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Un luogo chiamato libertà

di Ken Follett
Oscar Mondadori, 465 pp., € 9,00

L’anglosfera tardosettecentesca, laboratorio precursore dei conflitti socio-politici innescati dall’industrializzazione e dalla globalizzazione delle attività produttive, è l’ambientazione di questo romanzo storico del 1995, cronologicamente il quarto nella bibliografia “passatista” di Ken Follett.
Il racconto si snoda dapprima nella Scozia mineraria, dove le rivendicazioni protosindacali del combattivo Malachi McAsh si scontrano con gli interessi dell’aristocrazia del carbone; poi nella Londra spaccata tra i partiti whig e tory, divisa cioè tra le spinte riformatrici esercitate dalla piccola borghesia commerciale e le esigenze conservative dell’establishment britannico; infine nella Virginia coloniale già percorsa da accesi fremiti indipendentisti, in cui bastano pochi giorni di viaggio per oltrepassare il confine tra ordine civile costituito e libertà assoluta. In sostanza le varie tappe dell’avventura, come d’abitudine in Follett, collocano le vicissitudini dei protagonisti entro diverse cornici di ampio respiro narrativo, che permettono alla poetica dell’opera di esprimersi sotto temperie estetiche di sapiente variabilità.
Non siamo ai livelli artistici di Mondo senza fine, quindi nemmeno lontanamente si sfiorano gli impareggiabili fasti de I pilastri della Terra, eppure il talento figurativo di Ken Follett nello scolpire personalità è notevole anche alle basse intensità di gradazione. Si guardi con quanta nettezza l’autore descrive le incomprensioni tra Malachi e la sua amata Lizzie, esplorando i tormenti psicologici di entrambi i personaggi con una sintesi talora capace di stupire per come sa elevarsi a modello rappresentativo di quell’angoscioso ginepraio di fraintendimenti che sono i rapporti tra uomini e donne. Soprattutto torna a porsi con forza il tema follettiano per eccellenza, vale a dire l’erraticità dei giusti. Le figure positive sono anche qui le persone disposte a mettersi in gioco pur di realizzare le proprie aspirazioni, ben sapendo che nulla rende ovunque esuli come il rifiuto di rinunciare a se stessi. Prima di trovare la sua vera casa, Malachi deve spingersi ai limiti del mondo sopravvivendo a insidie micidiali, ma il premio del superstite è il privilegio di abbattere le frontiere del suo universo esistenziale, in un’avventura di ridefinizione del mondo stesso che – per l’appunto – agli spiriti liberi si ripresenta “senza fine”.
Peccato che questa pregnanza di contenuto stavolta indossi un vestito intaccato da qualche spiacevole smagliatura, come il finale parecchio tirato via e il rozzo espediente adottato dall’autore per sbarazzarsi di Esther, la gemella di Malachi, quando ormai non sa più cosa farsene. Forse il lato positivo di queste pecche, le quali posizionano il romanzo ben al di sotto delle vette letterarie toccate prima e dopo da Follett, è di rendere Un luogo chiamato libertà un discreto punto di partenza per il neofita follettiano: pur senza fare sfracelli, il libro consente cioè di avvicinarsi alla produzione del romanziere gallese in crescendo anziché, come accade sempre scoprendo un artista dal suo capolavoro, introducendo a una sequela di progressive delusioni.

Pubblicato il 16/3/2009 alle 9.44 nella rubrica Libri.

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