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Principio, anarchia, catallassi

di Francesco Lorenzetti

tesi di laurea – 100 pp.

 

“L'opposto è amico soprattutto del suo opposto,

poiché ogni cosa desidera il suo contrario, non il simile.

Il secco desidera l'umido, il freddo il caldo, l'amaro il dolce,

l'acuto l'ottuso, il vuoto il pieno, il pieno il vuoto e così via,

secondo il medesimo rapporto.

Il contrario infatti è nutrimento per il contrario,

mentre il simile non trae vantaggio alcuno dal simile”

 

“Se ciò che è affine è differente in qualcosa da ciò che è simile,

a quanto pare [...] potremmo dire dell'amicizia ciò che essa è;

se invece simile e affine sono identici,

non sarà facile respingere il precedente ragionamento

in base al quale il simile è inutile al simile in virtù della somiglianza:

ma è assurdo ammettere che l'inutile sia amico”

 

Platone, Liside

 

Quando ci conoscemmo, Francesco sposava convinzioni sostanzialmente in linea coi dettami del liberalismo classico, mentre il sottoscritto era giusnaturalista professo. Riunioni di partito, bisbocce tra amici, eventi mondani di vario ordine e grado: ogni occasione si prestava all’innesco di garbati – e, per i malcapitati gregari, orchiclastici – dibattiti sulla filosofia prima. I cascami delle nostre serrate discussioni, impertinenti versioni “senza sapiente” del dialogo platonico, si concentravano tutti nel retrogusto acre dell’inconcludenza, nella frustrante consapevolezza di scoprirsi vieppiù prigionieri di itinerari cognitivi circolari.

Una reciproca insoddisfazione estremamente feconda, però, se questi suoi precipitati – grazie alle opportunità offerte dal percorso formativo di Francesco, neodottore in Giurisprudenza con la bella tesi di laurea in Filosofia del Diritto che mi accingo a commentare – hanno favorito per entrambi il radicarsi in profondità di idee e concetti prima afferrati solo superficialmente.

Seguendo le orme del grande vecchio della giusfilosofia patavina, lo stesso professor Francesco Cavalla il cui pièce de résistance si provava a recensire qui, occorre allora recuperare gli albori del pensiero speculativo per interrogarsi sul Principio e salvarsi la mente dalla fallacia del discorso ordinato applicato alla controversia giuridica. La protofilosofia dei presocratici, che i libri di testo del Liceo passavano velocemente in rassegna come un campionario di misteriosofie fisicaliste, si addice al compito poiché – fatta la tara al doveroso apporto interpretativo del lettore contemporaneo a quei frammenti così antichi e oscuri – ben rappresenta l’insieme di strumenti teoretici affermatisi prima che la conoscenza fosse assalita dalla brama di possedere, sezionare, controllare il mondo immanente. Su tutti una corretta intelligenza dell’arché, ossia dell’ente assoluto, ciò di cui tutto si predica ma che non si predica di nulla – un cerchio infinito il cui centro è ovunque ma la cui circonferenza non è in nessun luogo, per dirla con Andrew Davidson. Nulla a che vedere con la certezza formale, cioè con l’esito puntuale dell’adozione di un sistema in grado di porre univocamente un oggetto da indagare tramite un dato metodo. Anzi, proprio l’imporsi di quest’altro paradigma gnoseologico – insostituibile complemento delle dottrine atomiste, nichiliste e neoplatoniche – ha condotto all’eclissi moderna e postmoderna della ricerca del vero e del giusto in ambito giuridico, a tutto vantaggio di visioni tecnocratiche e strutturaliste, ancillari nei confronti del potere e dei suoi arbitri. Invece la nozione di Verità che deve ritrovare spazio, soprattutto all’interno di una riflessione filosofica realmente intenzionata a emanciparsi dalle contrapposte erranze di positivismo e naturalismo, riguarda il “collante trascendentale” dell’universo, “ciò che tiene in una tutte le cose pur mantenendo e custodendo ogni differenza” garantendoci la stessa possibilità di “sapere” qualcosa. Nelle parole di Cavalla si fa riferimento alla “potenza [...] che espone alla vista dell’uomo un’affiorante molteplicità di enti diversi, eppure tutti collegabili; sicché da ciò è consentita all’uomo, con il giudizio e con l’azione, ogni sorta di particolare e mai conclusivo collegamento. Perciò, perché originariamente anticipante e inesausta in un qualsiasi ambito di fenomeni, la verità esorbita da ogni possibile raffigurazione oggettiva”. L’essere, considerato alla luce di premesse del genere, non può consistere in una sostanza indifferenziata che la ragione umana decodifica mediante l’implementazione di assunti meramente convenzionali, giacché in tal caso non sussisterebbero i noti limiti all’analisi formalizzata (come evidenziati dal lavoro göedeliano sull’indecidibilità, ad esempio). Né, all’opposto, è lecito ritenere il mondo alla stregua di un magma caotico, rappresentabile ordinatamente solo sotto l’imperio della pura volizione, altrimenti nessuno sarebbe capace di farsi capire dai propri interlocutori, esprimendosi in assenza di stipulazioni esplicite.

