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Salta anche il patto Molotov-Ribbentrop

Non cessa di consolidarsi l'analogia – puramente formale e tutta giocata sul filo del paradosso, s'intende – tra le sorti della Germania nazista e quelle del Partito Democratico veltroniano. Prima l'annessione dell'Austria morotea e adesso la rottura dell'alleanza strategica con un partner politico ideologicamente agli antipodi da molti punti di vista, ma indispensabile per non avere nemici su due fronti. Va bene, lo ammetto: l'accostamento sinottico dei due accadimenti presenta più di una discrepanza. Là l'inopinata apertura delle ostilità avvenne a guerra in corso, mentre qui il “conflitto” elettorale (nazionale) si è concluso da un pezzo. Là il tradimento fu unidirezionale (tedesco), qui lo scambio di accuse in merito alle responsabilità della frattura sta mostrando ampi margini di reciprocità. Senza contare che l'aggredito, all'epoca, fece deliberatamente causa comune con i nemici dell'aggressore: risvolto, quest'ultimo, del tutto privo di corrispettivi proponibili nel presente politico italo-sinistrese.
Rimanendo alle somiglianze, comunque, è interessante ragionare sui possibili sviluppi della crisi tra Pd e Di Pietro. Sul suo blog l'ottimo Gianni Pardo cita una dichiarazione rilasciata da Maria Paola Merloni, ministro ombra per le Politiche Comunitarie, a margine dell'offensiva giudiziaria che sta affossando (Campania) o ha affossato (Abruzzo) la classe dirigente democratica: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”
. Fa bene Pardo a proseguire sviscerando alcuni sottotesti di quel “nuovo”; fra poco entrerò anch'io nel merito in modo da affrontarne gli aspetti meno contingenti.
Per il momento fermiamoci al dato politico dell'esternazione, con la tripletta di alternative che a mio avviso pone. La prima: la manovra a tenaglia delle procure esaurisce presto la sua furia distruttiva e assume i contorni di un semplice avvertimento. Come a dire che l'atteggiamento dialogante del Pd con la maggioranza, specie sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, va rinnegato a favore di un ricompattamento della Sinistra attorno al “giustizialismo” spinto. Il che significherebbe in buona sostanza alzare nuovamente i toni dello scontro su conflitto d'interessi, leggi-vergogna e involuzione autocratica, con tanti saluti all'impudente spirito bipartisan che l'opposizione “moderata” ha creduto di potersi permettere in questi primi mesi di legislatura. La seconda: l'operazione è finalizzata al ripristino dell'Unione prodiana. Saremmo davanti a uno scenario, se non fattivamente congegnato, sicuramente assai apprezzabile da una componente margheritina sempre più alla ricerca di triangolazioni con l'ultrasinistra in chiave anti-diessina. La terza: lo scopo ultimo del polverone è provocare la morte in culla del neonato soggetto unitario progressista. Una sorta di “opzione nucleare”, vien fatto di dire. Laddove non può sfuggire che il fattore comune a tutte e tre le suddette realizzazioni concrete della “DDR” prossima ventura si individua facilmente nel tramonto del veltronismo, ammesso e non concesso che di quest'ultimo si possa rinvenire una cifra politica vera e propria.
È facile immaginare l'obiezione “dipietrista” al partito preso secondo cui, dietro all'intera vicenda, si insinua un disegno eterodiretto e persecutorio. Producendo sterminate biblioteche di pezze d'appoggio (veline tribunalizie, mattinali di polizia giudiziaria, sbobinature di intercettazioni e quant'altro) si troverebbe sicuramente il modo di agitare il feticcio dogmatico dei “fatti”. L'essenza del travaglismo – così come del veicolo di trionfo retorico più gettonato tra le blogstar – si riduce in effetti a questo: guardare con minuziosa acribia il dito sminuendo sapientemente l'importanza di ogni discorso sulla Luna. Oppure evadendone la disamina mediante un'ermeneutica tanto frettolosa quanto reiterata.
Volendo invece mettere in discussione proprio il nucleo fondativo della mentalità giustizialista, non si può non sottolineare ancora una volta il carattere ricattatorio dell'assetto giudiziario italiano. Frutto della confusione tra separazione e divisione dei poteri nonché del costruttivismo implicito nel combinato autoreferenzialità/obbligatorietà dell'azione penale, esso si traduce nel coacervo di piccole grandi vessazioni che in parte esemplificavo una settimana fa. Generalizzando: in un sistema politico nel quale l'iperregolamentazione genera illegalità latente diffusa, è legittimo ritenere che la volontà – giocoforza circoscritta nel tempo e nello spazio – di punire le trasgressioni sia discrezionale a intenti punitivi più o meno espliciti. È solo perché sono persuaso da questo argomento che mi ispira fiducia l'idea di riformare il sistema giudiziario in senso “anglosassone”, cioè improntato a una concezione autenticamente giurisprudenziale del diritto. Non già perché sia plausibile capovolgere i rapporti di causa ed effetto al punto di credere che la mentalità e il costume siano conseguenze della cornice procedurale architettata dall'alto, sarebbe contraddittorio.
Ecco per quale motivo si resta interdetti di fronte ai timori chi, su posizioni liberali e garantiste, dubita che gli italiani e la loro classe dirigente, moralmente e culturalmente tarati come sono, siano in grado di confrontarsi responsabilmente con la prassi della libertà applicata. Tale è infatti il sottofondo ideologico di coloro che confidano nell'indipendenza dei controllori a prescindere e nella coessenziale nozione di “interesse generale” - dei giacobini, per essere chiari. Anzi, nello specifico di quei liberali votatisi al giacobinismo per il loro forte pregiudizio anti-italiano. Se stavate cercando di spiegarvi la forma mentis del liberalismo dipietrista – e la ragione per cui l'Italia dei Valori siede tra le fila dell'ELDR a Strasburgo, tanto per riallacciarmi all'intelligente provocazione lanciata giorni fa da LC – forse queste mie considerazioni conclusive fanno al caso vostro.

Pubblicato il 19/12/2008 alle 18.54 nella rubrica Diario.

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