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Come vola il corvo

di Ann-Marie MacDonald
Mondadori, 923 pp., € 12,40

“Tanto il mondo non esiste. La realtà è soggettiva.
Viviamo tutti in un sogno, che forse non è nemmeno il nostro”

Il tratto emblematico della narrativa occidentale, almeno dal XVII secolo in avanti, può riassumersi nella problematizzazione a oltranza del rapporto uomo-realtà. Da quando il cogito cartesiano ha travolto l’apparentemente stabile equilibrio premoderno di essenze ed esistenze, anche e soprattutto in letteratura la dilatazione dell’io ha progressivamente risucchiato la codifica dell’azione in un vortice di introversione sempre più frammentario, sempre più indefinito. Facendo mente locale sui “prodotti” di questo orizzonte poetico, culminato nelle opere di scrittori come Kafka o Svevo, ci accorgiamo dello stridente paradosso che ne ha seguito l’evoluzione. Al crescere dell’adesione al verismo nell’ambientazione e, più in generale, nel conferimento di una “veste fenomenica” alla porzione di spazio-tempo rappresentata, corrisponde infatti il maggiorato ricorso a una fantasia angosciata ed evanescente, gettata com’è nei più profondi recessi della psiche senza la minima possibilità di connettersi per analogia formale a dei termini fissi, a dei riferimenti esterni. Sembra quasi che il disinteresse – o la sfiducia – riguardo alla capacità di disporre creativamente del mondo stante l’interposizione limitatrice della realtà oggettiva conduca inevitabilmente a un arcigno appiattimento dello sguardo sul “di fuori”, controbilanciato da una caotica messe di congetture nell’esplorazione del “dentro”. L’invenzione, in buona sostanza, cede il passo all’immaginazione.
Come vola il corvo racconta una dolente storia di riconciliazione con la realtà. È una favola nera sull’innocenza corrotta di Madeleine McCarthy, una bambina canadese di otto anni di ritorno nella madrepatria con la sua famiglia al seguito del padre, ufficiale dell’aviazione reduce dalle basi alleate in Europa. Ma è anche uno spaccato sugli anni Sessanta e sulle mezze verità con cui, allora come oggi, l’illusione e l’attesa collettive di una imminente “fine della Storia” permeavano i mass media e la morale pubblica. Il romanzo semi-autobiografico di Ann-Marie MacDonald contrappunta antinomie stranianti sul tessuto lacerato di una trama, di una psicologia, di un brano di vita bisognosi di inserirsi in un concluso più ampio e definitivo. Lo fa rappacificando un testo di studiata nudità con un contesto ambiguo e policentrico, tramite intermezzi significativamente contrassegnati dal corvo e dalla montagna, simboli dei due punti di vista – esteriore e interiore – che l’autrice si avventura a ricongiungere.
L’ormai trentenne Madeleine elabora il suo trauma prendendo di petto la verità che giace latente nella realtà e appropriandosi di una consapevolezza finalmente non più di comodo o provvisoria; il romanzo introspettivo incontra tematiche universali (la funzionalità del “diverso” come capro espiatorio da sacrificare a un falso idillio, l’eterogenesi benefica dei fini politici più strumentali e viceversa, le conseguenze devastanti del proteggersi chiudendosi in se stessi) e sublima il racconto della “vero” nel racconto della realtà; il contenuto riempie il contenitore e nel frattempo rinuncia a nullificarsi nella sterile rincorsa a un’impossibile autosufficienza.
Un percorso di ricerca stilistica e figurativa che però rimane intrappolato nelle stesse farragini “moderniste” che si propone di emendare. Il meccanismo narrativo, centrato sulla prolissa ripetizione di incursioni introspettive, gira a vuoto per due terzi del romanzo. L’alienazione, figlia della “fuga dal mondo” di Madeleine, finisce così per riverberarsi sul fruitore. I momenti di svolta narrativa si contano sulle dita di una mano, rinfrancando la lettura come le sporadiche risalite in superficie ossigenano i polmoni di un subacqueo tra un’asfissiante apnea verso gli abissi della psiche e la successiva.
Ne risulta un volume di quasi mille pagine per una vicenda che in mani più spicce – per esempio quelle di Ken Follett – avrebbe rasentato a fatica le duecento. L’eclettica e brillante prosa della scrittrice canadese giunge quindi al suo scopo – illustrare lo spreco di parole cui va incontro la scrittura se rifiuta di mettersi in dialettica con l’essenza della realtà – al caro prezzo di diventare esemplificazione essa stessa del “rischio” che denuncia.

Pubblicato il 29/10/2008 alle 10.47 nella rubrica Libri.

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