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La giustizia della libertà

Rileggendo il decalogo aureo per un equo svolgimento delle ispezioni tributarie stilato dalla LIFE, ma anche ripensando all'esternazione sull'antistatalismo “consustanziale” alla mentalità veneta con cui Vincenzo Visco, non più di un anno e mezzo fa, credeva di criminalizzare a buon mercato un intero popolo, viene da pensare che l'Italia, così come tutto il mondo occidentale, sia attraversata da una spaccatura verticale che taglia in due la coscienza antropologica delle persone.
Alla radice di questo muro contro muro, sicuramente, pesa la – per così dire “rodata” – contrapposizione tra coloro che ritengono fondato il nesso di causalità “pagare tutti e poi pagare meno” e quanti, viceversa, capovolgono quel rapporto causa/effetto e rivendicano il diritto a vedersi applicate aliquote sostenibili prima di aderire al modello di conformità fiscale definito dal potere pubblico. I sostenitori della prima alternativa hanno nella giustizia il loro valore politico di riferimento, mentre per i fautori della seconda prevale la libertà. Si tratta di parole vaghe e, sul piano delle realizzazioni pratiche, obbligate a confondersi e mescolarsi continuamente. Da un lato vi è la fiducia nelle virtù dell'amministrazione istituzionalizzata, dall'altro si pone maggiormente l'accento sull'intrapresa spontanea: termini in tensione e in ultima analisi irriducibili a coerenza, ma anche indispensabili l'uno all'altro.
La giustizia nel “pagare tutti”, per dirsi tale, non può non rinviare all'esigenza di un limite alla tassazione. E la libertà – specie se negativa: impedire agli altri di impedire a me – necessita della problematica, ma imprescindibile, distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Le prese di posizione sommarie suscitate dallo scontro ideologico frontale fanno quasi sempre perdere di vista l'ineluttabilità della “compenetrazione di essenze” appena individuata.
Da acceso difensore della metafisica “di seconda specie”, dimentico spesso di circostanziare che la richiesta di meno tasse prima ha principalmente l'intento di concorrere al rientro nella legalità per chiunque sia vittima dell'ingiustizia ispettiva – unico naturale frutto di una fiscalità labirintica e opprimente. Mi succede spesso di contestare la sicumera di certi contribuenti che – animati da senso civico autentico, vediamo di capirci – si vantano e illudono di aver pagato le tasse “fino all'ultimo centesimo”. Ma basta un tocco di retroattività e/o di malizia per mettere alla gogna anche il cittadino più onesto. È risaputo che la Guardia di Finanza, quando esce, un verbale lo porta a casa comunque. E la stessa spada di Damocle pende sui titolari di attività soggette a vincoli antincendio o igienico-sanitari (fatto salvo il generalmente meno oneroso risvolto patrimoniale di questa seconda classe di “esazioni”).
Di questo si parla, non di altro, quando si portano avanti le istanze della semplificazione fiscale e dell'alleggerimento impositivo: della volontà di posizionarsi con certezza entro il perimetro della legalità, finalmente liberi da ogni ricatto asservito alla guerra tra ceti in cui sfocia la “spaccatura verticale” cui ci si richiamava all'inizio.

Pubblicato il 11/12/2008 alle 17.56 nella rubrica Diario.

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