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Burn after reading

Sulla tragedia del divenire che lambisce la farsa – e viceversa – i fratelli Coen hanno costruito un’inconfondibile poetica d’autore. Fino al memorabile Non è un paese per vecchi la linea è stata seguita lavorando sulle storie, alla ricerca di percorsi tramici da avviluppare per immagini. Nel film premio Oscar testo e metatesto concertavano l’identificazione psicologica dello spettatore con lo sceriffo Bell, catapultando l’osservatore esterno nello stesso spaesamento provato dal protagonista davanti al vuoto di senso nel suo manifestarsi sordo e improvviso.
Con Burn after reading i due cineasti di Minneapolis imboccano un sentiero espressivo affatto diverso. Anziché sulla narrazione si concentrano sulla caratterizzazione, seguendo un indirizzo concettuale – ma assolutamente non estetico – vagamente hitchcockiano. Il McGuffin non è niente o quasi, cosicché rimane spazio per una drammaturgia proclamantesi libera dall’obbligo di dipendere dal “fuori scena”. Non per nulla il film ha i suoi momenti migliori nei siparietti surreali (su tutti la messa in funzione di un singolare lettino “snodato”) e nelle istantanee sulle nevrosi caratteriali (specialmente quelle “ginniche”) che esaltano la fisicità della recitazione. Il cast esce sublimato da tanto riguardo per l’interpretazione di ruoli topici: se dopo Jesse James la bravura di Brad Pitt non dovrebbe più stupire nessuno, colpisce invece il borghese piccolo piccolo incarnato senza strafare coi manierismi gigioni da George Clooney. Molto convincenti anche Frances McDormand (già vista in Fargo) e Richard Jenkins (il manager Ted, il personaggio meglio riuscito del gruppo). Un po’ imballato John Malkovich, ma lo prevede la parte.
A fare le spese del nuovo corso coeniano è proprio il marchingegno narrativo alla base di questo polittico semiserio – sfilacciato in tre sottotrame da subito restie a combaciare e, nell’ultima mezzora, cigolante quanto basta per supporre che stavolta chiudere la partita debba aver procurato più di un grattacapo ai due cosceneggiatori. Senza troppo infierire sul pretestuoso ammiccamento alla satira antigovernativa che mette capo alla pellicola, va detto che da autori tanto celebrati ci si aspetta ben altra finezza d’elisione.
Come molti altri tentativi di cesellare il contenitore a discapito del – o a prescindere dal – contenuto, anche questo si risolve in uno sterile esercizio di stile. In attesa di The wrestler, il primo film-evento dell’annata cinematografica si rivela una mezza delusione.

Round-up: “l’arte dei Coen è essenzialmente fatta di disgiunzioni – oggetti trovati da qualche parte (il cinema, soprattutto) e privati dei loro naturali contesti e delle loro abituali associazioni. L’empatia, intesa nel modo tradizionale, è semplicemente esclusa dalle premesse stesse del cinema dei Nostri” [Roberto Tallarita]

Pubblicato il 1/10/2008 alle 10.13 nella rubrica Film e DVD.

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