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Alexander

Alcuni cineasti hanno costruito film ingenui e puerili sulla genialità (Will Hunting - genio ribelle), sull’emancipazione femminile (L’albero di Antonia), sull’identità italo-americana (Summer of Sam), o ancora sul culto della latinità (L’attimo fuggente). E quando un regista smarrisce il contatto con la proponibilità del suo lavoro, i casi sono due. O le aspettative riposte nella realizzazione di un sogno d’infanzia fagocitano ogni speranza di lucidità in fase di script, oppure l’ansia di contrabbandare per oggettivi i propri convincimenti personali mette in cortocircuito le ipotesi con le tesi, il presente con il passato.

Oliver Stone, in aggiunta a tale coppia di premesse, sconta dei grossi problemi nell’affrontare le psicologie ingombranti. Il suo Nixon è un maniaco squilibrato e sadico, un villain dal fascino perverso, non certo un presidente americano credibile. Jim Morrison, nell’avventurosa biografia dedicatagli con “The Doors”, assomiglia più ad una rivisitazione di Baudelaire in salsa californiana che ad un figlio della beat generation puro e semplice (Ray Manzarek, tastierista della band, un volta dichiarò che “se fosse stato davvero così, saremmo durati una settimana o poco più”).

D’altro canto la sciocca idea che, per impersonare l’epica del “condottiero”, basti imbottire un personaggio di fregnacce retoriche sulla morte da sconfiggere e di ardore erotico sotto le coltri, di per sé, può benissimo funzionare per inchiodare il pubblico alle poltroncine in sala. Dopotutto, se “Il Gladiatore” di Ridley Scott ci ha raccontato con successo che il tipico generale romano era un muscoloso spadaccino da combattimento...

Piuttosto bisognerebbe evitare di attardarsi sulla contrapposizione tra i sandal movies, che rispecchierebbero l’atavico deficit culturale degli americani tronfi di hamburger, e le “opere incomprese” perché fondate su chissà quale spessore estetico elevato. Infatti la semplificazione connessa al linguaggio del cinema ci dovrebbe aver insegnato che l’espediente scenico è sempre in agguato.

Never complain, never explain, recita un vecchio adagio hollywoodiano: più il dialogo consuma le immagini, più i contenuti diventano confusi, più si è costretti a chiarirli in conferenza stampa. Il film che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto riscattare l’imperialismo macedone, si rivela debolissimo proprio laddove cerca di rintracciare visivamente la coerenza tra il carisma dell’ellenismo e le sue ripercussioni sul mondo antico.

Se doveva essere l’accuratezza della ricostruzione lo strumento principale di una simile (titanica!) indagine, l’elenco di alcune delle inesattezze presenti all’interno della pellicola in questione, forse, servirà a ridimensionare questo genere di presupposti concettuali. Le sviste hanno tutte un comune denominatore: l’involontaria messa in ridicolo dei persiani, cioè proprio l’effetto da evitare a tutti i costi, per il film che doveva sottolineare l’assimilazione culturale illuminata condotta da Alessandro.

Si parte con Gaugamela, laddove non si può non ribadire che l’esercito di Dario III viene assurdamente raffigurato come una ciclopica masnada allo sbando, per non tacere della ridicola parodia dei generali achemenidi messa in scena. Tutto il loro abbigliamento, copricapi e uniformi, suggerisce un fortissimo legame con la cultura araba, che nulla ha a che vedere con la ben più antica tradizione indo-iraniana. Si prosegue con la confusione e proposito delle capitali; il persistente riferimento a Babilonia perpetra un colpevole inganno ai danni dello spettatore, visto che all’epoca dei fatti la sede dell’impero era Persepoli. Sembra quasi che le due città fossero intercambiabili, quindi che un barbaro valesse l’altro.

