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Aggiungi un posto a tavola

Con oggi, anche il sottoscritto inaugura quell’attività di “memoriale telematico” che va sotto il nome di blog. Come chiunque si affacci alla finestra nella speranza di calamitare l’attenzione dei passanti con le sue idee, alla maniera dei comizianti londinesi che salgono sul pulpito pubblico di Hyde Park, nemmeno io sopravvaluto l’importanza del mio contributo alla formazione delle “opinioni condivise” che sanno influenzare la cultura e la politica.

Ciononostante mi avventuro su questa strada sconosciuta – che percorrerò magari con la discontinuità dettata dagli impegni quotidiani, ma sempre con la massima passione intellettuale – confidando che anche solo grazie all’accensione di una nuova, piccola “stella” la galassia della blogosfera possa correggere in modo stimolante i suoi equilibri interni. E che l’aggregazione di piccoli “sistemi solari” come Tocqueville, al quale peraltro si deve la mia “discesa in campo”, sappia trarne nuovo slancio e incoraggiamento.

 

Fuor di metafora, mi sembra opportuno tentare una definizione preliminare delle mie “coordinate culturali” di riferimento, anche per compilare un biglietto da visita come si deve.

Senza imbarcarmi in un titanico rendiconto onnicomprensivo, vista anche la fluidità con cui le convinzioni personali evolvono nel tempo, per esporre una sintesi dell’Ismael-pensiero affronterò uno dei temi più incandescenti dell’attualità, il rapporto tra politica e religione, prendendo spunto da alcune riflessioni decisamente interessanti – apparse guardacaso su un blog. Qui, detto per inciso, se ne azzarderà una sommessa confutazione.

Lo spazio in questione è quello di JimMomo, osservatore dei fatti politici capace di argute provocazioni in salsa radicale e di osservazioni non banali sul tema della laicità.

In uno degli articoli linkati a latere della sua sezione dinamica (“Liberali. L’abbraccio di Ratzinger può rivelarsi mortale”), JimMomo spiega con chiarezza il suo punto di vista a proposito delle convergenze, più o meno recenti, tra certi ambienti ecclesiastici e alcune “schegge impazzite” del variegato mondo liberale. L’analisi di Jim si inarca su una chiave di volta sostanziale, sul filo teoretico sottile ma palpabile che, a suo dire, separerebbe le premesse “giusnaturaliste” dello stato di diritto da quelle “veritative” care a certo clericalismo di ritorno. Sempre riassumendo, mentre le prime farebbero premio sul concetto di ragione interna come centro del “verdetto morale” di ognuno, le seconde imporrebbero a base dell’edificio civile una serie di sovrastrutture esterne ancorate al piglio autoritario con cui la Chiesa Temporale persiste nel contraddire il suo mandato originario. Segnatamente, quello spirituale. L’incontro fattivo tra (alcuni) laici e (alcuni) prelati, sotto questa luce, diventerebbe nulla più che un “equivoco” maturato nel reciproco riconoscimento di quel “distretto fondativo” che preesiste alle leggi codificate. Di qua i valori universali laicamente generati dalla ragione – dignità dell’individuo, diritti di proprietà, libertà – e di là l’invadenza di Dio e della tradizione, accidenti del buio pre-scientifico.

Tale idea della ragione – e qui hanno inizio le mie considerazioni – ha indiscutibilmente le sue radici nell’Illuminismo francese, che più che alla “finitezza” guardava all’autosufficienza della Dote Suprema (la Ragione, appunto) nel definire i cardini giuridici del consesso civile.

Ebbene, sin da ora posso garantire che qualsiasi opinione avrò l’ardire di esprimere in futuro, la mia attenzione sarà sempre principalmente rivolta all’intelletto, non alla ragione “conclusiva” tanto coccolata dalla modernità. La ragione, intesa come capacità di dimostrare una tesi partendo da un’altra tramite il metro della logica formale, nella mia aristotelica adesione alla realtà funziona come un “ascensore cognitivo” che procede tra l’esperienza e l’intelletto. In questo quadro, gli elementi “captati” dalla realtà vengono elaborati dalla ragione e consegnati all’intelletto che, folgorato dall’intuizione, compie il “grande salto” di trascendere i sensi e di cogliere i principi primi, cioè il vero (universale) che è in tutte le cose. Quindi anche i “valori universali” individuati dalla ragion pura – dignità, libertà, proprietà – sbocciano in una visione puramente razionale di ciò a cui rimandano, il bene. Altrimenti rischiano di costituire un insieme di parole assolutizzate a scapito dell’atto di fede che sempre il perseguimento del bene comporta. La mistificazione perpetrata dal culto della razionalità è di scambiare un mezzo per il fine ultimo, e di santificarlo. Inutile stare qui a ripercorrere i drammi storici causati da questo stilema ideologico, con la nazione che si trasforma in nazionalismo, l’etnia che diventa razzismo, la laicità che diventa Terrore.

Meglio concentrarsi sull’incongruenza insita nel rubricare la ragione come la facoltà di non credere a ciò che non si sia sperimentato empiricamente. Ammettere tale assunto significa non poter credere al professore di biologia che spiega la fotosintesi clorofilliana, perché ciò costituirebbe una rinuncia alla verifica diretta. Ma significherebbe anche pervadere l’intera gamma delle scelte individuali con una cortina di casualità totalizzante. Ad esempio, sulle tematiche eticamente sensibili graverebbe un vuoto di ragione assolutamente invalidante. Ogni scelta che riguardi la biogenetica, l’eutanasia o il controllo delle nascite è, di fatto, orientata ad un bene su cui si scommette senza certezze iniziali, quindi per fede non-razionale. Chi sceglie di “staccare la spina” ad un congiunto in coma piuttosto che di mantenerlo artificialmente in vita, chi abortisce una gravidanza anziché portarla a termine, chi manipola una staminale embrionale invece di una cellula somatica, lo fa perché si fida del buon esito delle sue azioni. Ma senza averne la sicurezza assoluta.

