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Mineo-gate

Tempi grami, per l’informazione giornalistica in arrivo dagli USA. L’italiano (ma forse il discorso vale per un soggetto più ampio, l’europeo) che desiderasse conoscere nei dettagli la situazione politica d’oltreoceano, infatti, vedrebbe la sua curiosità infrangersi contro il muro di pregiudizio, scarsa professionalità e wishful thinking (leggasi “dissonanza cognitiva”) colpevolmente eretto dai nostri corrispondenti di stanza in America. Il livello di distorsione preconcetta della realtà, praticata quotidianamente dalla pletora di lenoni che dovrebbe tenerci informati, segna com’è ovvio un vero e proprio “picco permanente” dacché George W. Bush ha varcato la soglia della Casa Bianca.

Metti allora di ascoltare l’ennesima mistificazione affastellata dall’ineffabile Corradino Mineo; metti il disappunto di scoprire che le sue discutibili cronache, di recente, sono state promosse dal Tg3 al Tg1; metti pure che, ironia del destino, l’euforia per l’avanzamento di carriera travolga cotanta vedetta in pieno “CIAgate”. I casi sono due: o, data la complessità dell’intricata vicenda in questione, ci si abbandona all’atto di fede, oppure si volge lo sguardo altrove. Ammesso, beninteso, che si sappia a che santo votarsi.

Personalmente, all’infuori dei bravi Maurizio Molinari (La Stampa) e Christian Rocca (Il Foglio), trovo che il paesaggio giornalistico italiano non offra nulla che non si possa agevolmente sostituire con una navigata “motu proprio” su internet.

Il telegiornale della prima rete di ieri, per tornare ai fatti, suggeriva oscure connessioni tra la bufala pseudo-spionistica circa il contrabbando di uranio tra Niger e Iraq e il discorso sullo Stato dell’Unione con cui Bush, nel gennaio 2003, sancì di fatto l’inizio delle ostilità con Saddam. La tesi si riassume così: non solo la presenza delle armi di distruzione di massa, ma anche il traffico illecito di materia prima per confezionarle sarebbe un’astuta trovata da spendere sui tavoli diplomatici onusiani.

Nella fattispecie, per trovare il bandolo del garbuglio che sembra aver inguaiato Lewis “Scooter” Libby e Karl “The Architect” Rove, possono tornare utili gli articoli del già citato Christian Rocca disponibili qui e qui.

Riassumendone all’osso il contenuto, emerge che l’idea della bufala è frutto di una curiosa iniziativa assunta da un’ex spia italiana (e te pareva...) al soldo dei francesi, la quale, pur di intascarne i denari, non ha esitato a riempire i suoi mandanti di panzane. Avveniva tra il 1999 e il 2000 (epoca Clinton e Amato, per capirci). E come attestano sia la Commissione sull’Intelligence del Senato di Washington sia la Commissione Butler britannica, i francesi stessi confermarono in sede ufficiale l’attendibilità di quei documenti, nel frattempo trasmessi agli USA via fax dall’Ambasciata a Roma. Sta di fatto, però, che le informative in mano all’intelligence americana già prima del recapito del falso fascicolo italo-francese, avvenuto il 9 ottobre 2002, fossero ritenute “più ampie” nel descrivere i movimenti in materiale radioattivo in terra d’Africa.

Furono questi ultimi dossier “allargati” - di provenienza inglese - a fornire le basi per le fatidiche “16 parole” con cui Bush alluse ai sospetti scambi afro-iracheni nel suo celebre discorso, non già la farlocca documentazione italiana e francese. Parole, quelle del presidente americano, così pronunciate: “Il governo inglese ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa”. Cercato di acquisire, non “comprato”; Africa, non “Niger”. Paradossalmente, quindi, proprio ignorando la stravaganza delle prove falsate il governo americano si è procurato un abbaglio nell’uso di quelle, erroneamente ritenute veritiere, fornite dagli inglesi. Nessun “uso spregiudicato” di informazioni infondate - come scrivono Repubblica e il blog di Luttazzi, e come proclama Corradino Mineo da New York -, casomai il contrario.

Sul flusso di comunicazioni riservate tra l’Africa e gli Stati Uniti durante il 2002, poi, si innestano le vicissitudini della coppia Joe Wilson/Valerie Plame. Il primo, ex ambasciatore in Niger, fu inviato laggiù per controllare la circolazione di uranio direttamente sul posto. Tempo otto giorni e l’inviato, al suo rientro in patria l’8 marzo 2002, confermò che sì, gli abboccamenti tra alcuni delegati di Niger e Iraq c’erano stati, benché senza sviluppi degni di nota. Poi, nel giro di qualche mese (6 luglio 2003), Wilson ritratta e, con un articolo sul New York Times, accusa la Casa Bianca di aver falsificato le prove sulle armi di Saddam. Una settimana dopo arriva come una bomba la controaccusa di Bob Novak, editorialista conservatore ma anti-Bush, che punta il dito contro la moglie di Wilson, Valerie Plame, colpevole a suo dire di “conflitto di interessi”. Secondo Novak la Plame, in qualità di agente CIA, avrebbe pilotato l’affidamento della missione africana al marito confidando nella sua ostilità a Bush (i coniugi sono entrambi liberal), per poi orchestrare uno scandalo a scoppio ritardato.

Apriti cielo. L’identità segreta dell’agente Plame è bruciata: chi sono le fonti di Novak? E perché la giornalista Judith Miller, che non ha mai scritto una sola riga sull’intera faccenda, è stata sbattuta in galera per 85 giorni? C’entrerà la sua fonte più illustre, cioè Lewis Libby? Domande alle quali cercherà di rispondere l’inchiesta indipendente che potrebbe partire in queste ore, ma che per il momento rimangono sotto una coltre si mistero.

Lo so, è un casino pazzesco, una trama da capogiro per la mole di personaggi che coinvolge contemporaneamente. Ragione in più per aspettarsi un’informazione corretta e asciutta a riguardo. Ma la distinzione tra “cronaca” e “analisi”, ormai, sembra essere un fondamentale caro a ben pochi operatori dell’informazione.

Pubblicato il 28/10/2005 alle 14.18 nella rubrica Diario.

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