E la distruzione della stessa Persepoli, e la progressiva “orientalizzazione” del macedone? Sparite, ma quel che stupisce maggiormente è la rievocazione della principessa Roxane, interpretata da un’attrice di colore. Il nome della sposa deriva dal persiano arcaico “rokh-shawn”, ovverosia “di pelle chiara”: la moglie di Alessandro, infatti, fu prescelta tra la tribù dei sarmati, abitanti all’incirca dell’attuale Ossezia (Caucaso meridionale). La lista di strafalcioni si prolungherebbe, poi, passando in rassegna gli inventatissimi abiti nuziali simil-burqa della principessa, oppure il sapore arabeggiante della colonna sonora, in un irriguardoso crescendo di affronti all’identità iraniana.

Cantonate, queste, che stracciano senza speranza il biglietto da visita “historically correct” di Alexander, così come ogni sua pretesa da “ponte interculturale”. A maggior ragione se si pensa alle contestuali, velate tensioni diplomatiche alimentate dal film presso l’Iran, le cui autorità hanno perfino sospettato Stone di intelligenza con la propaganda anti-ayatollah di marca bushista...

Dice: va bene, però siamo al cinema, mica in un’aula di università. Verissimo, ragione in più per abbandonare la sterile polemica tra americani sempliciotti e regista erudito, tra cinema d’intrattenimento e arte d’élite, magari imbastita per impreziosire il velleitario parallelismo tra cronaca recente e storia antica paventato da Stone. Nelle sue interviste il regista ci ha spiegato che, mentre Alessandro ha inteso conquistare senza soggiogare, oggi il presidente Bush se ne impipa dell’altrui dignità. Ottimo esempio del cortocircuito concettuale di cui sopra, lo sguardo al passato con gli occhi del presente ha due conseguenze: rivela il candore fanciullesco - nonché militante - dell’autore e provoca il naufragio dell’intera operazione.

La prima conclusione nasce da una considerazione di carattere storico. Chiunque abbia costruito la sovranità allargata di una civiltà - col ferro, col denaro, con la cultura, con la tecnologia -, ha immancabilmente annunciato di voler salvare il mondo e di intraprendere una campagna di pacificazione universale. E tutti i conquistatori si sono attorniati di sapienti e pensatori di prim’ordine, pur di sostenere i loro progetti anche sul piano culturale e teorico.

I romani dovevano liberare il mondo e civilizzarlo con la spada, dicevano gli stoici. Un paio di millenni più tardi, il prometeo Napoleone finì incatenato a Sant’Elena per aver tentato di offrire l’autodeterminazione alle nazioni, dicevano gli illuministi. L’Impero Britannico giungeva dove la barbarie ne invocava l'intervento: era il fardello dell’uomo bianco, diceva - tra gli altri - Kipling. La razza ariana doveva trovare il suo spazio vitale a spese delle stirpi vassalle e costruire la pace germanica, diceva la dottrina eugenetica nazista. Quello americano è un impero basato sul consenso, dicono oggi i falchi neoconservatori. Dalla notte dei tempi, chi ha sfidato il mondo ha proclamato di essere stato chiamato ad emendare le sofferenze dell’umanità. E’ compito della memoria storica valutare con quanta sincerità o efficacia - anche se coi nazisti mi pare che non possano esserci troppi dubbi -, ma il meccanismo che genera il dominio è e rimarrà sempre lo stesso. E quando i greci facevano ciò che oggi si rimprovera agli americani - cioè produrre miti e, en passant, estendere la loro sfera d’influenza - il concetto era altrettanto chiaro.

Queste riflessioni conducono al cuore del fallimento filmico di Oliver Stone. Nato per dimostrare a suon di prediche interminabili l’indimostrabile primato dell’imperialismo “a fin di bene”, poteva almeno svelare l’arcana magia che concede al condottiero di incarnare lo spirito della Storia e la volontà del suo popolo. Nulla di inarrivabile, se si pensa che anche un film tutto sommato modesto come Braveheart ci è riuscito discretamente. Invece questo Alessandro ipertricotico ripropone l’idea infantile di eccezionalità che, come detto, aveva già abbondantemente segnato l’opera di Oliver Stone in passato. Che un idolo giovanile ante litteram, spiato dal buco della serratura mentre si destreggia col solito campionario di romantici tormenti, possa approfittare della sua posizione per guidare un’armata alla guerra, sbraitando di tanto in tanto qualche pillola di filosofia e cedendo alla tentazione di depilarsi regolarmente  le gambe, è una visione talmente farsesca da far gridare all’americanata camp.