L’estensione dei caratteri propri e necessari del linguaggio alla globalità delle relazioni umane è, in effetti, la miglior chiave di lettura per delineare la traiettoria argomentativa della tesi, dall’inquadramento teorico sino ai conseguenti sviluppi metodologici. E se il rapporto tra comunicazione e significato si snoda tra le regole fisse di una grammatica e le regole informali del gergo e dell’idioletto, dando luogo a codici da apprendere in modo costante, aperto e mai interamente sistematizzabile, un analogo modello dialettico fondato sul “libero scambio” para-linguistico investe la totalità delle istituzioni sociali – spontanea e “irriflessa” com’è la loro eziologia. Il canone prasseologico così descritto, base concettuale della Scuola Austriaca di Economia, in letteratura prende il nome di catallassi, vale a dire “una teoria dei processi sociali dinamici. Si tratta di un moderno neologismo forgiato partendo dal verbo greco katallàssein [...] che, significativamente, racchiudeva in sé la duplice accezione di «scambiare» o «barattare», così come quella di «ammettere nella comunità» e di «riconciliarsi», «diventare, da nemici, amici». Per analogia, dalla medesima voce vien fatto discendere [tale] ulteriore neologismo [...], allo scopo di indicare quell’ordinamento del mercato che si forma spontaneamente; ovvero, un equilibrio socio-economico instauratosi secondo un processo inintenzionale di scoperta, nel quale i prezzi fungono da sistema di trasmissione delle informazioni disperse” (Zanotto).

Questo originale connubio di filosofia arcaica e di economia “austriaca” permette di ripensare radicalmente il novero delle modalità di statuizione del diritto. Non mancano esempi storicamente documentati di libera interazione giuridica, a partire da quello più frequentato dalla pubblicistica paleolibertaria, la lex mercatoria medievale. Antesignana del diritto commerciale internazionale pur senza aver ricevuto alcun imprimatur dai poteri pubblici dell’epoca, essa – in un’Europa che già portava in grembo l’abbozzo della moderna globalizzazione – costituì un eccellente volano per le transazioni mercantili. Un effetto che questo corpo legislativo riusciva a sortire con regolarità, facendo leva sulla minaccia di emarginazione dal circuito economico per chiunque disconoscesse deliberatamente l’autorità dei tribunali informali istituiti per dirimere le vertenze tra mercanti. In quest’ottica l’infrazione alla norma, anche delittuosa, non è debellata una volta per tutte, bensì messa costantemente in mora da un sistema “neutrale rispetto ai fini” ed estremamente “efficiente [nel] far sì che le persone si relazionino condividendo informazioni”. Esistono peraltro momenti meno datati del precedente a riprova della tesi riassunta fin qui: il ripristino dell’arbitrato volontario su iniziativa dell’avvocatura e della Camera di Commercio dello Stato di New York, nel 1920, oppure – nel delicatissimo campo del diritto penale – l’esperienza condotta a partire dagli anni ’70 dall’American Arbitration Association nella presa in carico di casi criminali minori. Altrimenti, fuori dall’anglosfera, va menzionato il recente D. Lgs. 28/10, positiva eccezione allo stato confusionale del panorama politico-legislativo nostrano.

Appunto nella direzione di una ricerca sulle possibili concretizzazioni operative di una teoria giuridica volta a “far diventare amici i nemici”, verosimilmente, si indirizzerà il testimone lasciato in eredità da Francesco a chi vorrà raccoglierlo. A lui, ora, il compito di far fruttare nella professione il grande impegno profuso in questo lavoro, anche a dispetto dello scetticismo dei tanti che ne hanno messo in dubbio il giovamento pratico post-laurea – mentre invece nel nucleo tematico sviscerato dall’amico Lorenzetti pulsa il cuore stesso della significanza del mestiere di giurista. A entrambi, nelle prossime occasioni utili, il sottile piacere di suscitare perplessità con parole astruse e scenari utopici durante le libere uscite tra amici: dopotutto la Verità si riduce a banale conformismo, se evocarla non desta almeno un po’ di placido scandalo.

Pubblicato il 29/3/2010 alle 10.50 nella rubrica Diario.

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