Quindi anche la nostra modernità tecnorazionalista, pur proclamando il suo materialismo di fondo, vive immersa nella fede, così come gli obiettivi finali di quelle “grandi parole” (libertà, dignità, ecc.) che, prese singolarmente, rischiano di essere il riverbero di una ragione meramente strumentale. E proprio per evitare che  le traiettorie della morale soggettiva entrino in rotta di collisione le une con le altre esiste la legge. Una legge perciò inevitabilmente toccata dall’etica.

Alcuni liberali, semplicemente, realizzano che duemila anni fa si è incarnata nella storia una presenza in grado di indicare un modo per far convergere le aspettative dei singoli verso un’unica scommessa d’amore. Non l’amore zuccheroso, non l’irenismo a buon mercato, ma il sacrificio di sé finalizzato al bene altrui. Anche quando non ve n’è ragione.

Ancora, alcuni liberali riflettono sulla portata epocale di quella stessa “presenza” che, in un mondo dedito all’adorazione di idoli personificati, ha saputo raccogliere le parole slegate che ciascuno di tali simulacri richiamava (libertà, dignità, proprietà...) e trasformarli in valori portanti di un bene più elevato. Fino a informare di sé, mediante il meccanismo dell’inculturazione spontanea, un’intera civiltà. Con leggi, tradizioni e consuetudini ispirati ad una sapienza sopravvissuta ai colpi della barbarie proprio perché strettamente connessa con il concetto di libertà.

In pratica, quei liberali si scoprono intimamente cristiani proprio perché liberali, smascherando così il tranello lessicale insito nella distinzione tra fondamenta “interne” ed “esterne”, che poggia su un equivoco – quello sì! – in merito all’immanenza della fede volenti o nolenti. E afferrano l’applicabilità di certe dinamiche storiche anche ai nostri tempi, agitati dal confronto con il monismo islamico nelle sue varianti fanatizzate, da cui traspare l’abisso tra una religione sorta per convivere con un impero (popolandolo pacificamente) e una, invece, nata per crearne uno tutto suo sotto il segno del connubio tra potere e divinità.

La cultura della vita veicolata dal cristianesimo consente di non rimanere schiacciati tra l’incudine del nichilismo suicida e il martello dell’indifferentismo bioetico. Ad alcuni liberali piace pensare che ciò rappresenti una garanzia insostituibile per la ricerca del benessere materiale, sempre attraverso il corretto uso delle parole-chiave che non sto a ribadire, a sua volta posto a salvaguardia di una libera soddisfazione dei propri bisogni immateriali. La quale non può avere luogo se la politica esclude dai suoi orizzonti il bene. Per dirla con Romano Guardini, la modernità “che ha rescisso il rapporto con il bene, appare non più come il luogo della reinvenzione della politica ma, al contrario, come un processo di spoliticizzazione, perché nell’uomo agisce una fatale inclinazione: esercitare il potere in modo sempre più fondamentale, scientificamente e tecnicamente perfetto, e al tempo stesso non prenderne le difese, cercando invece di ammantarlo dei pretesti dell’utilità, del benessere, del progresso e così via. L’uomo perciò ha esercitato una potenza, senza sviluppare l’etica corrispondente che trova la sua espressione più genuina in una società completamente anonima”. Il che, come si diceva all’inizio, impedisce perfino di concepire una “scelta” vera e propria.

Certi liberali guardano con ammirazione agli Stati Uniti, dove la felicità materiale e quella spirituale vengono messe nelle migliori condizioni per coincidere da assetti istituzionali ispirati alla tolleranza deista (cioè a un cristianesimo “razionalizzato” ma di sostanza). Mentre invece vedono come il fumo negli occhi il modello francese, nel quale la laicità non è un dovere dello stato, ma un obbligo del cittadino libero, eguale, fratello. Le parole, svincolate dall’universale a cui rimandano, diventano legacci.

Gli stessi liberali che quindi preferiscono la Rivoluzione Americana alla Rivoluzione Francese hanno anche chiuso i conti con la sindrome di Porta Pia. Che l’ingerenza del divino nel politico sia la negazione stessa del cristianesimo, e che vada combattuta senza quartiere, è un fatto; che oggi i problemi non siano affatto legati ad un eccesso di papismo, lo è altrettanto.

Non è in discussione il diritto a non credere, a non praticare o a inveire contro il cielo, piuttosto si dibatte di come non mettere il proprio disimpegno a carico dell’altrui incolumità. Parimenti se si accetta la sfida di “fare come se Dio ci fosse”, si facilita la comprensione dell’ethos e delle priorità morali che si danno per scontate nella vita e nella legge. E si cerca di interrogarsi sul futuro di un’Europa che, glissando sulle sue radici cristiane, finisce per adottare una bandiera inghirlandata dalla corona mariana. Forse senza nemmeno avvedersene.

Io sono un liberale di quelli. Curioso, forse, considerando che la mia personale “partita con la fede” stenta a decollare, magari perché mi ritrovo figlio di uno gnostico ultra-razionalista e di una cattolica non praticante.

Ci sarà di che divertirsi, oh sì.

Pubblicato il 8/10/2005 alle 16.48 nella rubrica Diario.

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