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Federalismo fiscale, aria di fregatura

In Italia, quando l’adozione di un progetto di riforma viene salutata dall’approvazione generalizzata della classe politica, bisogna preoccuparsi. L’accordo tagliato per soddisfare le esigenze di contraenti eterogenei e discordanti come gli apparati istituzionali del fu Belpaese al gran completo, infatti, può essere stipulato solo al ribasso. Un pregiudizio che la lettura della sintesi di federalismo fiscale emanata la settimana scorsa dal Consiglio dei Ministri non fa che alimentare.

Leggi che “è stata in particolare stabilita l’autonomia di entrata e di spesa di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, con l’attribuzione a tali enti di tributi propri e di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio” e ti domandi se le prove tecniche di vessazione svoltesi col passaggio ai Comuni delle funzioni catastali siano state solo un assaggio – e quanto rappresentativo – della grassazione prossima ventura. Si delinea l’obiettivo di responsabilizzare i centri di spesa tramite il “riferimento ai costi corrispondenti ad una media buona amministrazione (costi standard)” e non può non porsi il dilemma di come definire i benchmark di un siffatto parametro aureo dell’efficiente amministrazione. Il beneplacito di sindaci e presidenti di regione verso criteri contabili tanto ambigui, a voler ricamare qualche malizia sull’inedita concordia tra enti territoriali litigiosi come i nostri, instilla il dubbio che i futuri metri di paragone probabilmente non saranno Lombardia e Veneto. Quando poi l’estensore partorisce sotto forma di captatio benevolentiae la constatazione che l’onere tributario complessivo dovrà mantenersi invariato o tutt’al più ridursi, verrebbe da chiedergli come sarà possibile conciliare quest’ultima linea-guida con le prime due.

Il federalismo, tecnicamente, è la trascrizione politica della collusione formale come rapporto economico. Non si tratta necessariamente di un patto tra “amici”, come la storia americana – malgrado la paciosa etimologia del termine foedus – dimostra. Esso, rispecchiando sul piano costituzionale la legittima diversificazione delle “parti” regionali rispetto al “tutto” statale, garantisce il carattere transitorio dell’etica pubblica anche in senso orizzontale. In quello verticale, com’è noto, agisce la laicità come metodo proprio dei sistemi liberali. Assieme, queste modalità funzionali “ortogonali” concorrono nel perseguire una forma di governo delle aspettative sociali per l’appunto super partes. Il che comporta la consegna della fermezza di fronte alla sperequazione: libertà e uguaglianza sono finalità irriducibili a coerenza.

Il “federalismo solidale” diviene allora un ossimoro maestoso, di quelli che fanno la gioia dei politici impegnati a fare sintesi di materia e antimateria. Nel futuro le regioni in deficit dovranno rassegnarsi a sottoscrivere titoli di debito a uso interno con le controparti virtuose. A meno di non riempire di raziocinio inattaccabile il principio secondo cui i confederati economicamente bisognosi vantano una sorta di “credito interregionale” automatico nei confronti dei partner più cospicui, naturalmente.

Pubblicato il 8/10/2008 alle 18.10 nella rubrica Diario.

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