimane il principale motore del multiculturalismo, e come tale è vissuta dagli occidentali sani di mente.
Per un musulmano il discorso è differente. Specie tra i più giovani, l’assenza di un’attitudine alla inculturazione (tratto distintivo della cristianità, per chi se lo fosse scordato), magari unita al bisogno di qualcosa di facile in cui tornare a credere, genera inquietudini nelle quali i fomentatori d’odio hanno buon gioco ad insinuarsi. Gli inquirenti e i flic impegnati a sedare le rivolte parigine possono scuotere la testa finché vogliono, ma lo stato d’animo di molti ragazzi delle banlieue apre immensi territori in cui il fondamentalismo “di ritorno” può radicarsi. Tra i numerosi roghi notturni sono bruciate anche due chiese. E se le élite burocratiche francesi non sapranno scrollarsi di dosso l’ignavia impiegatizia che le ottunde, in futuro le violenze di questi giorni saranno ricordate come l’inizio di una tragica escalation insurrezionale.
Non se ne esce: se vogliamo trasformare le tensioni tra sudditi - in lotta per un angolino alla mangiatoia dei sussidi pubblici - in viva forza di coesione tra diversi, occorre ridimensionare l’ampiezza del settore pubblico in ogni sua manifestazione. Liberalizzare l’istruzione, umanizzare la solidarietà e l’aiuto reciproco favorendo il no profit, ma soprattutto movimentare il mercato del lavoro. Solo il bisogno di un reddito smussa gli spigoli tra gruppi etnici e incoraggia il sinergismo produttivo. Eventuali affirmative actions, se ritenute indispensabili, si prendono in considerazione solo a livello locale, non volgendo lo sguardo a qualche oscuro burocrate lontano mille miglia dalle problematiche e dalle persone in carne e ossa.
Basta confrontare le risposte sul piano dell’integrazione e dell’ordine pubblico ottenute in Europa e negli USA, adottando ricette opposte come lo possono essere rispettivamente quella dirigista e quella liberale. Negli Stati Uniti, tra il 1991 e il 2001, i crimini violenti segnalati dalla polizia sono diminuiti del 34%; mentre in Europa, nel periodo compreso tra il 1995 e il 1999, gli stessi reati sono cresciuti dell’11%.
Assimilazione contro meltin’ pot: se vogliamo far parlare solo i numeri, i numeri parlano chiaro.

Pubblicato il 11/11/2005 alle 13.42 nella rubrica Diario.

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