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Israele, lo Stato, la Giustizia

Le immagini e le notizie in arrivo dalla polveriera israelo-palestinese obbligano a entrare ancora una volta nel merito della questione mediorientale. Come ogni polemos di vecchia data che si rispetti, anche questa pluridecennale contesa viaggia in parallelo all’evolversi di un contrappunto dialettico agguerrito quasi quanto il suo precipitato bellico.

Sotto il profilo contingente, pur con tutta la buona volontà “equidistante” del caso”, è ben difficile mettere sullo stesso piano i danni collaterali provocati dalle operazioni di un esercito regolare, agente su mandato di una sovranità libera e democratica, e gli attentati di gruppi terroristici finalizzati all’indiscriminata carneficina di civili inermi. Da un lato aleggiano le “nebbie della guerra”, ovvero l’intrico di cinici machiavellismi e di nobili ideali che alimenta la supremazia della legittima ragion di stato, dall’altro domina un crimine organizzato su vasta scala. Non c’è partita.

Eppure basta osservare la problematica nella sua interezza storica per coglierne aspetti assai meno definiti e, per paradossale che possa sembrare, tanto meno risolvibili nell’immanente quanto più lo sguardo si spinge in profondità. Facciamo mente locale sul sionismo: la dottrina che rivendica il diritto degli ebrei ad avere un “focolare nazionale” in Israele, rifacendosi alla Legge del Ritorno, offre loro una sorta di cittadinanza garantita. Le basi di tale prerogativa sono, di fatto, ataviche. Ma cosa diremmo se in Italia sorgesse un movimento d’opinione finalizzato al ripristino della sovranità romana sull’Europa che, in fin dei conti, aveva luogo duemila anni fa proprio come l’ultima potestà giudaica sulla Terrasanta prima del ’48? Chi ha letto L’amico ritrovato di Fred Uhlmann ricorderà che, nel libro, anche il padre del protagonista esprime una perplessità analoga. È possibile obiettare che la fondazione ufficiale di Israele fu preceduta dalla diffusa – e salatissima – vendita a consorzi di migranti ebrei degli estesi appezzamenti di terra palestinese allora in mano ai maggiorenti ottomani. Ma se degli investitori iraniani comprassero la Calabria un lotto dopo l’altro, la Calabria entrerebbe a far parte dell’Iran?

A ragionare in termini rigidamente storici e “conseguenti”, come si vede, è arduo non parteggiare per Israele seguendo umori almeno un po’ gratuiti. Tuttavia deve pur esserci un criterio capace di sostenere in radice le evidenti ragioni israeliane, pur con tutte le loro umanissime screziature, al di là del mero pregiudizio. Ancora una volta ci viene in soccorso l’etica, segnatamente applicata al concetto stesso di stato-nazione. Quel era la temperie culturale in cui fiorirono gli stati moderni? Pensando all'Ottocento, secolo d'oro del nazionalismo, la si può individuare nello sforzo di istituire comunità di cittadini unite nel perseguire determinati fini politico-morali. La “legittimità” di una qualsiasi “ragion distato” deriva quindi da una strategia di autorappresentazione ben precisa, mai suscettibile di fondamento causale dimostrabile, che non può non assumere i contorni di una teologia secolare. Com'è stato detto mille volte, è impossibile riempire di senso nozioni quali “bene comune”, “utilità collettiva” o “volontà generale” estrapolandole dagli stessi contesti di significato in cui vengono impiegate, a meno di non avventurarsi nel terreno minato della retorica. Lo stesso carattere metapolitico, come dice Francesco, vale per la Giustizia, valore portante dell'ebraismo: a ben vedere, il sionismo ottocentesco segnò la presa d'atto che è impossibile prescindere da un ordine politico sovrano nell'intento di vivere in pace le proprie peculiarità, come gli ebrei della diaspora avevano tentato di fare per due millenni. O, per dirlo altrimenti, che l'autorità costituita è tanto trascendente e autoreferenziale rispetto al consesso civile quanto necessaria al sostentamento di qualunque “associazione di tendenza”.

Ora si potrebbe arguire che “ordine politico” non è per forza sinonimo di “stato”, che “diritto” e “legge” sono cose diverse, che “piccolo è bello” e così via, ripercorrendo le tipiche – e per quanto mi riguarda giustissime – suggestioni paleolibertarie. Qui però interessa stabilire una prevalenza tra “un modello di come la democrazia basata sui valori della morale testamentaria e della fiducia nella ragione di matrice greca possa avere ancora senso per il mondo” (Giorgio Israel) e il “poterismo” reclamato dai soldati dell'Islam insurrezionalista. Potere come impreteribile ausilio del diritto negativo contro potere come idolo politico: date due opzioni fondative siffatte, una ragione che abbia a cuore la ricerca di ciò che è universalmente necessario non può che risolversi per la prima – a meno di non perdersi nei giochi di parole dell'immanentismo integrale, laddove un'ermeneutica efficace può giustificare tutto e il suo contrario.

Pubblicato il 16/1/2009 alle 10.59 nella rubrica Diario.

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