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Due narrazioni politiche a confronto

I vellutati esercizi di wishful thinking che taluni notisti, zelanti ripetitori dei loro sottogruppi politici di riferimento o – meno prosaicamente – di un ego assai restio alla contrizione, riescono puntualmente a compitare all’indomani dei “momenti topici” del caso (elezioni, referendum, impulsi legislativi a vario titolo degni di rilievo) non possono non rimarcare la preminenza della dialettica in un “mondo narrativo” altrove autoproclamatosi determinista a oltranza.

Prendi le ultime Regionali, per esempio. Il bilancio che ne trae la pubblicistica in senso lato finiana è, riassumendo, più o meno il seguente: Berlusconi è in declino, una Lega clerisocialista va progressivamente incorporandosi l’elettorato settentrionale mentre – anzi: poiché – il Pdl si limita a risultare un comitato elettorale verticistico, succube di linee programmatiche dettate al suo esterno e incapace di far concretamente valere la sua larga maggioranza parlamentare. Il tutto condito dall’immancabile strutturalismo di maniera, in forza del quale i temi etici non contano mai nulla e si vota sempre col portafoglio.

Senza fare troppo mistero di un certo straniamento, mi permetto di individuare qualche toppa malmessa, qualche incrinatura logica nell’impianto argomentativo appena schematizzato. Anzitutto è opportuno tenere presente che l’idea di un persistente leaderismo in seno al partito di maggioranza relativa e quella di un’avviata parabola discendente del premier si negano l’una con l’altra, almeno nell’immediato. Considerato che l’astensionismo è stato trasversale a sufficienza da non colpire a senso unico, per di più nel pieno di una dirompente crisi economica e in concomitanza con un’ottima occasione per scaricarne le tossine contro la classe politica (un’elezione di medio termine), probabilmente va scartata la seconda ipotesi. E quindi va recuperata la consapevolezza che il modello di partito-carisma, nel quale dottrina e profeta si tengono in uno, ovvero mezzo e messaggio coincidono, tiene abbastanza da far sì che il consenso per un “uomo solo al comando” definisca in sé l’adesione sostanziale a un certo schieramento politico. Piaccia o meno (e a me piace molto poco, detto per inciso), questo personalismo provvidenzialista è la vera cifra della politica contemporanea, anche ben al di fuori dei confini italiani: si pensi a fenomeni della retorica “nuovista”, deliberatamente avara di contenuti progettuali precisi, come Barack Obama e David Cameron. Casomai è la peculiare combinazione della tendenza generale così enucleata con l’annosa propensione del ceto imprenditoriale e intellettuale italiano, nelle sue molteplici forme di collateralità al potere pubblico del momento, a sfruttarla come alibi per giustificare la mancata assunzione di responsabilità riguardo agli esiti dell’azione di governo, a fornire interessanti spunti di riflessione.

Una chiave per comprendere il progressivo radicamento del leghismo si ottiene proprio a partire dal sussistere del gattopardismo di cui sopra. Si è detto e scritto di un Carroccio mercantilista e filoclericale, con l’aggravante di aver opportunisticamente rinnegato passate fidelizzazioni liberiste e neopagane; si è argomentato circa il ricatto padano cui l’intera maggioranza dovrebbe sottostare, con l’unica via d’uscita di differenziarsi agli occhi del “Nord produttivo” sposando la linea liberal dettata dal Presidente della Camera. Ho l’impressione che si tratti di letture parziali, incapaci di cogliere un dato politico-culturale d’insieme. A parte il fatto che non si capisce come mai, se ad avere peso sono solo i redditi e le misure politiche annunciate per difenderli, il voto “verde” sia così territorialmente segmentato, a non convincere è proprio l’idea che basti alzare una certa bandiera ideologica per apparire credibili quali suoi effettivi realizzatori politici. Una forza partitica in grado di raccogliere seguito interclassista e interconfessionale – giacché difficilmente l’incontro di dottrina sociale cattolica, sciovinismo agroalimentare, lotta all’immigrazione clandestina e stretta securitaria può definirsi altrimenti – oltre ad azzeccare un tema unificante, deve proporre personale attendibile a priori. La Lega, per arrivare al punto centrale della questione, non solo ha saputo porsi come il partito dell’equità orizzontale, ma ha anche interrotto la consuetudine di candidare utili idioti, mandatari di un notabilato sempre attento a mantenersi cautamente defilato (una specialità che in ambito pidiellino trova campioni indiscussi). Lo strapaese settentrionale, più che temere la mondializzazione o piangere la perdita di fantomatici “paradisi perduti”, non ne può più di immigrati che approfittano senza ritegno di un welfare al quale non hanno contribuito nemmeno in minima parte, di dover rispettare meticolosissimi vincoli burocratici, edilizi, igienico-sanitari, per poi subire la concorrenza di spregiudicati esercenti extracomunitari da un lato e di prodotti di ignota origine dall’altro, né di vedersi iscrivere a ruolo per aver pagato l’Ici con un’ora di ritardo quando in altre parti del Paese l’evasione è dilagante e sistematicamente impunita. Se a questa situazione si somma la comoda ignavia degli ambienti intellettuali e/o altolocati, sempre pronti a prodursi in leziose e stizzite ostentazioni di pensiero indipendente senza mai mettersi politicamente in gioco in prima persona, ben si capisce l’esasperazione di sempre più ampi strati popolari. Che fanno di necessità virtù e vanno a sbattere la testa laddove sono anche “solo” l’idraulico o l’infermiere a voler combattere ingiustizie, ma perlomeno in modo coeso e con la garanzia di farsi carico di eventuali insuccessi.

Al Pdl occorre senz’altro sciogliere il nodo dell’identità politica, per tornare ad abbinare alla “stabilità” di marca leghista l’imprescindibile contraltare della “crescita”. Ma spingere nella direzione di una differenziazione purchessia, per giunta di segno ideologico contrario alle esigenze di equità manifestate da un elettorato sempre più vasto e consolidato, significherebbe solamente fare il gioco del pervicace tatticismo caro agli eredi dello statalismo nero (non a caso svelti a intuire come la declinazione più attuale del dirigismo, dopo l’era dell’imporre e quella del vietare, consista nel modulare attentamente il permettere). Nei prossimi anni sarà già tanto se si riuscirà ad affiancare all’attuazione del “federalismo fiscale” bossiano una riformicchia tributaria improntata alla semplificazione, cioè al disboscamento dell’intrico di deduzioni, detrazioni, esenzioni, crediti, incentivi e disincentivi all’oggi in vigore.

Il compito di far capire che il “pari trattamento” davanti alle regole si conquista anche e soprattutto deflazionando la massa normativa spetterebbe a chi ha già ricevuto adeguata “evangelizzazione” in materia. Peccato si tratti quasi sempre di personaggi usi a lamentare il deficit di riformismo di una realtà socio-culturale spesso e volentieri ritenuta irriformabile per sue tare morali congenite, perciò destinata a precipitare in un baratro del fato più che a emendare autonomamente i suoi difetti costitutivi. Un partito preso sterile, oltre che contraddittorio.

Pubblicato il 14/4/2010 alle 11.4 nella rubrica Diario.

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