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Il Codice Da Vinci

di Dan Brown
Mondadori, € 18,60

L’esoterismo è la pornografia dei pudichi. Come pratica religiosa nacque per nobilitare il culto della natura, evidentemente considerato troppo accessibile di per sé, in tempi piuttosto remoti. Oggigiorno è diventato materiale di rinforzo per “creativi” molto furbi e altrettanto svogliati, spesso abili nell’intrigare la servetta pettegola che c’è in noi.
Lo sa benissimo il carneade Dan Brown che, ottimamente servito da una manovra editoriale tanto palese quanto ben congegnata, si gode il successo riscosso dal suo ultimo libro, il controverso “Codice da Vinci”. Il racconto si svolge nell’arco di una nottata tra Parigi e Londra, durante la quale Robert Langdon, classico protagonista catapultato in un intrigo imprevisto e fuori misura, viene chiamato a decifrare i messaggi in codice disseminati lungo la strada del Santo Graal dal curatore del Louvre, assassinato in circostanze alquanto insolite. In suo aiuto si fanno prontamente avanti due coadiutori utilissimi alla bisogna: una provvidenziale crittologa e uno stravagante storico britannico del Graal ricco sfondato.
Da un soggetto che sarebbe banale anche per un mediocre studente della scuola dell’obbligo scaturisce, se possibile, un intreccio ancor più esile. Il famosissimo mastino della polizia giudiziaria parigina, tale Bezu Fache, si dimostra uno sprovveduto più simile ai carabinieri derisi dalle italiche barzellette che non all'idealtipo dell’infallibile ispettore: vulnerabile ai depistaggi più risibili (il rilevatore nella saponetta lanciato sul camion, oppure la falsa pista del biglietto ferroviario), il poliziotto ogni volta ci casca, consentendo ai fuggitivi ingiustamente nel mirino di proseguire nella loro caccia al tesoro. Ma nemmeno per chi fa affidamento sullo sciovinismo anglosassone c’è troppo da stare allegri: anche i gendarmi d’oltremanica si rivelano dei gran fresconi, quando si tratta di condurre un’operazione all’apparenza elementare come bloccare un aereo subito dopo l’atterraggio.
E se Atene piange, Sparta certo non ride. I personaggi si rivelano ben presto dei manichini piatti e senz’anima, con caratterizzazioni abortite (i trascorsi sentimentali e vaticani di Langdon), ridondanti (il passato di Sophie) o del tutto assenti (Teabing).
In pratica, la trama è banale e inconsistente.
A questo punto, chiunque si domanderebbe il perché di tanto successo, se il libro in questione stenta a meritarsi lo scaffale del tabaccaio.
Si potrebbero azzardare molte ipotesi; del resto abbiamo già indicato la corsia preferenziale di quest’opera: la scaltra rivisitazione degli ultimi duemila anni in chiave gossip, all’insegna del motto laico-umanista che prescrive un attendismo coltivato nel believing without belonging. Il che significa costruire una storia debolmente minimalista attorno ad una vasta serie di spigolature e di calunnie, peraltro nemmeno di eccelsa levatura. La successione di Fibonacci, la sezione aurea, la filologia a misura di Settimana Enigmistica servono ad accreditare l’erudizione della voce narrante; le frequentatissime ipotesi sul celibato di Cristo e sulle oscure origini nicene della Chiesa – qui vendute come rivelazioni dell’ultima ora – instillano i primi dubbi mistici; e, per finire, le macchinazioni reazionarie architettate dall’immancabile congrega di integralisti cattolici infliggono il colpo di grazia: siamo rimasti vittime di una mistificazione clericale e (manco a dirlo) sessista ordita sin dagli albori della cristianità.
Col deprimente risultato di ritrovarci privi dell’autentica tensione religiosa dell’umanità, quella naturale-animista-esoterica. Che, tra copiose bevute di sangue umano e appaganti rituali orgiastici, ci avrebbe riconsegnati all’autentico stigma - settario e irreligioso - della spiritualità "indoeuropea".
Per cui tutti i dubbi circa il “caso editoriale”si risolvono osservando che il sacro, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra sotto forma di dietrologia gnosticheggiante. Anche servendosi di un libercolo costantemente attraversato da un’abbondante dose di paternalismo nei riguardi dei “creduloni”, spesso blanditi con insopportabile condiscendenza.
A margine di questo commento, resta inteso che all’interno dell’indagine storica sulla teologia rimangono senz’altro vari fronti di discussione ancora aperti: ad esempio sui rapporti tra il protocristianesimo e la tarda romanità, oppure sul percorso che consentì all’attuale dottrina cristiana di imporsi sulle molte "eresie" che fiorirono in principio. Ma Dan Brown ha preferito le allusioni raffazzonate ad un serio esame dei veri enigmi che costellano la nostra tradizione religiosa, confezionando un prodotto più tendenzioso che documentato. Pollice verso, per il momento me ne torno a leggere le invenzioni di un signore che con le rievocazioni storiche si trova decisamente più a suo agio, ovvero Ken Follett.

Pubblicato il 10/10/2005 alle 15.9 nella rubrica Libri.

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