Difatti il sostrato ideale dell’avventura alessandrina è appeso alla voce dell’anfitrione Anthony Hopkins, la sola in grado di fornire le chiavi di lettura necessarie per spiegare la molta benevolenza nei confronti di un uomo che, senza le dovute spiegazioni, apparirebbe solamente come un despota isterico e ostinato, per di più continuamente contestato dai suoi stessi luogotenenti. Lo script, come accade spesso con i progetti inseguiti fin dall’infanzia, deborda di parole che dovrebbero annettere il pubblico ad un rapporto intimo con i sentimenti del cineasta, così prodigo dinanzi alla musa di tutta una vita. L’esondazione verbale ha invece un effetto narcotico, esattamente opposto al brivido di partecipazione emotiva che solo il “mostrato” può procurare, al cinema.

Peccato al cubo, perché sul fronte del “racconto per immagini” la mano del maestro si intravede comunque, per quanto soffocata da un impianto narrativo prolisso oltre ogni limite. L’occhiata rivelatrice tra Alessandro ed Efestione a proposito della morte di re Filippo, così come l’inquadratura sugli strumenti chirurgici poco prima dell'abbattimento di un ferito grave, sono esempi di una regia sapiente. Oppure la fotografia, che procede verso un costante sgranamento tanto più la conquista si spinge all’eccesso, con gli stacchi di montaggio a sottolineare il contrasto. Il pluricitato sopravvento del rosso nel finale, poi, accompagna la caduta dell’imperatore e del suo sogno con un pregevole tocco di creatività.

Ma le note positive evaporano, se confrontate con i guasti provocati dalle disgraziate "condizioni al contorno" che incombono su tutta l’operazione. I dialoghi, sovraccarichi di pretese letterarie e chiarificatrici, spesso sconfinano nel naif (“Vieni Bucefalo, cavalchiamo verso il destino”) o nella comicità involontaria (a proposito di camp: “Tieni ancora la testa inclinata, come un cervo che ascolta il vento”). Il gigantismo del copione ha delle ricadute deleterie sulla recitazione che, spesso privata dell’effetto di presa diretta, degenera nel teatrale alla moviola. E quest’ultimo va saputo reggere: Val Kilmer è un attore discreto e se la cava bene, ma Colin Farrell è abulico, mentre Angelina Jolie è inguardabile (professionalmente, beninteso).  

Se la strettoia logica tra attualizzazione e storicità genera l’ingorgo espressivo sin qui descritto, essa ha anche il merito di aver saputo restituire il rapporto tra Alessandro ed Efestione con una certa pertinenza. Le vicissitudini tra i due, con qualche cautela, rispecchiano quella che poteva essere la “omoaffettività” in epoca classica. Non a caso scontentando sia gli odierni progressisti, i quali reclamavano un dramma convenzionale e scabroso sulle rivendicazioni gay, sia la destra cristiana d’oltreoceano, forse un po’ confusa sulla cronologia in generale. Ben fatto, anche se questo equilibrio è figlio dello stesso collo di bottiglia concettuale che ha stretto Oliver Stone lungo tutta l’opera, da una parte proteso verso un’impossibile coerenza tematica e dall’altra impegnato a restituire un coinvolgimento emotivo personale e, in quanto tale, attualissimo.

Inutile dire che il giudizio maturato nei confronti di questo film non fa che accrescere le mie riserve sul genere biopic in particolare, e sul viatico della serie “sogni d’infanzia” dei registi in generale. Il timore per King Kong sta virando all’angoscia: Peter, smentiscimi tu!

 

 “La storia di una nazione, come la storia degli individui, consiste più in ciò che si è dimenticato che in ciò che si ricorda” - Josip Brodskij

Pubblicato il 16/10/2005 alle 14.9 nella rubrica Film e DVD.

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