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Cinque volte perduti in Lost

Con il doppio episodio The Incident passa in cavalleria anche la quinta stagione del telefilm-culto che ha rivoluzionato i canoni stilistici e gli standard qualitativi della fiction seriale. Dopo aver toccato il fondo con le ambasce esibite durante buona parte della seconda serie e almeno metà della terza, la saga ideata da J. J. Abrams e Damon Lindelof aveva saputo riprendere quota già solo grazie all’originale trovata – che è stata un po’ il marchio di fabbrica del quarto ciclo – di spezzare la continuità diegetica delle puntate per avanzamento anziché per digressione. Eppure un convincente riallineamento delle tante sottotrame intessute sin qui dai due dioscuri del serial – dopo che il gigantismo dell’intreccio,come detto, ha a lungo dato l’impressione di soffocarne irrimediabilmente la vena creativa – si è avuto solo Mercoledì sera (Giovedì scorso, per noi corsari del peer to peer), al termine di una stagione finalmente capace di bissare i fasti della prima. A mente fredda, dei vecchi fronti narrativi al momento rimangono irrisolti giusto la sorte di Desmond e il significato profondo dalla successione numerica che tanti guai ha procurato a Hugo: non male, se pensiamo allo stato confusionale in cui versava la serie ai tempi dello sciagurato (filmicamente parlando) ricongiungimento di Locke e compagni con i naufraghi “di coda” del volo 815.
Come sempre quando si parli di intrattenimento audiovisivo, la rilevanza artistica dei prodotti finiti dipende dall’estetica rappresentata più che dall’etica veicolata, dal sapiente utilizzo dei costituenti mediatici di base (regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora, mixaggio) più che dall’efficace compendio delle tesi care agli autori. Ciononostante è la vicendevole contaminazione del mezzo col messaggio, ovvero l’impiego di una “grammatica espressiva” allo scopo di consentire la coerente trasmissione figurativa di un contenuto implicito, se ben implementata, a rendere palpitante di pathos un’opera d’arte. Non a caso la dualità – o meglio: la co-essenzialità degli opposti – è il tema portante di Lost. A cominciare senz’altro dal connubio arte-tecnica che imposta i percorsi realizzativi della serie. Pensando appunto alla quinta, l’ambivalenza del discorso narrativo si esplicita mediante l’alternanza di capitoli passati e presenti. Stavolta non più latori di eventi diacronici, ma sincronici perché, com’è noto, ora il gruppo dei losties si divide tra epoche differenti, creando una tensione tra “prima” e “dopo” tramite il collaudato espediente di mettere i personaggi provenienti dal futuro nelle condizioni di dovere/volere cambiare il corso della storia. A questo proposito è estremamente significativo che la macchina da presa, nell’ultima puntata, perda il consueto occhio clinico e distaccato, lanciandosi in vivaci travelling, proprio allorché si trova a registrare il lavorio attorno alla bomba a idrogeno (per smontarla e asportarne il nucleo) e alla trivella in azione al Cigno (in procinto di intercettare la sacca di energia “responsabile” di tutta la vicenda), cioè dei filoni tramici più gravidi di pesanti ripercussioni sul futuro. Sembra quasi che l’istanza narrante si ecciti, davanti allo schietto estrinsecarsi della (inutile? fortunata? indifferente?) lotta dell’uomo contro la Caduta mediante la Macchina. Perché in fin dei conti il centro tematico di Lost è dato dall’intersezione tra la già citata linea (est)etica dualista e quest’altro itinerario di senso appena individuato.
La mole di suggestioni ricavata da questa stringata chiave di lettura, nondimeno, stupisce per imponenza e per la molteplicità di variazioni simboliche sul tema escogitata dagli autori. Si pensi alla metafora del backgammon o alla missione salvifica dell’iniziativa Dharma ma anche, per rimanere a The Incident, alle schermaglie tra due archetipi semi-divini rivali ai piedi di un colosso raffigurante il dio egizio Sobek (traggo molti di questi riferimenti da un blog di bene informati). Ognuno di questi risvolti concorre a definire una poetica imperniata su una concezione classicheggiante – per la precisione presocratica, ad avviso mio e di Francesco – della dialettica scelta/destino e, soprattutto, della sua interconnessione con l’esistenza di un Principio veritativo. Gli enti contrapposti sul piano ontico si combattono per conferire dinamismo all’universo nell’assoluta unità costitutiva. La “ragione” per cui tutto accade, quindi, si dà e si sottrae senza che l’intelletto – individuale o collettivo – possa interamente figurarsela in termini logico-formali, dunque senza che il “dover fare” – del singolo o di una comunità di individui – si possa sottomettere a opzioni morali definitive e preformate. Kate, in prima battuta, si spende contro il piano di azzeramento atomico degli eventi, sostenendo che è crudele mettere sulla bilancia il detrimento di alcuni a beneficio di altri, ma alla fine partecipa all’attacco. E Juliet si ricrede in modo analogo. Difficile valutare una volta per tutte la bontà di un’azione solo in base alle sue conseguenze o solo compulsandone le intenzioni, perché la morale – ben inserita nella temperie gnoseologica “unitaria” di cui sopra – mal si presta a risolversi secondo partizioni nette.
Difficile, soprattutto, è prevedere quali sviluppi linguistici seguirà la sesta serie nell’intento di rispondere o meno agli interrogativi aperti sin qui. Nel caso in cui si scegliesse di voler illustrare l’insistere di una “zona oscura” sull’umana discernibilità delle cose, come si rappresenterà la conseguente fallacia degli indicatori diretti (dunque delle visualizzazioni in scena)? Per adesso è già tantissimo potersi confrontare con un’epica in grado di coniugare impegno e divertimento a questi elevatissimi livelli.

Scrivevo di Lost già qui, ma allora prevaleva un certo scetticismo. È bello ricredersi.

Pubblicato il 19/5/2009 alle 17.59 nella rubrica Film e DVD.

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