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The social network

Mark Zuckerbeg assurge ad archetipo dell’homo faber fortunae suae mentre la piazzagrande internettara da lui fondata draga le magnificenti autoschedature di intere generazioni. La scalata al potere e al successo fa strame dei rapporti umani autentici a maggior gloria del vano dominio sulle altrui proiezioni egoiche. Ebbene, ecco tutto quello che non si trova in The Social Network, a meno di non banalizzarne pigramente il movente narrativo – scambiandolo con l’ennesima riproposizione di triti motivi drammatici (il conflitto postadolescenziale tra precaria integrità e allettante spregiudicatezza) o epicheggianti (l’ascesa e la caduta del citizen Kane di turno), che forniscono casomai degli stilemi rodati abbastanza da performare speculazioni “impegnate” senza caricare i testi di verbosità.

A David Fincher preme infatti disegnare percorsi dialettici, più che emettere verdetti etici. Come già in 7even, Fight Club, Panic Room e Zodiac, anche qui le idiosincrasie e le ambizioni dei personaggi interagiscono nell’ambiente scenico impossibilitate a carpire un concluso netto, tessendo nei tempi e negli spazi della vicenda un dialogo mai foriero di sbocchi risolutivi. Per giunta, l’ultimo lavoro dell’ex adepto di Propaganda scava nell’esigenza di “comunicarsi” all’esterno indossando delle maschere e la riconduce a stigmate umane, troppo umane, che la tecnologia permette solo di lenire in modo viepiù potente e sofisticato. Il tema si presta a compiere il suo giro di spirale attorno alla struttura discorsiva, senza grandi concessioni all’estro registico (com’era peraltro già nelle corde del succitato Zodiac). Forse l’unico brandello di tecnica descrittiva dal sapore decisamente fincheriano si riconosce nella marchetta ai due coprotagonisti, un take in fuori campo visivo tagliato sulle due porte di altrettanti cessi-alcova – ispessito da cromatismi notturni e da un acido sottofondo musicale industrial – a rendere l’idea di un’innocenza congiuntamente perduta. Ma il grosso del materiale filmico si veicola attraverso la lineare esposizione di contenuti, come detto. Il filo della trama rilega l’alternanza di passato (con il riepilogo della serie di fatti a monte del fenomeno-facebook) e presente narrativo (focalizzato sul contenzioso stragiudiziale sorto in merito alla proprietà intellettuale del sito). I tempi dei momenti ricostruttivi sono sintetici, laddove quelli delle fasi analitiche sono dilatati: le frequenze nel passaggio tra i due registri scandiscono i ritmi del racconto e, quando si alzano di intensità (ad esempio per rievocare la cena con Sean Parker), marcano l’erompere di svolte ad alta temperatura simbolica. Si salta furiosamente tra “prima” e “ora” quando l’inciampo rende impellente un interrogativo chiave: rovinare amicizie in carne e ossa è davvero servito a creare un insuperabile mezzo (e luogo) di autorappresentazione, ha munito il fruitore del filtro capace di trattenere difetti e di esibire pregi al ludibrio del pubblico globale? L’immagine di Zuckerberg intento a martellare di ossessivi refresh il profilo della sua ex, ovvero a saggiare ansiosamente in prima persona l’efficacia dello strumento, è già un’implicita risposta alla domanda. Per un cineasta la più tranquillizzante, a onor del vero: se la strategia di contraffazione del reale non si può mai pienamente gestire “dal basso”, i professionisti della mitopoiesi non hanno troppo da temere.

Molto convincente Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg) nell’impersonare caratteri inflazionati quali il mix di genialità e autismo; forse ancora un po’ acerbo Andrew Garfield (Eduardo) comunque alle prese con la parte più difficile e umana del copione; a dir poco sorprendente Justin Timberlake (Sean Parker, il redivivo fondatore di Napster) come inarrivabile prototipo di sopraffino paraculo.

 

Vai a vedere: Gli Spietati, Badtaste, Alessio Guzzano, Matteo Bittanti



Pubblicato il 13/1/2011 alle 14.1 nella rubrica Film e DVD.

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